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Energia: crisi del greggio e guerre spingono l’elettrico Ue e il solare domestico nelle Filippine. I fatti della settimana

Impennata dei carburanti e contrazione dei margini di raffinazione accelerano la transizione energetica globale, mentre i costi di approvvigionamento mettono sotto pressione gli impianti europei. I fatti della settimana di Marco Orioles

La crisi energetica e le tensioni geopolitiche internazionali stanno trasformando il mercato globale dell’energia, accelerando la fine del diesel per le auto private nell’Unione Europea, dove la quota di veicoli elettrici ad agosto ha raggiunto il 28% a fronte di un crollo dei motori a gasolio al 6%, spinti dall’aumento dei carburanti e dall’incertezza sui valori residui. Parallelamente, le raffinerie europee affrontano una drastica contrazione dei margini di lavorazione – scesi a circa 3 dollari al barile per l’aumento dei costi del greggio e dei noli marittimi – che rischia di ridurre la produzione e aggravare le scarse disponibilità di diesel sul mercato. Sul fronte dei consumi domestici, il rialzo delle bollette legato alle tensioni nel Medio Oriente sta invece guidando un boom di installazioni di pannelli solari sui tetti nelle Filippine, dove famiglie e piccoli consumatori cercano l’indipendenza energetica dalla volatilità dei mercati fossili.

DIESEL AL CAPOLINEA: LA GUERRA FA DECOLLARE LE AUTO ELETTRICHE

La guerra in Medio Oriente sta facendo il lavoro che anni di regolamenti europei non sono riusciti a completare. Come sottolinea il Financial Times, i prezzi del carburante alle stelle stanno spingendo le vendite di auto elettriche a livelli che non si vedevano da molto tempo e stanno mettendo la parola fine al diesel, almeno per quanto concerne le auto private. Ad agosto le immatricolazioni di elettriche nell’Unione Europea sono cresciute del 63% e hanno quasi raggiunto le 200.000 unità, portando la quota di mercato al 28%. Nello stesso mese le auto alimentate a diesel sono crollate di quasi un quarto, fermandosi a poco più di 45.000 pezzi e a una quota residuale del 6%. Il fenomeno non è solo europeo: nel Sud-est asiatico e in America Latina la domanda di elettriche sta accelerando in modo netto. Oliver Blume, numero uno di Volkswagen, ha parlato di “svolta” e ha definito l’auto elettrica “una dichiarazione di indipendenza dalla pompa di benzina”. Anche negli Stati Uniti, dove la fine del credito d’imposta da 7.500 dollari aveva fatto precipitare le vendite delle elettriche, si vedono i primi segnali di recupero. Come spiega Erik Severinson di Volvo Cars: “Questa è la fine del diesel. Se chiedi a un cliente perché dovrebbe comprare una vettura alimentata a diesel oggi, non sa cosa risponderti”. Prezzi altissimi e incertezza sul valore residuo stanno facendo il resto. Il gasolio all’ingrosso ha superato i 220 dollari al barile, più del doppio rispetto a prima dello scoppio della guerra. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito che la carenza globale durerà almeno fino a metà del 2027. Stellantis, che aveva riaperto al diesel su alcuni modelli dopo l’allentamento del divieto europeo al 2035, ammette che le applicazioni rimaste sono pochissime, tranne per furgoni e mezzi pesanti. Renault, che aveva già deciso di terminare la produzione di auto a diesel, dice che il prossimo segmento a cadere saranno i piccoli veicoli commerciali: chi ha una flotta di furgoni non riesce più a controllare i costi e sa che prima o poi il prezzo del carburante tornerà a salire. L’Europa resta il continente più esposto: circa il 40% delle auto in circolazione va ancora a gasolio. Riempire un serbatoio da 50 litri costa oggi circa 30 euro in più rispetto a gennaio, un aumento superiore al 40%. Le oscillazioni delle ultime settimane non hanno fatto che aumentare l’incertezza. Per molti automobilisti la scelta è diventata semplice: o si passa all’elettrico, o si continua a pagare un carburante che costa sempre di più e che potrebbe esaurirsi.

LE RAFFINERIE EUROPEE RISCHIANO DI TAGLIARE LA PRODUZIONE

La redditività delle raffinerie europee è crollata, osserva il Financial Times, alimentando il rischio di riduzioni della produzione proprio mentre i prezzi dei prodotti raffinati restano elevati. Il rincaro del greggio e i costi record per il noleggio delle superpetroliere hanno spinto al rialzo i costi di approvvigionamento, senza che i prezzi di benzina e nafta siano cresciuti a sufficienza per compensarli. In Europa nord-occidentale i margini sono passati da 54 dollari al barile all’inizio di settembre a un minimo di 11 dollari il 5 ottobre, per attestarsi attualmente intorno ai 3 dollari, secondo i dati LSEG. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha sottolineato che “costi di acquisizione del greggio e di nolo proibitivi hanno schiacciato i margini europei e asiatici nelle ultime settimane”.Il calo dei margini di raffinazione avviene in un contesto di mercato del diesel già teso a livello globale. L’accordo annunciato da Trump con la Russia per immettere maggiori volumi di gasolio sul mercato dovrebbe avere effetti limitati, secondo gli analisti. Un ulteriore deterioramento della redditività potrebbe indurre le raffinerie marginali in Europa e Asia a ridurre i ritmi di lavorazione, accentuando la tensione sul mercato prima della fine dell’anno. Le raffinerie hanno infatti una flessibilità limitata nella composizione dei prodotti: anche se diesel e jet fuel garantiscono i margini più elevati, da un barile di petrolio non è possibile estrarre solo quelli. I margini di raffinazione della nafta e dell’olio combustibile ad alto zolfo sono scesi in territorio profondamente negativo, mentre anche quelli della benzina sono diventati negativi alla fine del mese scorso. Benedict George di Argus osserva che i margini sono “molto, molto sottili” e che le raffinerie non hanno ancora ridotto l’attività, ma potrebbero farlo se la situazione negativa dovesse protrarsi per tre settimane o più. Il mese scorso le preoccupazioni sui flussi dal Golfo, incluso il blocco della pipeline East-West saudita, avevano già spinto le raffinerie a pagare premi elevati. Nel frattempo il Brent è salito di oltre il 13% nell’ultimo mese, contro un aumento dell’1,2% dei futures, e i costi di trasporto sono aumentati in modo deciso, portando i costi del greggio alla porta della raffineria a livelli record. La situazione delle raffinerie europee e asiatiche contrasta nettamente con quella degli impianti statunitensi, che possono utilizzare greggio nazionale e non hanno subito l’impennata dei noli. Di conseguenza, i loro profitti sono destinati a più che quadruplicarsi. Secondo l’IEA, tuttavia, l’aumento della lavorazione negli Stati Uniti non compenserà le riduzioni in altre regioni. Le operazioni globali delle raffinerie dovrebbero scendere a un minimo stagionale di 81,3 milioni di barili al giorno questo mese. A complicare ulteriormente il quadro contribuisce la frammentazione del mercato dei prodotti: gli elevati costi di trasporto impediscono lo spostamento efficiente dei carburanti dalle aree in cui i prezzi sono più bassi a quelle in cui sono più alti. Arne Rasmussen di Global Risk Management parla di “disallocazione”: il gasolio costa meno in Asia che in Europa, ma i noli elevati rendono antieconomico trasportarlo. “C’è troppa sabbia negli ingranaggi,” osserva Rasmussen.

LA GUERRA IN IRAN SPINGE I FILIPPINI A METTERSI I PANNELLI SOLARI IN CASA

Da anni Keith Cantera pensava di installare i pannelli solari sul tetto di casa, ma un preventivo di 5.000 dollari per l’acquisto e l’installazione dei pannelli lo aveva indotto a rimandare l’investimento. Poi è arrivata la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e le bollette sono schizzate. Prima pagava intorno ai 150 dollari al mese, poi il conto è arrivato a superare i 220 dollari. A quel punto ha deciso di comprare e montare i pannelli. “Con i prezzi attuali mi ripago l’impianto in tre o quattro anni,” dice Cantera. “Dal quinto in poi l’elettricità è praticamente gratis”, aggiunge.
Come spiega Al Jazeera, quella di Cantera è una delle numerose famiglie filippine che, già da prima della guerra, si stanno rivolgendo all’energia solare per la propria abitazione, in un Paese che aveva i costi dell’elettricità più alti del Sud-est asiatico. Questi costi erano paragonabili solo a quelli di Singapore, dove il reddito medio è oltre 10 volte superiore. Un rapporto di Ember evidenzia che i pannelli sui tetti del Paese sono quasi raddoppiati dall’inizio del 2025. Nei primi mesi di guerra, da marzo a maggio, le Filippine hanno importato pannelli solari per 407 milioni di dollari, diventando il primo mercato singolo al mondo. Solo i Paesi Bassi ne hanno comprati di più, ma li rivendono in Europa. Lexus Grepo, di Solarmaxx, racconta che c’è già un mese di attesa perché le spedizioni non tengono il passo. A marzo hanno installato 40 impianti, quasi il triplo del normale, e da allora ne montano 25-30 al mese. Grepo non si aspetta un calo anche se le tensioni nel Golfo Persico dovessero scemare. “La gente ha capito che il mondo è imprevedibile. Non vogliono più stare in balia del mercato globale dell’energia”, spiega. Le Filippine dipendono per oltre il 70% da carbone e gas importati, la moneta è al minimo storico e l’elettricità non è sussidiata. A marzo il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha dichiarato lo stato di emergenza energetica, ma le tariffe sono continuate a salire. C’è anche rabbia verso i fornitori di energia perché fanno pagare ai clienti le cosiddette “perdite di sistema”, che includono gli allacciamenti abusivi. Per Cantera è stata la classica goccia: “Chi accetta di pagare l’elettricità che non ha consumato?”, dice. Il problema è che l’investimento iniziale resta relativamente alto per la maggior parte delle famiglie. A marzo lo Stato ha lanciato prestiti per i tetti solari, ma solo per i dipendenti pubblici. Nel frattempo si parla di grandi parchi solari, compreso uno da 3.500 ettari a nord di Manila che dovrebbe diventare il più grande del mondo e servire 2,4 milioni di case. Ma i tempi per la realizzazione sono lunghi. Nel frattempo c’è El Niño in arrivo, la guerra che non finisce e i prezzi del carburante che continuano a salire. “È tutto troppo imprevedibile,” conclude Cantera. “Perché non usare una risorsa che abbiamo gratis?”

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