Scenari

Ex Ilva, ecco come il piano del governo cerca consensi

Mittal

Al tavolo della trattativa Ilva ci sono Enrico Laghi, commissario Straordinaria uscente e richiamato pur senza formale incarico, le banche da lui convocate, Lucia Morselli e l’Amministrazione Straordinaria.
Non è servito al Presidente Conte volare a Londra per incontrare direttamente Lakshmi Mittal. La trattativa, aldilà della della narrazione cui il volo è funzionale, stenta a decollare. O meglio, è ben incardinata al tribunale di Milano, dove Mittal potrebbe avere la meglio. Ma forse fra dieci anni, motivo per cui serve trovare comunque un accordo nel frattempo.

MITTAL NON C’È PIU’

Mittal nei fatti ha lasciato Taranto, o meglio, è stata fatta scappare. Questo, come ribadisce in maniera circostanziata nelle memorie difensive depositate al tribunale di Milano, è solo per una ragione: perché è stato tolto lo scudo penale. E Mittal non lascerà nessuno dei suoi dirigenti a Taranto su impianti obsoleti che le sono stati dati in fitto per essere rimessi a nuovo, se rischia ogni giorno che per gli errori fatti dalla gestione pubblica dovranno risponderne i suoi uomini. Infatti di Mittal a Taranto non ci è rimasto più nessuno. Solo Lucia Morselli, la quale ogni giorno, anche oggi, giustifica questi cambi al vertice, compreso il suo, con la necessità dell’azienda di dover rientrare dalle perdite accumulate durante il primo anno di gestione, a suo dire dovute all’incapacità dei dirigenti stranieri a lavorare su un impianto a loro sconosciuto. E cosi sono subentrati i già dirigenti dell’Amministrazione Straordinaria.

L’ILVA PUBBLICA

La cosiddetta “Ilva pubblica”, quella che tutti al governo oggi annunciano di voler fare. Con l’aiuto dei fondi del Just transition ha detto Conte a Londra dopo l’incontro con Mittal. Parliamo di circa 400 milioni, o 800, non di più, che forse potranno servire al Governo per finanziare la newco tra Arvedi, Tenova e Danieli con Snam e Invitalia che tramite Green New Deal realizzerà a Taranto una produzione di Dri (preridotto di gas e minerale di ferro). Materia “prima” che serve per i forni elettrici, i due che forse verranno costruiti a Taranto, o comunque che verrebbe venduta all’estero. Insomma, questa sarà la nuova Ilva.

GLI ALTOFORNI

Ma questo non riguarda Mittal. Mittal fa acciaio. E a Taranto doveva farlo con gli altoforni. Dal piano presentato dal governo ne rimarrebbero accesi solo due: il 4, e il 5 che è spento dal 2015, e che necessita di almeno 350 milioni solo per il revamping. Si spegnerebbero, sempre secondo il piano di Governo, nel 2023 afo 1 e afo 2, proprio quello su cui Ilva in Amministrazione Straordinaria ha appena investito dieci milioni di soldi pubblici per le prescrizioni imposte dal custode giudiziario tramite Procura, che, terminate nel 2021 lo renderebbero l’altoforno più sicuro d’Europa (unico ad avere quelle automazioni).
Un piano industriale cosi congegnato dal governo per fissare nel 2023 (o nel 2025) a una produzione di 8 milioni di acciaio. Oggi Ilva ne produce 4,5. Il resto non saprebbe a chi venderlo, per sovracapacità europea dovuta ai dazi americani e al sistema Ets.

CHI CI STARA’?

E’ chiaro che il governo ha fissato questa cifra perché è l’unica, come nel piano già firmato da Calenda, su cui Ilva (ad attuale ciclo) raggiunge il punto di pareggio. E al quale, un investitore privato, può mantenere l’attuale occupazione (che comunque si dimezzerebbe con ogni altoforno sostituito da forno elettrico). Bisognerà vedere se potranno starci i sindacati.
Chiaramente non potrà starci, a sue spese, Mittal. Perché bilanci Eurofer alla mano è chiaro che un piano siffatto è irreale. E il bilancio di Mittal è pubblico (e verrà presentato a Londra domani mattina), non coperto da omissis come quello delle Amministrazioni Straordinarie.
Infatti al tavolo della trattativa ci sono Enrico Laghi, commissario Straordinaria uscente e richiamato pur senza formale incarico, le banche da lui convocate, Lucia Morselli e l’Amministrazione Straordinaria.