Sostenibilità

Fukushima: dal nucleare alle rinnovabili

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Per Fukushima si prepara un futuro nelle rinnovabili. La strategia è quella di trasformare delle aree abbandonate in impianti per la produzione di energia solare ed eolica per circa 600 megawatts

Fukushima è diventata tristemente nota per il terrificante incidente nucleare del 11 marzo 2011, innescato da uno tsunami: il più grave dai tempi di Cernobyl, non per i morti direttamente provocati (uno solo documentato) ma per il catastrofico impatto sull’ambiente circostante.

UN PIANO DA 600 MEGAWATT, TRA SOLARE ED EOLICO

Fukushima sta provando a rinascere. Vuole ribaltare il messaggio negativo legato al disastro di 9 anni fa con un messaggio ecologico legato a un futuro pulito. La strategia è quella di trasformare delle aree abbandonate – anche fattorie – in impianti rinnovabili per la produzione di energia solare ed eolica, rispettivamente 11 e 10; la capacità totale prevista è di circa 600 megawatts.

Il piano ha un costo di circa due miliardi e mezzo di euro, riceverà fondi pari al 10% da parte del governo giapponese; per finanziare il resto, si sono già dichiarate interessate la Banca per lo sviluppo del Giappone e la banca Mizuho.

FINO AL 100% ENTRO IL 2040

La costruzione del primo impianto inizierà a breve, una “fattoria solare” da 20 megawatt a Minamisoma; l’obiettivo è di attivarli tutti entro il 2024. Ancor più gradualmente, la prefettura di Fukushima arriverà a coprire attraverso fonti rinnovabili tutto il suo fabbisogno di energia: questa quota era del 28% nel 2017, è destinata a salire fino al 40% entro quest’anno, al 66,6% entro il 2030, per l’appunto al 100% entro il 2040.

Tra i progetti previsti dal piano di investimenti c’è anche una connessione con la rete elettrica, attraverso un elettrodotto di 80 chilometri: così da poter vendere alla città di Tokyo un eventuale surplus, proprio come ai tempi del nucleare. D’altra parte, i reattori di Fukushima – a pieno regime – producevano fino a 4.700 megawatts: e per colmare il gap, non sembrano sufficienti ulteriori impianti geotermici e biogas comunque già ipotizzati.

LA CHIUSURA DEL NUCLEARE, IL RITORNO AL CARBONE

Per compensare la chiusura di tutte le sue centrali nucleari, dopo il disastro del 2011, il Giappone ha puntato soprattutto sul gas naturale e sul carbone, di cui è diventato il terzo paese importatore al mondo (la totalità di quanto ne consuma, per usi industriali). Circa un terzo dell’elettricità dell’arcipelago nipponico viene generata da 90 centrali a carbone: una scelta chiaramente penalizzante per l’ambiente.

A oggi, solo 9 reattori hanno ripreso a funzionare; di altri 6 è stata comunque approvato il ripristino, ulteriori 24 sono in fase di smantellamento, sui 21 rimanenti ancora non è stata presa una decisione. Ls scelta di Fukushima guarda al futuro, anche per cancellare il passato: ma i numeri fanno pensare a una transizione difficile, molto lenta per le necessità da una parte industriali e dall’altra ambientali.