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Gas

Il calo dei prezzi del gas, le novità sul Dl Energia e la geografia dell’acciaio italiano dai big del Nord al caso ex Ilva: cosa dicono i giornali

Nonostante le ondate freddo e le operazioni militari nel Mar Rosso che rallentano i transiti di metaniere dal Canale di Suez, i prezzi del gas in Europa  continuano a scendere. Sul fronte del Dl Energia arrivano alcune novità riguardo alla tassa sulle rinnovabili. Infine, ecco il punto sulla geografia della siderurgia italiana tra chiusure, investimenti e sviluppo internazionale

Prosegue inesorabile la discesa dei prezzi del gas in Europa: il TTF month-ahead ha rotto il supporto psicologico dei 30 €/MWh.  Per il Dl Energia arrivano alcune novità che riguardano il contributo annuo a carico dei titolari di impianti green di potenza superiore ai 20 kilowatt (e non solo). Infine, ecco gli scenari della siderurgia italiana che in questi anni – come riporta Il Sole 24 Ore – “ha mantenuto dinamicità elevata con chiusure, aggregazioni, nuovi investimenti in impiantistica green e sviluppo internazionale”.

GAS: CONTINUA LA DISCESA DEI PREZZI

La discesa dei prezzi del gas continua. Sul mercato europeo il combustibile ha ormai sfondato al ribasso la soglia psicologica dei 30 euro per Megawattora.  A riprendere la questione è, oggi, il quotidiano Il Sole 24 Ore che riporta, infatti, come il gas sia “scivolato fino a 26,60 euro al Ttf, il minimo dallo scorso luglio”. Il prezzo attuale, dunque, risulta essere quasi tre volte più basso rispetto all’inverno del 2023 e – scrive il quotidiano – “è un prezzo che in queste prime settimane del 2024 si è ridotto di oltre il 20 per cento: un crollo, che in un contesto come quello attuale lascia a bocca aperta, anche tenuto conto del rallentamento dell’economia”. Il rischio geopolitico, però, è altissimo ed è concentrato in aree importanti per le forniture di idrocarburi.

L’attacco contro il terminal russo di Ust Luga, spiega Il Sole 24 Ore, non ha provocato alcuna reazione, benché rappresenti un’escalation nel confronto tra Kiev e Mosca. È già la terza volta in pochi giorni che l’Ucraina colpisce a migliaia di chilometri dal proprio territorio, con capacità belliche che hanno sorpreso gli esperti militari, prendendo di mira l’industria russa degli idrocarburi. È vero che il peggio, dal punto di vista del mercato, è stato evitato: l’attacco, al contrario di quanto suggerito a caldo da alcuni media, non ha compromesso la capacità di Mosca di esportare gas. Nessuna conseguenza nemmeno per il petrolio: dai moli di Ust Luga prendono il largo circa 700mila barili al giorno di greggio russo, che non è poco. Ma, di nuovo, i droni sono caduti lontano. L’unico impianto messo ko (per settimane, se non per mesi secondo analisti russi) è un complesso petrolchimico in cui Novatek lavora 7 milioni di tonnellate l’anno di condensati di gas naturale, trasformandoli principalmente in nafta e jet fuel esportati in Asia. In fin dei conti il colpo più pesante lo accuserà la compagnia russa, già messa in gravi difficoltà dalle sanzioni approvate a novembre dagli Stati Uniti contro Arctic Lng 2: il maxi progetto di Novatek nel gas liquefatto, che punta a una capacità di 19,8 milioni di tonnellate l’anno a regime, era pronto al debutto, ma ora tutto si è fermato. Washington ha dato un ultimatum ai soci stranieri e agli acquirenti del Gnl: entro il 31 gennaio devono disdire gli accordi”.

Sul mercato del gas, dunque, niente contraccolpi e, spiega il quotidiano, “lo si è visto anche con la crisi nel Mar Rosso“.  In gioco, però, ci sono anche speculazioni ribassiste che – secondo quanto scrive Il Sole 24 Ore – “sono legate a fattori macro economici e alle attese sulle politiche delle banche centrali. C’è il tema delle scorte di gas, tanto alte da rassicurare: gli stoccaggi Ue sono ancora pieni per tre quarti e ci si aspetta di arrivare a primavera con livelli oltre il 50%. Ma sul fronte dei fondamentali si osservano anche altri fenomeni, in parte strutturali. Non tutti i segnali sono incoraggianti. A spiegare il crollo dei consumi di gas del Vecchio continente (…) contribuisce ad esempio anche la tendenza alla deindustrializzazione: molte fabbriche che avevano rallentato o sospeso l’attività a causa del caro energia non sono tornate a produrre a pieno regime. D’altra parte ci sono anche tendenze positive: un graduale spostamento del mix elettrico verso fonti non fossili. Il nucleare francese è tornato a dare un contributo rilevante, a scapito del gas. Ma c’è anche un aumento della capacità da rinnovabili che forse inizia a farsi sentire”.

DL ENERGIA: SALTA IL CONTRIBUTO A CARICO DEI TITOLARI DI IMPIANTI GREEN

Novità sul fronte del Dl Energia: salta la tassa sulle rinnovabili. Infatti, secondo quanto evidenzia, oggi, il Sole 24 Ore “sotto la spinta di tutti i gruppi politici non ci sarà più il contributo annuo a carico dei titolari di impianti green di potenza superiore ai 20 kilowatt per finanziare il fondo da ripartire tra le Regioni per l’adozione di misure di decarbonizzazione”.  Inoltre, arriva lo stop anche agli emendamenti, sostenuti da Italia Viva e dal gruppo Misto, che – spiega il quotidiano – “puntavano al rinnovo automatico delle concessioni idroelettriche.

Dai relatori del decreto energia, dunque, “arrivano alcuni correttivi che riguardano le gare per l’affidamento del servizio di distribuzione gas, il Fondo per il servizio di rigassificazione  e la possibilità di produrre energia elettrica nelle aree termali sfruttando le risorse geotermiche. Sono queste, quindi, le principali modifiche approvate ieri durante il voto del Dl Energia delle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera. L’esame finale del provvedimento, atteso oggi per poi passare prima in Commissione Bilancio per la verifica del rispetto delle coperture finanziarie e poi in Aula per lo sprint finale in modo da chiudere al Senato entro il 7 febbraio (data ultima per la conversione in legge), era cominciato la scorsa settimana con alcune correzioni di carattere tecnico ai primi due articoli, dedicati rispettivamente alla produzione di energia e gas a prezzi calmierati per le imprese energivore (electricity e gas release)”; scrive il quotidiano.

ACCIAIO: IL PROFILO ATTUALE DEL MERCATO ITALIANO TRA BIG DEL NORD ED EX ILVA

Il Sole 24 Ore, oggi, analizza la geografia dell’acciaio italiano che nel 2023 ha prodotto 21,1 milioni di tonnellate. “Un ex acciaio di Stato guidato da mani straniere; i «nuovi» poli del Nord saldamente in mano a quelle famiglie imprenditoriali che hanno raccolto le opportunità del dopoguerra e hanno governato il passaggio generazionale, fino a raccogliere le sfide dell’espansione internazionale e della transizione green. Si muove su questi due livelli la geografia dell’acciaio italiano (…). Una rete dinamica e compenetrata lungo un sentiero di acquisizioni e cessioni, in alcuni casi chiusure, che ha definito il profilo attuale del mercato, governando le dinamiche legate agli equilibri della capacità produttiva interna. Un assetto che ora attende la soluzione del rebus dell’ex Ilva per essere veramente completo”, riporta il quotidiano.

“Con i tedeschi fuori da Terni, e con ArcelorMittal pronto a fare le valigie, non c’è molto altro acciaio «straniero» in Italia. A Piombino, altro ex ciclo integrale statale dismesso, galleggia da tempo l’indiana Jsw (controlla tre impianti di trasformazione), a Verona operano i russi di Nlmk e gli ucraini di Metinvest, entrambi con siti di trasformazione (ma Metinvest valuta di avviare la produzione a Piombino, in jv con Danieli, player mondiale nell’impiantistica siderurgica che controlla anche il produttore friulano Abs). A Bergamo, invece, c’è la storica Dalmine, produttore di tubi controllato da Tenaris, formalmente argentina, ma di fatto italiana. L’unico vero produttore a controllo estero è oggi l’Acciaieria di Cogne, ex statale, poi della famiglia Marzorati, attiva nell’inox, rilevata dalla taiwanese Walsin che sta investendo in un piano di m&a internazionale”, si legge nell’approfondimento.

“A trasformarsi completamente, in questi anni, è stato – scrive Il Sole 24 Ore – l’acciaio del Nord. I campioni del forno elettrico sono diventati grandi, verticalizzandosi, aggredendo l’Europa e governando la green transition con investimenti in impiantistica. È il caso del Gruppo Riva, soggetto di dimensioni europee che dopo avere perso Ilva si è concentrato sul portafoglio di impianti per lunghi in Italia (a Cuneo e Varese), in Germania, Francia, Belgio e Spagna. Oppure la bresciana Feralpi, con una doppia anima italiana e tedesca e specializzata in acciaio per edilizia, che ha diversificato negli acciai speciali, investito per ridurre l’impatto carbonico e non nasconde ambizioni in Borsa. A Brescia sono attive anche Duferco (ha da poco investito in un laminatoio green di ultima generazione), Alfa Acciai (player europeo del tondo, controlla un sito anche in Sicilia), Ori Martin (acciai speciali), Ferriera Valsabbia, Aso e altri di minore dimensione. A Udine invece (ma ha un sito anche a Potenza e verticalizzazioni in Europa) si è proiettato verso una nuova dimensione Pittini, rilevando l’ex Galtarossa di Verona (da Riva) e investendo in nuova capacità per vergella; sempre a Nordest corrono realtà come Beltrame (laminati mercantili, con acciaieria a Vicenza, attivo anche all’estero), Acciaierie Valbruna (inox, opera a Vicenza ma anche a Bolzano e negli Usa) e Acciaierie Venete, player padovano degli acciai speciali, con capacità produttiva anche a Trento e Brescia: poche settimane fa ha annunciato un’acquisizione sul mercato francese. A Reggio Emilia opera Rubiera special steel, controllato da Ring Mill. Mantova, infine, è l’hub del gruppo Marcegaglia, trasformatore, per dimensioni una delle realtà maggiori in Italia, da qualche tempo integrato anche a monte nella produzione grazie ad alcune acquisizioni all’estero”.

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