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Gas ed energia fuori controllo: l’allarme dell’Fmi sulla nuova fiammata dei prezzi e sul Pil mondiale

Nel 2026 le quotazioni al Ttf balzano del 18% a causa dei danni agli impianti in Qatar e delle scorte ai minimi, mentre l’inflazione globale risale al 4,7% penalizzando i Paesi importatori esclusi dalla corsa all’intelligenza artificiale.

Le quotazioni del gas naturale sull’indice Ttf di Amsterdam sono aumentate del 18 per cento tra marzo e agosto 2026, toccando la soglia di 20,9 dollari per milione di unità termiche britanniche (MMBtu) e innescando una nuova ondata di rincari che alimenta l’inflazione su scala globale, spingendola verso il 4,7 per cento annuo. È quanto emerge dal rapporto “World Economic Outlook” di ottobre 2026, intitolato “Resilience Under Strain, Urgent Choices” e pubblicato a Washington dal Fondo Monetario Internazionale.

L’istituto guidato dall’analisi dei propri dipartimenti economici evidenzia come le rinnovate tensioni belliche in Medio Oriente stiano mettendo a dura prova la tenuta delle forniture energetiche dell’Europa, esponendo la fragilità delle catene di approvvigionamento fisiche in un momento in cui l’economia mondiale rallenta la propria crescita al 3,1 per cento e si spacca asimmetricamente tra esportatori di idrocarburi, poli tecnologici e Paesi importatori vulnerabili.

LA FIAMMATA DEL TTF NEL 2026 E IL CONFRONTO CON LO SHOCK DEL 2022

L’analisi del Fondo traccia un parallelo stringente tra la situazione congiunturale odierna e la crisi energetica esplosa quattro anni fa. Nel 2022 la guerra tra Russia e Ucraina determinò una gravissima interruzione dei flussi diretti verso il Vecchio Continente, portando i prezzi del gas al Ttf a quadruplicare nell’arco di appena sei mesi.

Nell’attuale contesto del 2026, sebbene la variazione si sia attestata a un incremento del 18 per cento tra la primavera e la fine dell’estate, la natura del rincaro presenta caratteristiche differenti e insidiose. Il Fondo Monetario Internazionale segnala infatti che, a differenza del 2022, nella fase odierna ha esercitato un ruolo determinante “anche il rischio geopolitico, oltre alle interruzioni effettive delle forniture”, agendo come moltiplicatore delle aspettative speculative sui mercati a termine.

INFRASTRUTTURE DEL QATAR, SCORTE AI MINIMI E CALDO RECORD: L’ORIGINE DELLA CRISI

La rinnovata volatilità che attanaglia il mercato europeo del gas scaturisce dalla convergenza di tre fattori critici concomitanti. In primo luogo, pesano i gravi danni materiali subiti dalle infrastrutture energetiche situate in Qatar, uno dei perni delle esportazioni mondiali verso l’Occidente.

A questo shock sull’offerta si è sommata una situazione di estrema vulnerabilità sul lato dello stoccaggio continentale: i livelli delle scorte di gas in Europa sono scivolati su valori vicini ai minimi storici registrati negli ultimi quindici anni. Infine, a rendere la situazione ancora più tesa hanno contribuito fattori climatici estremi, con le ripetute ondate di calore estive che hanno fatto impennare la domanda interna di energia elettrica per il raffrescamento proprio mentre le forniture risultavano compresse.

CARBONE ASIATICO E FORNITURE EXTRA-GOLFO: I FATTORI CHE HANNO FRENATO I RINCARI

Se l’impennata dei prezzi europei non ha raggiunto le proporzioni devastanti osservate nel 2022, il merito risiede in alcune risposte di riallineamento internazionale. Secondo le evidenze del Fmi, le pressioni sui listini del Ttf sono state parzialmente arginate “dalla sostituzione del gas con il carbone in alcuni mercati asiatici”, una dinamica che ha allentato la competizione globale sui carichi via mare di gas naturale liquefatto. Parallelamente, un ruolo calmierante decisivo è giunto “dall’aumento delle forniture provenienti da Paesi esterni al Golfo”, che hanno garantito volumi supplementari compensando le quote mancanti dal Medio Oriente.

L’ECONOMIA GLOBALE SPACCATA IN DUE TRA BOOM DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E CARO IMPORTAZIONI

La crisi delle materie prime energetiche agisce su un’economia globale che nel primo semestre del 2026 si è dimostrata complessivamente resiliente ma profondamente divisa. L’interazione tra shock geopolitici e ciclo tecnologico – spinto dai massicci investimenti nell’intelligenza artificiale (AI) – ha creato una frattura netta.

I Paesi esportatori di combustibili fossili situati fuori dal teatro bellico e le nazioni fortemente agganciate alla filiera dell’innovazione beneficiano di ragioni di scambio favorevoli e flussi di capitale, riuscendo a creare cuscinetti finanziari protettivi. Al contrario, le economie importatrici nette di energia non collegate alla catena del valore tech affrontano lo scenario peggiore: bollette delle importazioni più onerose, pressioni svalutative sui tassi di cambio, contrazione dei redditi reali, riduzione degli spazi fiscali e assenza di stimoli interni di compensazione. Una configurazione che coinvolge numerosi Paesi a basso reddito, acuendo i divari distributivi interni e internazionali.

LE STIME DEL PIL MONDIALE E L’INFLAZIONE SPINTA DA ENERGIA E ALIMENTARI

Sul piano macroeconomico generale, il Fondo prevede che il Pil mondiale cresca del 3,1 per cento nel 2026 (stima invariata rispetto all’Outlook di aprile) per poi accelerare moderatamente al 3,4 per cento nel 2027, dato oggetto di una lieve revisione al rialzo.

Per l’inflazione complessiva globale è invece atteso un balzo fino al 4,7 per cento nel 2026, seguito da una discesa al 4,1 per cento nel 2027: si tratta di una correzione cumulativa all’insù di 0,7 punti percentuali, imputabile essenzialmente alla risalita temporanea ma violenta dei prezzi energetici e alimentari.

Sul fronte degli scambi, il volume del commercio mondiale rallenterà nel 2026 prima di stabilizzarsi nel 2027, risentendo dei dazi doganali e delle riconfigurazioni delle catene logistiche, a fronte della tenuta del commercio elettronico e digitale. Gli squilibri contabili globali caleranno solo marginalmente nel medio periodo, mantenuti ampi dai disavanzi fiscali e dalle diverse composizioni della domanda interna.

RISCHI AL RIBASSO TRA VULNERABILITÀ DELLE COMMODITY E TEST SUL COMPARTO TECH

I rischi che incombono sulle previsioni restano orientati verso il basso. Un prolungato stallo o una nuova escalation in Medio Oriente manterrebbero i prezzi di energia e cibo volatili e su livelli elevati, con ulteriori disagi derivanti da possibili sabotaggi alle infrastrutture di trasporto energetico, attacchi cibernetici ed eventi meteorologici avversi.

Al riguardo, lo studio speciale sulle materie prime evidenzia che i rincari innescati da interruzioni fisiche dell’offerta producono conseguenze macroeconomiche più ampie e persistenti rispetto a quelli dettati dal mero timore geopolitico. Tra i pericoli figura anche un eventuale ridimensionamento della redditività associata all’intelligenza artificiale, che potrebbe tradursi in una flessione degli investimenti, correzioni sui mercati azionari e un irrigidimento del credito. Sul versante positivo, guadagni di produttività più rapidi legati all’AI, nuovi accordi commerciali e investimenti accelerati nella sicurezza energetica favoriti dal caro fossili potrebbero sostenere l’attività economica.

LA GESTIONE DEI SUSSIDI, I TASSI DELLE BANCHE CENTRALI E LE REGOLE SULLA TASSAZIONE SOCIETARIA

La risposta dei governi e delle banche centrali deve muoversi su un crinale di massima prudenza. Il rapporto del Fondo Monetario Internazionale – basato sui dati statistici disponibili fino al 1° ottobre 2026 – raccomanda interventi di consolidamento fiscale credibili per arginare la risalita dei rendimenti sovrani e l’alto livello del debito. Qualsiasi aiuto statale per attutire i costi delle bollette e dei generi di prima necessità deve essere temporaneo, altamente mirato alle fasce fragili e non distorsivo dei prezzi di mercato, preservando i segnali di scarsità delle risorse.

Sul piano monetario, le banche centrali dei Paesi importatori di energia privi di pressioni tecnologiche e con inflazione sotto controllo possono mantenere un profilo cauto, mentre la stretta monetaria resta necessaria per le economie immerse nella forte domanda tech dove l’inflazione di fondo era già elevata prima dei recenti shock.

Infine, sul fronte fiscale societario, il documento dimostra che tagli alle imposte sulle imprese finanziati a debito stimolano l’economia nazionale nell’immediato ma provocano effetti negativi all’estero per spiazzamento dei capitali; nel lungo termine, i benefici del trasferimento transfrontaliero delle tecnologie si scontrano con la perdita di gettito fiscale interno, che rischia di limitare gli investimenti pubblici soprattutto nei mercati emergenti.

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