Dai maxi investimenti da 40 miliardi tra Berlino e Abu Dhabi ai progressi commerciali della fusione nucleare, fino al boom delle due ruote cinesi nel continente africano. I fatti della settimana di Marco Orioles
Germania ed Emirati Arabi Uniti hanno siglato un’alleanza strategica da 40 miliardi di euro incentrata su forniture future di GNL e sullo sviluppo dell’eolico offshore, con l’obiettivo di garantire stabilità industriale alla Germania e proteggersi dalle incertezze geopolitiche del Medio Oriente. Sul fronte dell’innovazione tecnologica, il settore della fusione nucleare sta accelerando la transizione verso applicazioni commerciali: spinte dai successi sperimentali sulla resa energetica, oltre 50 aziende del settore stanno attraendo miliardi di investimenti e stringendo accordi con i giganti tecnologici per alimentare i data center di nuova generazione. Contemporaneamente, le importazioni africane di moto e tricicli elettrici dalla Cina sono cresciute del 60% nella prima metà del 2026, evidenziando una duplice dinamica continentale: se nei Paesi del Nord Africa prevale l’acquisto di scooter finiti per l’uso privato, nelle regioni subsahariane i veicoli diventano strumenti primari di lavoro per taxi e consegne, stimolando la creazione di ecosistemi locali basati su assemblaggio, assistenza e reti per lo scambio rapido delle batterie.
GERMANIA ED EMIRATI, PATTO ENERGETICO DA 40 MILIARDI
Germania ed Emirati Arabi Uniti hanno deciso di stringere i rapporti energetici. Come riporta Reuters, venerdì scorso sono stato firmati diversi accordi su rinnovabili e gas naturale, inseriti in un investimento complessivo da 40 miliardi di euro destinato a sostenere l’industria della prima economia europea. Tra i due Paesi gira già un interscambio da circa 15,5 miliardi di dollari all’anno. Adesso vogliono avvicinarsi ancora di più, anche per mettersi al riparo dalle incertezze politiche che arrivano dal conflitto in Iran. RWE, il più grande produttore di energia tedesco, ha firmato un memorandum d’intesa con Masdar per una partecipazione congiunta alle aste per l’eolico offshore tedesco del 2027, con un investimento potenziale superiore ai 3 miliardi di euro. Lo stesso giorno RWE ha messo sul tavolo una lettera d’intenti con la compagnia energetica emiratina di Stato ADNOC per le forniture future di GNL, riprendendo l’accordo quadro di febbraio. L’obiettivo è chiudere fino a due contratti di offtake a partire dai primi anni Trenta. I volumi dovrebbero servire la Germania, altri Paesi europei e mercati asiatici, e arriverebbero da ADNOC Gas e da XRG. XRG, ADNOC e SEFE, la società energetica di Stato tedesca, hanno firmato un altro memorandum per approfondire la collaborazione su gas e GNL. Rainer Seele, responsabile chimica di XRG, ha detto di voler procedere senza perdere tempo. Il gruppo ha già un portafoglio GNL diversificato e intende continuare a investire per assicurarsi la produzione futura. Masdar e Luxcara hanno deciso di esplorare insieme progetti di stoccaggio e di eolico offshore in Germania e in altri mercati, per un valore che supera i 5 miliardi di euro. Il CEO di ADNOC Sultan al-Jaber ha detto che Emirati e Germania stanno costruendo su decenni di partnership per la crescita economica e la prosperità condivisa nel lungo periodo.
AD ALBUQUERQUE LA FUSIONE PROVA A USCIRE DAL LABORATORIO
A una decina di minuti dall’aeroporto di Oakland, Pacific Fusion sta assemblando un modulo pulser: un tubo lungo come un autobus pieno di condensatori grandi come elenchi telefonici. Ne serviranno 156 per l’impianto dimostrativo da un miliardo di dollari che hanno appena iniziato a costruire ad Albuquerque. Nel 2030 i condensatori si caricheranno e poi si scaricheranno di colpo, creando un campo magnetico potentissimo che comprimerà un pellet grande come una gomma da matita, pieno di deuterio e tritio. Per una frazione di secondo dovrebbero riprodurre le condizioni del sole: gli atomi fondono, esce elio ed energia. Come scrive Bloomberg, la fusione è un progetto inseguito sin dagli anni Cinquanta. Fino a poco tempo fa l’energia spesa per innescare la reazione superava sempre quella prodotta. Poi a fine 2022 al Lawrence Livermore, con il laser più grande del mondo, hanno sparato 2,05 megajoule e ne sono usciti 3,15. Quella prova ha dato una spinta a decine di startup. Oggi gli investimenti superano i 14 miliardi, 4,5 solo nell’ultimo anno, e si contano più di 50 aziende. Il nodo adesso è il prezzo. Ogni macchina è la prima del suo genere, quasi ogni pezzo va costruito su misura. Nel mercato dell’elettricità devi fare i conti con pannelli solari e batterie sempre più economici. Due sono le strade: reazioni velocissime ripetute una dietro l’altra, come fa Pacific Fusion, o magneti fortissimi che tengono il plasma surriscaldato più a lungo. Thea Energy sta cercando di standardizzare un solo tipo di magnete. Dice di poter vendere energia a 145 dollari per megawattora col primo impianto, poi intorno ai 50 dollari quando ne avranno fatti 5-10. Inertia parla di 100 dollari o meno, General Fusion di 64-73. Anche se i prezzi non scendono subito, c’è il boom dei data center. Microsoft ha già firmato un contratto con Helion, Google lo ha fatto con Commonwealth Fusion Systems, che sta chiudendo il dimostratore vicino a Boston e punta alla prima centrale in Virginia nei primi anni Trenta.
MOTO ELETTRICHE CINESI IN AFRICA
Nella prima metà del 2026 le importazioni africane di moto e tricicli elettrici dalla Cina sono salite del 60%, toccando 114,6 milioni di dollari. Dietro il numero ci sono secondo l’Associated Press due Afriche che si muovono in modo diverso. Nel nord del continente, Paesi come Marocco, Egitto e Algeria assorbono soprattutto scooter già pronti, comprati per gli spostamenti di tutti i giorni. Il Marocco da solo ha fatto entrare 80.188 mezzi per 21,7 milioni di dollari. Sotto il Sahara i volumi sono più contenuti: il Sudafrica è in testa con 19.635 bici elettriche da 6,9 milioni. Nel Maghreb si tratta soprattutto di mezzi usati da pendolari. A est e a ovest le moto sono strumenti di lavoro, usati per taxi e consegne, e percorrono anche 150 chilometri al giorno. Lì importare lo scooter cinese non basta: servono assemblaggio locale, reti di scambio batterie e un ecosistema per chi con quelle due ruote ci campa. Spiro, la più grande azienda del settore, ha raccolto più di 348 milioni di dollari nell’ultimo anno. Altre società stanno aprendo impianti di montaggio e stazioni di battery swapping. I cinesi mandano gran parte dei veicoli, ma sono le società africane ad adattarli al lavoro pesante e a gestire l’energia. In Uganda l’anno scorso le moto elettriche rappresentavano il 20% dei motocicli venduti, in Kenya circa il 15%. Se la transizione prendesse piede, si potrebbero tagliare 600 milioni di dollari di carburante importato in Uganda e tra 600 e 800 in Kenya. I costi più bassi potrebbero anche spingere la domanda. I dati doganali, però, contano i mezzi che entrano, non quelli che poi circolano davvero. E nell’Africa subsahariana si assembla ancora più che produrre: motori, controller e celle arrivano da fuori, in loco si fanno telai, sedili e pedane. Il vantaggio potrebbe stare nella filiera: scambio batterie, finanziamenti, assistenza. Il rischio è che ogni operatore resti chiuso nel suo sistema, con batterie e connettori proprietari. I rider non passano da una rete all’altra e i volumi restano troppo piccoli per produrre celle in Africa. Lo swapping ha risolto l’autonomia chiudendo i circuiti, ma adesso il settore lo paga due volte: meno scala e batterie che valgono poco al momento della rivendita.

