In bilico i miliardi di sussidi statali e la tecnologia pulita a idrogeno. Il settore si divide sulle importazioni e sui rischi geopolitici.
Sull’acciaio Berlino ha puntato una fetta importante della propria politica industriale, e adesso arriva uno studio che rischia di far traballare tutto quanto. La società di consulenza PwC ha appena pubblicato un’analisi ripresa dal quotidiano economico Handelsblatt secondo cui buona parte della produzione siderurgica tedesca, così com’è oggi, non reggerebbe economicamente in nessuno degli scenari futuri presi in esame. Il che significa rimettere sul tavolo anche i miliardi di sussidi che il governo federale ha già stanziato per il settore.
Per arrivare a questa conclusione i consulenti hanno confrontato i costi di produzione dell’acciaio incrociando condizioni di mercato, siti produttivi e tecnologie diverse tra loro.
“La necessità di trasformazione dell’industria tedesca, dettata dai cambiamenti climatici, è più profonda di quanto ci si potesse aspettare”, ha detto Andree Simon Gerken, partner di PwC. E ha aggiunto un dettaglio che pesa: i concorrenti internazionali, secondo lui, questa fase l’hanno già sfruttata per fare passi da gigante, mentre Germania ed Europa restano indietro, a caccia di una ragion d’essere nella competizione globale.
IN DISCUSSIONE ANCHE LA TECNOLOGIA PIÙ PULITA
Sul fatto che l’altoforno classico non abbia futuro, tra chi lavora nel settore, ormai non ci sono più troppi dubbi, osserva il quotidiano di Düsseldorf: brucia coke, produce emissioni troppo alte, è un modello di cui si vede la fine. PwC però spinge oltre il ragionamento e mette in discussione persino la riduzione diretta, cioè la tecnologia più pulita, quella su cui le acciaierie tedesche hanno scommesso miliardi puntando prima sul gas e poi, in prospettiva, sull’idrogeno.
Eppure sono proprio Thyssenkrupp Steel, Salzgitter e Stahl-Holding-Saar a incassare oltre 5 miliardi di euro di aiuti di Stato per questo passaggio tecnologico, e a febbraio il governo federale ha deciso di aumentare ancora, di 322 milioni di euro, i finanziamenti destinati a Salzgitter.
Ma nei tre scenari costruiti dallo studio, che si tratti di una transizione guidata dalle importazioni o di un’ipotesi di piena autosufficienza europea, il risultato non cambia granché: la produzione di acciaio primario finirebbe comunque per spostarsi verso i paesi del Golfo, verso l’India, oppure, restando in Europa, verso la Scandinavia, dove produrre idrogeno costa meno.
I LIMITI DEGLI STRUMENTI EUROPEI
Neanche il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere (Cbam), lo strumento con cui l’Unione europea vorrebbe proteggere l’acciaio del continente, sembra sufficiente a invertire la rotta.
Gli autori dello studio sono piuttosto netti su questo punto: in molti degli scenari analizzati il vantaggio di costo dei siti extraeuropei è così ampio che, per compensarlo davvero, servirebbero aliquote doganali fuori da ogni logica realistica. Pesano il costo del lavoro, più basso altrove, e la disponibilità di energia solare a buon mercato, decisiva per produrre idrogeno a prezzi competitivi.
NEL SETTORE NON TUTTI LA PENSANO ALLO STESSO MODO
Non è una lettura condivisa da tutti, però. Nicole Voigt, partner di Boston Consulting Group (Bcg) e voce esperta di siderurgia interpellata dallo stesso Handelsblatt, pensa sia difficile immaginare che l’intera produzione di spugna di ferro, cioè la ghisa ridotta con il gas al posto del carbone, resti in Germania, ma da qui a dire che la produzione primaria sparirà dal paese ce ne passa. Voigt mette l’accento anche sui rischi geopolitici di una dipendenza totale dalle importazioni dal Medio Oriente, e si dice convinta che i tre impianti di riduzione diretta attualmente in costruzione verranno comunque completati e avviati.
Dello stesso avviso, più o meno, è una portavoce di Thyssenkrupp Steel, che sta costruendo un proprio impianto e fa notare come la sola produzione secondaria da rottami non basterebbe a soddisfare il fabbisogno futuro di acciaio. Arcelor-Mittal, dal canto suo, chiede incentivi adeguati e prezzi energetici competitivi, ma intanto – sottolinea in conclusione il quotidiano economico – continua a investire dove le condizioni sono più favorevoli, dall’impianto di Amburgo alle venti strutture di riduzione diretta già operative nel mondo.

