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Ucraina

Il conto nascosto della guerra in Ucraina. Perché l’Ue rischia di pagare anche dopo la pace

Il mercato mondiale dell’energia è in continua evoluzione. Tra nuovi accordi della Russia con l’Asia, GNL più costoso e restrizioni cinesi sulle terre rare, l’Ue si trova davanti a una sfida inedita

La pace in Ucraina sbloccherà i vecchi canali di approvvigionamento di gas e terre rare, ma l’Ue rischia di pagare anche dopo la fine del conflitto. Infatti, il gas e le materie prime russe hanno trovato casa altrove, lasciando Bruxelles di fronte a un bivio: accettare costi energetici più alti o ammettere il fallimento strategico del Green Deal.

ECCO PERCHE’ L’UE RISCHIA DI PAGARE ANCHE DOPO LA PACE IN UCRAINA

Il conflitto in Ucraina sembra avviarsi finalmente verso una risoluzione. Una pace che potrebbe cambiare nuovamente i flussi energetici europei e mondiali. Il tema della volatilità dei prezzi energetici sarà determinante per comprendere la futura geopolitica dell’energia. Se la situazione in Medio Oriente non si stabilizzerà, le grandi compagnie energetiche europee torneranno a bussare alla porta di Bruxelles per porre la questione degli approvvigionamenti: è possibile tornare a importare le materie prime russe a basso costo?

DOVE VA OGGI IL GAS DI MOSCA?

Roma e Bruxelles rischiano di rimanere però col cerino in mano, tagliate fuori da un flusso energetico che sta cambiando direzione. Infatti, anche se domani mattina venissero revocate tutte le sanzioni, la Russia sta già riorientando i suoi impianti e firmando contratti miliardari a lungo termine con l’Asia. Mosca ha blindato i propri volumi legandosi a nuovi acquirenti strategici, Cina e India in primis. Il gasdotto Power of Siberia 1 ha raggiunto la sua massima capacità di 38 miliardi di metri cubi (bcm) all’anno, con piani già firmati per toccare i 44 miliardi di bcm.

Nel frattempo, Pechino e Mosca accelerano sul mega-progetto Power of Siberia 2 (dalla penisola di Yamal alla Cina via Mongolia) progettato per deviare altri 50 miliardi di bcm all’anno, oltre a un nuovo collegamento dal fiume Ussuri (altri 12 bcm entro il 2027). Di conseguenza, ripristinare i vecchi flussi via gasdotto verso l’Europa sarà tecnicamente ed economicamente difficile. Al tempo stesso, attraverso una flotta fantasma e massicci contratti di GNL (Gas Naturale Liquefatto), la Russia ha convertito l’India nel suo hub di raffinazione e re-export, blindando quote di mercato che prima appartenevano all’UE.

IL PARADOSSO DEL GREEN DEAL

Per l’Europa la beffa è doppia ed è di natura ambientale. Infatti, durante la crisi, l’Europa ha sostituito il gas russo dei gasdotti acquistando GNL (Gas Naturale Liquefatto) via nave dagli Stati Uniti. Tuttavia, un recente studio della Cornell University e i report della stessa IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia) dimostrano che, considerando l’intero “ciclo di vita” – dal fracking alla rigassificazione- il gas naturale liquefatto statunitense ha un’impronta carbonica maggiore rispetto al gas via gasdotto.

Infatti, la IEA stima che l’intensità media dei gas serra del GNL sia di circa 20 grammi di CO2 equivalente per megajoule, contro i 12 grammi del gas naturale distribuito via gasdotto tradizionale. Un divario provocato principalmente dal controverso fenomeno del methane slip, emissioni fuggitive di metano, un gas serra che sarebbe 80 volte più climalterante della CO2 nei primi 20 anni.

LA CINA CHIUDE I RUBINETTI DELLE TERRE RARE

L’energia non è l’unico nodo. La stretta geopolitica che rischia di stritolare l’Ue tocca le terre rare e i magneti permanenti, componenti essenziali per le turbine eoliche, i motori dei veicoli elettrici e la difesa. Infatti, recentemente la Cina ha imposto durissime restrizioni all’esportazione di elementi critici (come disprosio, terbio e ittrio). Di fatto, Pechino ha introdotto licenze severe che colpiscono i produttori globali. Una stretta che, se il conflitto in Ucraina si concluderà a breve, potrebbe spingere le aziende UE a guardare verso Mosca, ricca di materie prime e metalli rari.

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