La richiesta di modifica dell’AIA apre una fase di riduzione drastica delle attività dell’Ilva. I sindacati temono che non sia una pausa, ma l’anticamera della chiusura. Ecco perché
I commissari dell’Ilva hanno presentato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica una richiesta di modifica non sostanziale dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) rilasciata lo scorso luglio per fermare le batterie di forni a coke. In altre parole, non produrrà più coke ma lo importerà. Una decisione che racconta molto sullo stato di salute industriale, economica e occupazionale dell’ex Ilva. Tutte le conseguenze e gli interrogativi.
ILVA, COSA CAMBIA CON LA NUOVA AIA
Secondo quanto comunicato dall’azienda, i lavori di cantiere prenderanno il via il 21 gennaio per concludersi entro la fine di aprile. Proprio nello stesso periodo, secondo le previsioni del ministero delle Imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso, potrebbe chiudersi la cessione degli asset industriali al fondo statunitense Flacks Group. Una vera e propria scommessa per il Mimit e il Governo.
Se il Mase darà il via libera alle modifiche dell’AIA per l’Ilva proposte dai commissari, le batterie di forni a coke attualmente attive (7, 8 e 12) saranno mantenute in riscaldo attraverso la centralina di miscelazione azoto/metano, in sostituzione del gas coke, per preservarne la funzionalità in vista di un eventuale riavvio. La produzione di ghisa continuerà solo con coke acquistasto dall’Ester, come avviene dallo scorso novembre. Un piano che porterà a circa 6.000 il numero complessivo di lavoratori temporaneamente fuori dallo stabilimento. Un dato che ha acceso la miccia della mobilitazione sindacale in tutti i siti italiani del gruppo, da Taranto a Genova. Il timore è che questa fase non sia altro che l’anticamera di una chiusura definitiva della produzione siderurgica. Dal punto di vista ambientale, la scelta di utilizzare la miscela azoto/metano porterà alla quasi totale eliminazione delle emissioni legate alla produzione di coke, tra le più nocive per la salute di operai e cittadini. Un beneficio reale, ma che si inserisce in un contesto di riduzione forzata delle attività produttive.
ALTOFORNO 1 ANCORA SOTTO SEQUESTRO
Mentre le cokerie rallentano, l’altoforno 1 resta fermo sotto sequestro probatorio. La Procura di Taranto ha respinto la seconda istanza di dissequestro presentata da Acciaierie d’Italia in AS dopo l’incendio del 7 maggio scorso per la necessità di ulteriori approfondimenti tecnici. Accertamenti che dovranno chiarire non solo le cause dell’incidente, ma anche i rischi futuri per i lavoratori, anche attraverso prove meccaniche sui materiali prelevati. Un no che pesa come un macigno sulle prospettive di breve periodo dello stabilimento.
Resta aperto il nodo centrale delle condizioni di sicurezza al momento della ripartenza dell’impianto, avvenuta nell’ottobre 2024 alla presenza del ministro Urso, nonostante il mancato funzionamento di alcune misure fondamentali. I legali dell’azienda hanno prodotto perizie di parte, ma non sufficienti a convincere la magistratura. L’altoforno 1 è stato riavviato a freddo o in fase di preriscaldo? Era effettivamente previsto che fosse in marcia il 7 maggio o, come suggeriscono alcune ricostruzioni, avrebbe dovuto essere fermo? Interrogativi ancora aperti che potrebbero spiegare un incidente tra i più gravi nella produzione del ferro e smontare la narrazione che ha puntato il dito contro Procura e ARPA Puglia.
ALTOFORNO 2 QUASI PRONTO A RIPARTIRE
La buona notizia è che i lavori sull’altoforno 2 procedono e sarebbero a uno stadio avanzato, tanto da rendere plausibile una ripartenza tra fine gennaio e febbraio. Un’ipotesi che, se confermata, potrebbe ridurre la pressione sul riavvio dell’altoforno 1.
Afo 2 è stato oggetto di un intervento strutturale profondo: svuotamento dell’impianto, rifacimento del crogiolo, sostituzione di piastre e refrattari acquistati in Asia e consegnati a fine ottobre, a fronte di investimenti per decine di milioni di euro. Il “nuovo” altoforno 2, una volta a regime, potrebbe garantire almeno dieci anni di produzione.
La sua ripartenza significherebbe aumento dei volumi, maggiore continuità produttiva e, soprattutto, il rientro di una parte dei lavoratori oggi in cassa integrazione. È su questa prospettiva che si concentrano le speranze di operai e sindacati, che però chiedono all’azienda di non acquistare coke di bassa qualità. La scelta potrebbe infatti compromettere gli impianti, aumentare i costi e ripetere il disastro dell’altoforno 1.



