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Ilva: quello che non dicono su Flacks, Jindal e sul prestito da 149 milioni

Tra ricorsi al Tar, ritardi tecnici e trattative segrete, il dossier Ilva scotta più che mai. La Fiom Taranto accusa: Jindal e Flacks Group sono fondi speculativi

Arrivano 149 milioni di euro per tenere accesi i motori dell’Ilva, ma gli impianti cadono a pezzi. Acciaierie d’Italia presenta ricorso contro l’ordinanza di stop della centrale termoelettrica, ma il tempo stringe. Intanto, continuano le trattative con Jindal e Flacks Group. Ma la Fiom CGIL Taranto attacca le offerte: sono fondi di investimento speculativi che “offrono 1 euro e nessuna garanzia occupazionale e ambientale”.

VIA LIBERA AL PRESTITO PONTE PER ILVA

Il provvedimento attuativo del Ministero delle Imprese e del Made in Italy sul prestito ponte da 149 milioni di euro per l’Ilva è approdato in Gazzetta Ufficiale. Una risposta provvisoria all’aiuto chiesto dai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia ed Ilva in AS per mantenere accesi i motori dello stabilimento e non compromettere l’esito delle trattative in corso per la cessione degli stabilimenti.

Restando in tema, il provvedimento del Mimit sottolinea la disponibilità degli aspiranti investitori in lizza per l’acquisizione, Flacks Group e Jindal Steel International, a rimborsare il prestito nel caso in cui il ricavato della vendita del compendio aziendale fosse insufficiente. Un intervento che non è sufficiente a convincere i sindacati della validità delle offerte e del progetto di rilancio dell’Ilva.

FIOM TARANTO: FLACKS E JINDAL FONDI SPECULATIVI, UNICA SOLUZIONE INTERVENTO STATALE

L’intervento dello Stato è l’unica soluzione per salvare l’Ilva dal declino decennale a cui è stata condannata da diversi governi. La pensa così Francesco Brigati, segretario generale Fiom Cgil Taranto, che punta il dito anche contro il Governo Meloni per aver proceduto alla realizzazione del bando di vendita internazionale senza che il piano di ripartenza degli impianti fosse portato a termine, pregiudicando così la sicurezza degli impianti e la competitività dell’azienda sul mercato italiano e internazionale.
Non a caso, secondo Brigati, gli unici interessati sono fondi di investimento speculativi che “offrono 1 euro e nessuna garanzia occupazionale e ambientale”, stando a quanto riporta Il Corriere di Taranto. Il segretario generale Fiom Cgil Taranto demolisce entrambe le offerte. Flacks Group, secondo Brigati, non avrebbe un piano economico e industriale.

“La società propone che lo Stato attivi una linea di credito temporanea, uno strumento finanziario di 6 mesi – massimo un anno per riaccendere gli altiforni su basi finanziarie solide. Siamo all’assurdo! Il privato che decide di investire ma con i soldi pubblici e quanto fatto fino ad oggi dal Ministro Urso dimostra l’incapacità o peggio ancora la volontà politica di dismetterla produzione di acciaio primario”, sottolinea il sindacalista.

Jindal, invece, “propone un solo forno elettrico da 2 milioni di tonnellate, mentre 4 milioni arriverebbero dalle acciaierie dell’Oman sotto forma di bramme, rendendo l’Italia dipendente dall’estero e privando Taranto dell’acciaio primario, in contrasto con i decreti che dal 2012 definiscono la siderurgia sito di interesse strategico”, aggiunge Brigati. Intanto, una nuova tegola si è appena abbattuta sull’Ilva. La ripartenza dell’altoforno 4 slitterà di almeno un mese perché sono necessari altri interventi oltre alla sostituzione delle piastre. L’impianto sarà riacceso entro giugno insieme alle batterie coke, portando la capacità produttiva annua a 4 milioni di tonnellate.

DEPOSITATO IL RICORSO CONTRO LO STOP ALLA CENTRALE TERMOELETTRICA

Gli avvocati di Acciaierie d’Italia hanno depositato al Tar di Lecce il ricorso contro l’ordinanza del sindaco di Taranto, Piero Bitetti dello scorso 14 aprile. L’atto del primo cittadino ha imposto lo stop alla centrale termoelettrica della fabbrica entro il 13 maggio, in assenza di un piano di riduzione delle emissioni per arsenico, cobalto e nichel.

L’udienza sarà fissata a breve. Nel frattempo, l’azienda ha chiesto al Tar di sospendere l’ordinanza e di “annullare i provvedimenti impugnati” poiché esisterebbe una “illegittimità derivata dalla illegittimità degli atti presupposti”. Secondo i legali di Acciaierie d’Italia il sindaco di Taranto, appellandosi alla legge regionale 21/2012, avrebbe sostituito le valutazioni di carattere sanitario e ambientale regionali sulle condizioni per l’esercizio della centrale con quelle stabilite dall’autorità nazionale competente.

Infatti, secondo gli avvocati di Acciaierie d’Italia, la possibilità di diffida per obbligare a ridurre le emissioni costituirebbe “soltanto un elemento utilizzabile esclusivamente nell’ambito del più ampio procedimento istruttorio ministeriale di riesame dell’Aia nazionale ma non può costituire presupposto per l’esercizio da parte del sindaco di poteri che la norma nazionale non contempla e che riserva esclusivamente all’autorità nazionale competente”, il ministero dell’Ambiente.

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