Dalla riconversione green di Versalis alla crisi idrica fino alla sicurezza sul lavoro, il sindacato traccia la rotta per l’industria del Mezzogiorno e sollecita una cabina di regia governativa.
In un’intervista rilasciata a Energia Oltre, Sebastiano Tripoli (Femca Cisl) analizza i principali nodi industriali, ambientali e occupazionali del Paese, a partire dal passaggio della raffineria Isab di Priolo sotto il controllo di Ludoil Capital. Pur valutando positivamente il ritorno dell’impianto a una governance industriale italiana e considerata superata la vicenda giudiziaria tra Goi Energy e Lukoil, la sigla di categoria pone tre condizioni inderogabili per il confronto negoziale: la tutela dei livelli occupazionali, la salvaguardia dell’indotto e un cronoprogramma certo di investimenti, partendo dalle manutenzioni.
Nel corso del colloquio, Tripoli ripercorre anche le tappe della trasformazione green nei poli di Brindisi e Priolo per i siti Eni Versalis, chiedendo la valorizzazione delle imprese locali e percorsi di riqualificazione per i lavoratori. Sollecita inoltre interventi urgenti sulla crisi idrica con un Piano nazionale di infrastrutturazione per prevenire impatti sulla produzione e sull’occupazione. A chiusura dell’intervento, il dirigente sindacale rilancia l’ipotesi di un coordinamento strategico per il Sud che metta in rete la transizione della raffinazione con quella della siderurgia e propone di introdurre nei contratti aziendali il diritto di veto dei rappresentanti dei lavoratori per fermare gli impianti in presenza di anomalie sulla sicurezza.
D: Il passaggio di Isab a Ludoil è stato descritto come il ritorno a una ‘patria potestà’ industriale italiana. Tuttavia, la storia recente del petrolchimico siciliano è piena di piani industriali rimasti sulla carta. Quali sono le tre condizioni non negoziabili che la Femca porrà a Ludoil al primo tavolo negoziale? Sullo sfondo resta ancora la disputa giuridica tra Goi Energy e Lukoil. La prima ha dovuto avviare una procedura per convertire il pignoramento in denaro (depositando la cifra dovuta) per sbloccare le quote prima che si arrivi a un’eventuale vendita giudiziaria per effetto del pignoramento richiesto dalla russa. C’è il rischio concreto che questa faida legale si scarichi sugli investimenti pianificati dalla nuova proprietà e sui lavoratori dell’indotto di Priolo?
R: Diciamo subito che esprimiamo apprezzamento per il ritorno di Isab a una governance industriale italiana. Lo consideriamo un fatto politico ed economico rilevante, anche per la salvaguardia energetica del nostro Paese, pur non conoscendo a oggi la consistenza del soggetto industriale coinvolto. La storia industriale del Mezzogiorno in particolare, ci insegna che i passaggi di proprietà non bastano, se non sono supportati da capitali reali, visione a lungo termine e responsabilità sociale. Seguiamo con attenzione questa fase che vede l’esame dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, dell’acquisizione del 51% di Isab (Goi Energy) da parte di Ludoil Capital. Si tratterebbe di un controllo esclusivo di Isab, attiva a monte nel mercato delle vendite ex-refinery di prodotti petroliferi raffinati, da parte di Ludoil che è invece attiva a valle, nei mercati di logistica, stoccaggio, movimentazione e distribuzione. Al primo tavolo negoziale con Ludoil, porremo queste condizioni non negoziabili: la salvaguardia dei livelli occupazionali, la tutela delle imprese dell’indotto e un cronoprogramma di investimenti certo, a partire dalla manutenzione. Il territorio richiede inoltre attenzione all’esigenza di coniugare la tutela dei lavoratori con quella ambientale. In tal senso giudichiamo positivamente l’intenzione di Isab di andare verso la decarbonizzazione, con la produzione di biocarburanti. Quanto al contenzioso tra Goi Energy e Litasco (Gruppo Lukoil), la storia è antica e travagliata, ma sembrerebbe vedere una conclusione. Nel 2023, con l’embargo delle aziende russe seguito all’invasione dell’Ucraina, l’azienda è stata ceduta a Goi Energy e nel 2025 c’è stato un sequestro delle quote, ma a quanto ci risulta la procedura è stata chiusa di recente e non vi è più alcuna pendenza. Un buon viatico per la conclusione del caso che vedrà comunque, prima del closing, l’esercizio del Golden Power da parte del Governo. Ciò che interessa al sindacato è un principio molto semplice: qualsiasi vicenda societaria o giudiziaria non dovrà avere ricadute sugli investimenti, sui lavoratori e sull’indotto.
D: Il 30 luglio si terrà il Tavolo ministeriale sulla riconversione dell’indotto di Versalis. Quali risposte vi attendete dal ministero e dall’azienda e quale proposte porterete? Quali imprese locali saranno coinvolte insieme ad Eni nella realizzazione dei nuovi investimenti? Restando a Brindisi, a che punto è l’Accordo di Programma per Brindisi e quali risposte avete ottenuto da Governo e Regione dopo la rinuncia di Edison al progetto del deposito GNL?
R: Su Brindisi, dopo la rinuncia di Edison al deposito GNL, l’Accordo di Programma è diventato ancora più urgente. Governo e Regione devono dare risposte in tempi stretti, per evitare che l’incertezza blocchi lo sviluppo di un polo strategico. Vedremo quali saranno gli sviluppi del Tavolo sulla Decarbonizzazione in programma oggi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Quanto invece al piano di riconversione di Eni Versalis, a Brindisi abbiamo partecipato all’avvio dei lavori, con la posa della prima pietra della gigafactory che produrrà batterie al litio ferro fosfato. La trasformazione del Polo pugliese dimostra che la transizione green che abbiamo approvato con la firma del protocollo, può essere un’opportunità anche per i lavoratori. Rispetto al complessivo progetto di riconversione di Versalis, la nostra proposta è lineare: la crisi della chimica di base e la transizione verso la decarbonizzazione devono essere opportunità di sviluppo, dalla gigafactory a progetti di chimica verde al riciclo meccanico e chimico delle plastiche fino alla nascita di bioraffinerie. Chiederemo tuttavia che ogni lavoratore, compresi quelli dell’indotto, sia tutelato attraverso percorsi di reskilling professionale, durante la fase di cantierizzazione dei nuovi impianti. La nostra proposta è di salvaguardare le imprese locali nei nuovi investimenti di Versalis, trasformando la transizione in un’opportunità per l’intero tessuto produttivo brindisino con contratti di rete e protocolli di legalità e prossimità, evitando che le commesse vadano esclusivamente a grandi player esterni, che non lasciano valore sul territorio. Il piano di riconversione green concordato dall’azienda con gran parte dei sindacati è entrato nella fase operativa. Ora deve partire anche la Sicilia, con prospettive industriali lungimiranti per Priolo e Ragusa, anche lì salvaguardando persone e competenze. Su Priolo si attende entro fine agosto il parere di valutazione di impatto ambientale per la nuova bioraffineria e per l’impianto di riciclo chimico delle plastiche. Concluso questo passaggio, ci sarà l’avvio del cantiere. Anche l’iter autorizzativo di Ragusa dovrebbe procedere senza criticità, ma naturalmente saremo lì a vigilare sulla continuità produttiva e occupazionale.
D: In questi giorni la siccità sta facendo sentire di nuovo la sua morsa sull’Italia. A fine maggio avete chiesto alla Regione Sicilia di fare subito chiarezza, dopo aver appreso dalla stampa del varo di un Ddl sul settore idrico. Quali risposte avete ottenuto? A che punto è l’iter dell’atto, cosa prevede al momento e cosa dovrebbe cambiare?
R: In Sicilia regna l’incertezza. Dopo averne appreso i contenuti dalla stampa, abbiamo chiesto chiarezza sul Ddl 834 (“Regolazione unitaria del Servizio idrico integrato nella Regione Siciliana”), approvato dalla giunta Schifani a fine maggio. Il testo è stato varato ma l’iter all’ARS (Assemblea Regionale Siciliana) è rimasto bloccato. Per noi ci sono tre elementi cruciali sulla riorganizzazione della governance del settore idrico integrato, che devono cambiare prima dell’approvazione finale: le garanzie occupazionali devono essere blindate con una clausola sociale che tuteli tutti i lavoratori attualmente in servizio presso i gestori idrici, garantendo la continuità contrattuale e applicativa; la governance deve essere pubblica ed efficiente, con un modello di gestione che metta fine alla frammentazione e che favorisca investimenti massicci sulle reti di distribuzione, che oggi perdono oltre il 50% dell’acqua immessa; deve essere messo in piedi un confronto preventivo poiché le riforme che impattano su beni comuni e lavoratori si concertano con le parti sociali.
D: La crisi idrica colpisce anche le regioni del Nord, dove si concentra la maggior parte della capacità energetica nazionale. Il Piemonte e il Veneto hanno già lanciato l’allarme. Intanto, aumentano le guerre per l’acqua tra settori. Quali sono i rischi occupazionali della siccità? Quali misure dovrebbe prendere il Governo?
R: La siccità non è più un’emergenza congiunturale, ma una crisi strutturale che colpisce anche il Nord, dove la carenza d’acqua minaccia la capacità energetica nazionale e scatena vere e proprie guerre tra settori produttivi. L’acqua è necessaria per alimentare la prima fonte rinnovabile del Paese, oltre a servire per il raffreddamento necessario ai grandi impianti chimici e industriali lungo il bacino del Po. I rischi occupazionali sono altissimi. Se gli impianti petrolchimici dovessero rallentare o fermare la produzione per mancanza d’acqua di raffreddamento, rischieremmo il ricorso massiccio alla Cassa integrazione e, nel medio termine, un effetto domino con perdita di competitività della nostra manifattura e tagli strutturali al personale. Chiediamo al Governo un Piano nazionale di infrastrutturazione idrica per ridurre le perdite di rete e costruire nuovi bacini di accumulo. Occorre poi superare la logica delle “guerre per l’acqua” tra agricoltura, industria e usi civili attraverso una regia nazionale centralizzata che regolamenti i rilasci idrici nei momenti critici. Ultimo non ultimo, il riutilizzo delle acque reflue industriali e civili che va incentivato fiscalmente per le imprese che investono in impianti di depurazione e ricircolo interno dell’acqua, riducendo drasticamente il prelievo da falda.
D: Anche se l’ex Ilva è storicamente seguita dai colleghi della Fim, la chimica di Priolo e la siderurgia di Taranto sono i due polmoni industriali del Mezzogiorno. Esiste un coordinamento strategico all’interno della Cisl per chiedere al Governo un ‘Patto per l’Industria del Sud’ che colleghi la transizione della raffinazione con quella dell’acciaio (ad esempio tramite l’idrogeno o la chimica dei gas)?
R: All’interno della Cisl la sinergia tra le categorie è un valore fondante. Con la Fim Cisl condividiamo la consapevolezza che il destino industriale del Mezzogiorno si decida lungo l’asse che unisce il futuro della siderurgia di Taranto e quello della raffineria di Priolo. La transizione della raffinazione e quella dell’acciaio devono parlarsi dal punto di vista tecnologico e industriale ed è su questo che vorremmo da parte del Governo un impegno concreto nel valutare una cabina di regia che possa far dialogare i settori strategici locali. La prospettiva di una bioraffineria, l’utilizzo dell’idrogeno e della chimica dei gas può essere il ponte tecnologico per modernizzare entrambi i settori, creando una filiera industriale integrata e sostenibile.
D: Lei ha recentemente insistito molto su concetti come ‘partecipazione’ e ‘sicurezza’. Nei primi mesi del 2026 abbiamo assistito a diversi incidenti negli stabilimenti industriali complessi, sia a Taranto che nel settore chimico. Crede che sia giunto il momento di pretendere, nei contratti di secondo livello, il diritto di veto dei rappresentanti dei lavoratori sulla sicurezza degli impianti, arrivando a fermare la produzione in caso di anomalie?”
R: La sicurezza non è negoziabile. Gli incidenti avvenuti a Taranto, come in tutti i luoghi di lavoro del Paese, sono inaccettabili. Da tempo invochiamo concretezza sul tema, passando dagli slogan ai fatti. Dobbiamo pretendere una Sicurezza partecipata, anche nei contratti di secondo livello, che consenta ai rappresentanti dei lavoratori di avere un vero e proprio diritto di veto sulla sicurezza degli impianti. Questo significa avere il potere contrattuale di fermare la produzione immediatamente, in caso di anomalie. La sicurezza sul lavoro non è un costo da limare, né una variabile dipendente del profitto. È un diritto costituzionale, una condizione di dignità umana e un investimento per le aziende lungimiranti. Come Femca Cisl nel ccnl Energia e Petrolio abbiamo promosso il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza di Sito Produttivo (RLSP), una figura di riferimento per la sicurezza nei grandi poli industriali, che coordina gli RLS delle aziende terziste, consentendoci di estendere le tutele a tutti i lavoratori in appalto. La nostra Federazione sostiene inoltre la necessità di rafforzare il ruolo degli RLSA, sottraendolo al turnover delle elezioni delle RSU e garantendo così una continuità nella responsabilità su temi centrali per la qualità dell’ambiente di lavoro. Ultimo non ultimo, come Cisl, stiamo promuovendo con forza la legge di iniziativa popolare sulla Partecipazione dei Lavoratori, convinti che dove c’è partecipazione c’è più sicurezza, più produttività e migliori salari.

