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Isab

La crisi globale del gasolio alimenta una nuova ondata di “nazionalismo energetico”

Nell’Unione Europea ci sono molte meno raffinerie rispetto a 15 anni fa. La capacità produttiva non è sufficiente a rifornire tutti i mercati locali, da qui la crescente dipendenza dalle importazioni di petrolio e carburanti

Il settore italiano della raffinazione ha detto di essere disponibile a verificare i margini per ulteriori aumenti della produzione, attraverso una valutazione impianto per impianto che consideri le caratteristiche operative dei singoli siti e del quadro ambientale e normativo.

I rappresentanti delle raffinerie italiane hanno risposto così alla richiesta del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, durante il tavolo convocato ieri al Mimit. L’UNEM (Unione Energie per la Mobilità) ha spiegato che ulteriori incrementi della produzione potrebbero essere favoriti anche da eventuali modifiche, a livello europeo, alle specifiche tecniche dei prodotti, purché tecnicamente e ambientalmente percorribili.

L’Italia è oggi tra i Paesi europei che mantengono una capacità di raffinazione in grado di soddisfare i consumi interni di carburanti come benzina e gasolio. Per il jet fuel permane invece un significativo deficit produttivo, nonostante nel 2026 la produzione sia aumentata di circa il 30%. In questo quadro, il sistema industriale nazionale potrebbe contribuire a rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa.

PORTAVOCE UE: GLI ACQUISTI CONGIUNTI RIGUARDERANNO VARI PRODOTTI ENERGETICI

A livello europeo, invece, una portavoce dell’esecutivo UE, interpellata sull’annuncio di Ursula von der Leyen di voler lanciare una task force per l’aggregazione della domanda, ha dichiarato che gli acquisti congiunti annunciati dalla Commissione Europea “riguarderanno vari prodotti energetici, non solo il gas”. “Con una domanda aggregata anche di diesel saremo in grado di negoziare prezzi migliori”, ha spiegato la portavoce, chiarendo che al momento Bruxelles è al lavoro per definire i dettagli della piattaforma.

Gli acquisti congiunti del 2022, ha aggiunto la portavoce, “sono stati un’iniziativa utile. Ora vogliamo vedere come possa essere utilizzata nella situazione attuale. Saremmo degli irresponsabili, se non esaminassimo tutte le possibili soluzioni per stabilizzare i mercati e, possibilmente, aumentare e potenziare il nostro potere d’acquisto, che ci permetterebbe di negoziare prezzi migliori”.

LE SCORTE DI CARBURANTE SONO AI MINIMI STORICI

Nel frattempo, come spiega Oilprice, le scorte globali di carburante sono più scarse che mai. La Cina ha appena imposto un divieto su tutte le esportazioni di carburante per un mese. La Russia ha in vigore un divieto di esportazione di gasolio da mesi.

Gli Stati Uniti hanno minacciato l’Europa con un divieto di esportazione di gasolio a meno che i paesi europei non rilascino parte del carburante immagazzinato. La crisi attuale riguarda sempre più i carburanti, e ognuno sta dando priorità alle proprie esigenze.

IL PREZZO DEL GASOLIO AL MASSIMO STORICO DI OLTRE 100 DOLLARI AL BARILE  

Già ad aprile gli analisti avvertivano che la crisi innescata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran avrebbe danneggiato l’approvvigionamento di carburante più di quello di petrolio. Sei mesi dopo, l’impatto è evidente: a settembre il differenziale di prezzo del diesel ha raggiunto il massimo storico di oltre 100 dollari al barile, prima di scendere al di sotto di quella soglia allarmante.

Non ci sono abbastanza raffinerie per compensare la perdita di approvvigionamento di prodotti raffinati dal Medio Oriente, e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha appena annunciato che le sue forze intensificheranno gli attacchi contro le raffinerie russe.

Questi sviluppi hanno spinto i prezzi del gasolio a livelli record, soprattutto negli Stati Uniti, il che ha alimentato le discussioni su un possibile divieto di importazione del carburante diesel per garantire l’approvvigionamento del mercato interno, in modo simile a quanto fatto da Russia e Cina con il divieto di esportazione per rifornire i propri mercati. C’è però una differenza: negli Stati Uniti, la produzione di gasolio supera il consumo, quindi la situazione non è esattamente critica.

IL “NAZIONALISMO DEL GASOLIO” IN EUROPA

I Paesi europei si trovano in una situazione complessa, poiché la maggior parte di essi dipende fortemente dai carburanti importati. Nel caso dell’Europa, e in particolare dell’Unione Europea, il nazionalismo del gasolio potrebbe assumere risvolti negativi.

Nell’Unione Europea ci sono molte raffinerie, ma sono molte meno rispetto a 15 anni fa. La capacità produttiva non è sufficiente a rifornire tutti i mercati locali, da qui la crescente dipendenza dalle importazioni di petrolio e carburanti.

Ora anche l’offerta di prodotti greggi e raffinati altrove è limitata, nonostante tutte le notizie ottimistiche sulla riapertura della raffineria di Hormuz e sul conseguente libero flusso di petrolio. E anche se ciò accadesse, questo petrolio non sarebbe destinato all’Europa.

LE RAFFINERIE IN ITALIA

Secondo le previsioni di S&P Global Energy, la capacità di raffinazione in Europa entro il 2035 scenderà del 20%, arrivando a poco più di 9 milioni di barili al giorno, contro i 14 di inizio XXI secolo. Ma su quante raffinerie può contare l’Italia?

Nel nostro Paese ci sono 13 impianti di raffinazione ancora attivi. Dieci di questi sono raffinerie tradizionali di petrolio, due sono delle bioraffinerie convertite e una è in fase di conversione. La raffineria più grande è la Isab di Priolo (Siracusa), tornata in mani italiane grazie all’accordo di acquisizione siglato a maggio da Ludoil. Un altro importante impianto è quello di Sarroch, a Cagliari, di proprietà di Vitol, che lo ha acquisito da Saras nel 2024.

A queste raffinerie si aggiungono quelle di Eni di Sannazzaro de’ Burgondi (Pavia) e Taranto, quella di Milazzo, gestita tramite la joint-venture con Q8. Le altre raffinerie operative sono quella di Augusta dell’algerina Sonatrach, quelle di Trecate (Novara) e Falconara (Ancona), controllate dall’azera Socar. Vi sono infine le tre raffinerie convertite da Eni alla produzione di biocarburanti: Marghera, Gela e Livorno.

IL RILASCIO DI GASOLIO

Il rilascio di gasolio, previsto nei primi 20 giorni del periodo di quattro mesi per il rilascio totale di 100 milioni di barili, offrirà un sollievo, ma sembra che il mercato lo abbia già scontato. Probabilmente ha anche scontato la difficoltà di ripetere un rilascio simile in un secondo momento, il che inevitabilmente manterrà i prezzi elevati.

Ai Paesi che coprono la propria domanda con la capacità di raffinazione locale, come la Bulgaria, potrebbe essere chiesto di aumentare le esportazioni. In effetti, la Bulgaria ha recentemente revocato il divieto di esportazione di gasolio imposto lo scorso anno, poiché l’unica raffineria del paese aveva una capacità produttiva in eccesso. Tuttavia, se la domanda da parte di altri Stati membri dell’UE dovesse aumentare, la situazione potrebbe cambiare.

LA SITUAZIONE IN MEDIO ORIENTE

A quanto pare, le forniture dal Medio Oriente non torneranno presto alla normalità. Quasi tutte le segnalazioni sul traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz riguardano petrolio greggio e alcuni carichi di GPL.

Le raffinerie nella principale regione di raffinazione, quindi, devono essere ancora in fase di riparazione dopo gli attacchi missilistici e con droni iraniani. Questo lascia gli Stati Uniti come unica fonte principale di carburanti raffinati, una fonte che sta lottando per mantenere sotto controllo i prezzi interni con ogni mezzo necessario.

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