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Ilva

La proposta di Orlando (Pd) per rilanciare l’Ilva: Eni ed Enel nella cordata. Quante chance ci sono davvero?

Andrea Orlando chiama in causa Eni ed Enel per l’Ilva. Ma quante sono le possibilità che i due campioni dell’energia entrino a far parte della cordata per l’acciaieria?

Coinvolgere Eni e Enel nella cordata che guiderà il rilancio dell’ex Ilva sotto la regia del Governo. È la proposta lanciata da Andrea Orlando, responsabile delle Politiche Industriali del Pd, che nell’intervista rilasciata a La Repubblica di Genova ha invitato ad allargare la cordata di imprese italiane sponsorizzata da Federacciai anche ai due campioni dell’energia. Proposta fondata o utopia?

LA PROPOSTA DI ORLANDO PER L’ILVA

L’Ilva non può ripartire senza l’intervento dello Stato, secondo Andrea Orlando. L’ex ministro del Lavoro chiede al Governo di assumersi l’onere iniziale di mettere in sicurezza il gruppo, stabilizzare il quadro normativo-ambientale ed avviare concretamente la conversione ecologica. L’ormai celebre cordata di imprese italiane che ha ricevuto l’endorsement di Federacciai, invece, secondo Orlando dovrebbe essere coinvolta successivamente nella governance e nella gestione operativa degli impianti.

“Occorre una regia pubblica forte per dare stabilità e prospettiva di lungo termine a un asset che rimane strategico per la sovranità industriale dell’Italia”, ha sottolineato il responsabile delle Politiche Industriali del Pd.

L’IDEA DI COINVOLGERE ENEL ED ENI NELLA CORDATA

La vera novità della proposta dell’ex ministro del lavoro risiede però nell’invito ad accogliere Eni ed Enel nella cordata di imprese italiane in corsa per l’acquisizione dell’ex Ilva.

“Accanto all’intervento dello Stato tramite le sue finanziarie pubbliche, avrebbe senso costituire un pool che metta insieme produttori industriali e grandi consumatori nazionali di acciaio, nell’ottica di una messa in sicurezza definitiva dell’ex Ilva. (…) Penso a grandi realtà strategiche come Fincantieri e Leonardo tra i grandi utilizzatori, ma anche ad Enel nell’ottica della gestione della transizione energetica, ed Eni per gli aspetti legati al rifornimento e all’utilizzo del gas. La sinergia tra questi campioni nazionali garantirebbe sbocchi di mercato e sostenibilità operativa”, ha sottolineato Orlando.

Guardando ai fatti e ai datti, si tratta di una tesi sicuramente suggestiva dal punto di vista industriale, ma che allo stato attuale ha basi estremamente fragili, per non dire nulle.

ILVA, QUANTE SONO LE PROBABILITA’ CHE ENI ED ENEL ENTRINO NELLA CORDATA?

Secondo Orlando, i due big dell’Energia dovrebbero rilevare quote o farsi carico del destino dell’ex Ilva. Una proposta che non può essere bollata come una “sparata”– l’ex ministro indica due campioni dei rispettivi settori, “Enel per la transizione ed Eni per il gas”. Tuttavia, è probabile che resti un semplice augurio. Le ragioni sono diverse.

NESSUN INDIZIO E MOLTI OSTACOLI

Partiamo dai fatti. Non esiste alcuna indicazione, dichiarazione precedente, piano strategico o indiscrezione finanziaria che accenni al fatto che Eni o Enel possano pensare a un coinvolgimento diretto nella compagine societaria di Acciaierie d’Italia. Anzi, la storia recente insegna esattamente il contrario. Infatti, quando negli ultimi anni si sono rincorse voci su un possibile intervento dei colossi parastatali per rilevare l’acciaieria di Taranto, Eni è intervenuta a più riprese per smentire categoricamente qualsiasi interesse per l’acquisizione diretta degli asset siderurgici. Uno dei motivi è strutturale. Sia Eni che Enel sono società quotate, quindi al vaglio dei mercati internazionali e degli analisti finanziari. Di conseguenza, i piani industriali delle società sono rigorosamente focalizzati sui rispetti mercati di riferimento. Allontanarsi dal proprio core business per assumere il rischio d’impresa di una delle acciaierie più indebitate e complesse d’Europa potrebbe provocare una reazione immediata nei mercati finanziari.

Se è vero che in passato i due campioni dell’energia hanno siglato vari protocolli e accordi preliminari nel corso degli anni sui temi della decarbonizzazione – come la sperimentazione dell’idrogeno verde o lo sviluppo di soluzioni per l’impiego del gas naturale per alimentare i futuri impianti a preridotto (DRI) – è altrettanto vero che si tratta di intese commerciali e tecnologiche a mercato, dove l’investimento è vincolato all’erogazione di un servizio o di un vettore energetico, non all’assunzione del rischio di gestione degli altiforni.

IL NODO POLITICO

Un improbabile ingresso di Eni ed Enel nella cordata per l’Ilva solleverebbe anche interrogativi sulla politica industriale nazionale. Infatti, ipotizzare che siano le partecipate energetiche pubbliche a fare da scudo ai problemi entrando nel capitale dell’ex Ilva oggi apparirebbe come un’operazione di finanza pubblica mascherata.

L’OPZIONE DEL SECONDO MOMENTO

Sarebbe, però, un errore analitico bollare la sortita di Orlando come pura utopia. L’ipotesi che Eni ed Enel oggi possano entrare come attori industriali nella governance dell’ex Ilva per gestirne il risanamento sembra campata in aria. Tuttavia, non si può escludere in modo assoluto una loro presenza in un secondo momento, magari sotto forme diverse da quelle tradizionali. Ad esempio, se lo Stato decidesse di assumersi l’onere iniziale di mettere in sicurezza il gruppo, stabilizzare il quadro normativo-ambientale ed avviare concretamente la conversione ecologica, in futuro Eni ed Enel potrebbero decidere di contribuire al rilancio dell’Ilva come partner d’infrastruttura.

In altre parole, potrebbero entrare a far parte di un nuovo consorzio ad hoc destinato a gestire la sola piattaforma energetica del sito. Una formula già vista in altre crisi industriali europee, dove l’attore energetico partecipa all’infrastruttura strategica garantito da contratti a lungo termine, senza però trasformarsi in un produttore d’acciaio.

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