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Piano Mattei

L’Africa potrebbe essere la nuova frontiera globale del petrolio e del gas

Si prevede che il 2026 rappresenterà un anno di svolta per l’Africa, segnato dall’investimento previsto nel megaprogetto Venus in Namibia, che convaliderà il bacino di Orange come asset di rilevanza globale

L’Africa è tornata ed è qui per restare. Siamo passati da un periodo di esplorazione provvisoria di nuovi e promettenti giacimenti di petrolio e gas a una fase in cui lo sviluppo tangibile delle infrastrutture energetiche sta diventando evidente.

I principali player energetici mondiali stanno già effettuando investimenti significativi negli idrocarburi in Africa attraverso accordi, decisioni finali di investimento (FID) e calendari di attuazione. Si prevede che il 2026 segnerà una svolta in questo senso. Progetti chiave come lo sviluppo di Venus di TotalEnergies, in Namibia, e l’espansione di Agogo, in Angola, stanno guidando gli sforzi per raggiungere i livelli di CAPEX proposti e rivitalizzare la produzione e le esportazioni di idrocarburi.

IL POTENZIALE ENERGETICO DELL’AFRICA

Si dice spesso che domanda e offerta determinino l’offerta, e l’emergere del potenziale energetico dell’Africa non fa eccezione. Come spiega El Periodico de la Energia, da un lato abbiamo l’Europa che, dopo essersi impegnata a chiudere completamente il GNL russo entro il 2027, ha urgente bisogno di nuove fonti energetiche e di fornitori a lungo termine per sostituire i milioni di barili che attualmente arrivano dai porti russi.

Dall’altro abbiamo l’Africa, un continente che conta ancora circa 600 milioni di persone senza accesso all’elettricità, il che fa prevedere che, entro il 2030, la domanda interna quadruplicherà. Per soddisfare questa domanda, il gas naturale è il combustibile essenziale per il mix energetico necessario all’industrializzazione e allo sviluppo locale.

UN CAMBIO DI ROTTA

Negli ultimi tempi, il potenziale dell’Africa nel settore energetico è stato ostacolato dalla mancanza di infrastrutture e dall’instabilità normativa. A ciò si è aggiunta la fuga di capitali occidentali, spinta da rigidi standard climatici che hanno costretto le compagnie petrolifere ad abbandonare i progetti legati agli idrocarburi.

Tutto ciò ha contribuito a una percezione del continente caratterizzata da un elevato rischio geopolitico, ambientale e commerciale. Persino istituzioni come la Banca Mondiale hanno espresso preoccupazione per i pericoli di investire in economie sottosviluppate fortemente dipendenti dalle risorse naturali, e hanno avvertito che vaste riserve di petrolio potrebbero restare “bloccate” a causa del rapido ritmo della transizione energetica.

L’INTERESSE DELLE MAJOR ENERGETICHE PER L’AFRICA

La rinascita dell’interesse per il continente africano non ha avuto origine interna. Il successo senza precedenti che ha inserito Paesi come Brasile e Guyana sulla mappa energetica geostrategica ha agito da forza motrice, spingendo le principali compagnie petrolifere a sviluppare interesse per una nuova frontiera dell’esplorazione.

È stata quindi avviata una campagna esplorativa in un bacino con caratteristiche geologiche molto simili a quelle situate nei Paesi succitati. In particolare, è nell’Africa Occidentale che le risorse di idrocarburi sembrano essere particolarmente abbondanti. Questa ipotesi è stata confermata quando tre importanti scoperte (le cosiddette “Big Three”) sono state effettuate nel bacino dell’Orange (Namibia), rendendo quest’area il nuovo baricentro del potenziale energetico africano.

AFRICA NUOVA FRONTIERA DEL PETROLIO E DEL GAS?

Il bacino di Orange, situato al largo della costa della Namibia, è il fulcro principale. Il settore ha confermato un’insolita concentrazione di risorse naturali. Le “Big Three” potrebbero trasformare l’approvvigionamento globale e le relazioni internazionali nel mercato energetico. Il progetto Mopane, gestito da Galp, è in testa con un potenziale stimato di 10 miliardi di barili nel sottosuolo, seguito da Venus-1X (TotalEnergies) con una stima di 5,1 miliardi di barili. I progetti Graff e Jonker, gestiti da Shell, non sono molto indietro, con una concentrazione approssimativa di 2,5 miliardi di barili. Questa portata di scoperte giustifica pienamente gli ingenti investimenti previsti per l’area entro il 2026.

La Namibia, però, non è l’unica al centro dell’attenzione. Situata più a nord, anche la Costa d’Avorio merita una menzione con il progetto Baleine, gestito da Eni. Con una produzione stimata di Fase 3 di 150.000 barili al giorno di petrolio e 200 milioni di piedi cubi di gas al giorno entro il 2029, il progetto è diventato il primo in Africa a raggiungere emissioni nette pari a zero (Scope 1 e Scope 2), dimostrando che commercializzazione e sostenibilità possono andare di pari passo in questa nuova fase di progresso per la regione.

CHI SONO I PLAYER PIÙ ATTIVI IN AFRICA

Come previsto, le Supermajor (TotalEnergies, Shell, Chevron, Eni ed ExxonMobil) sono in testa, concentrate sulla messa in comune delle risorse per sviluppare tecniche più complesse come la perforazione in acque profonde, un’attività che le aziende più piccole non possono intraprendere. Si prevede, ad esempio, che TotalEnergies guiderà progetti prolifici come Venus in Namibia e Tilenga in Uganda.

Anche Eni sta consolidando la sua posizione in Costa d’Avorio con il suo modello “fast track” e le sue operazioni di GNL in Congo. Sebbene con una presenza minore, le major statunitensi Chevron ed ExxonMobil hanno registrato un forte ritorno. Alimentate dai loro successi in Sudamerica, queste aziende stanno cercando nuove opportunità anche in Nigeria, Gabon e Libia, a seguito dell’attenuazione dei conflitti politici nella regione.

LE ALTRE SOCIETÀ CHE VOGLIONO INVESTIRE NEL CONTINENTE

Non si tratta solo delle major tradizionali. Data la mancanza di finanziamenti da parte delle banche occidentali dovuta alle pressioni ESG, nuovi attori stanno rispondendo alla chiamata del petrolio africano. È il caso di XRG, il braccio di investimento della major petrolifera emiratina ADNOC, che ha fatto un ingresso importante in Paesi come il Mozambico e l’Egitto.

Ciò dimostra anche una strategia geopolitica degli Stati del Golfo: garantire forniture energetiche a lungo termine e acquisire influenza politica sul continente. Inoltre, come alternativa a questa mancanza di finanziamenti occidentali, di recente è stata creata l’Africa Energy Bank, un’iniziativa di APPO e Afreximbank dotata di 5 miliardi di dollari e progettata per finanziare progetti legati allo sviluppo dell’industria degli idrocarburi nella regione.

Non va poi dimenticato il potenziale ruolo dell’Europa come mercato primario per le risorse africane in futuro: se è vero che l’esportazione di queste risorse è redditizia per la regione, la necessità interna di un maggiore accesso all’elettricità, ad esempio, è un aspetto che deve essere attentamente considerato nei negoziati con le potenze occidentali. Paesi come il Sudafrica e lo Zimbabwe stanno già richiedendo questo gas per elettrificare le loro industrie e superare la povertà energetica.

L’OPEC ha già preso posizione su questo conflitto, rimasto latente fino ad ora: il segretario generale Haitham Al Ghais ha dichiarato che gli investimenti in Africa “sono una priorità assoluta”, difendendo il diritto sovrano del continente a sfruttare le sue risorse contro le potenziali pressioni climatiche e geopolitiche delle potenze occidentali.

LE PREVISIONI PER IL FUTURO

Si prevede che il 2026 rappresenterà un anno di svolta per l’Africa, segnato dall’investimento previsto nel megaprogetto Venus in Namibia, che convaliderà il bacino di Orange come asset di rilevanza globale. Si attendono nuove licenze esplorative in bacini come Lamu e Anza in Kenya, e la campagna offshore in Gabon, per gettare le basi per un futuro promettente nella regione.

L’Africa si trova di fronte a un’opportunità storica: liberarsi definitivamente dalla sua etichetta di “gigante dormiente” e diventare un attore chiave sulla mappa energetica globale, in qualità di principale esportatore di petrolio e gas. Il successo di questa trasformazione dipenderà dalla capacità politica e industriale di convertire questo promettente potenziale in flussi costanti di petrolio e gas verso il mondo.

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