Il nucleare, cacciato via dalla finestra con i referendum dell’87 e del 2011, sta rientrando dalla porta principale con un disegno di legge delega (che dovrà seguire un lungo iter parlamentare). Ne abbiamo parlato, nel corso del Meeting di Rimini, con il prof. Giuliano Frosini, moderatore del convegno “Dentro la transizione energetica: quale ruolo per il nucleare?”
Il nostro paese ha espresso due volte la sua contrarietà all’energia nucleare. La prima volta nel 1987 e la seconda nel 2011. In entrambi i casi il voto referendario è arrivato pochi mesi dopo disastri avvenuti nelle centrali nucleari, la prima a Cernobyl la seconda a Fukushima.
Espressioni di voto che non potevano non essere influenzati dall’emotività generata da catastrofi di tale portata.
La necessità, sempre crescente, di energia, così come gli obblighi europei in termini di transizione energetica e climatica, hanno riproposto al nostro paese (ma non solo) di riprendere la valutazione dell’introduzione dell’energia atomica nel mix energetico.
Ne abbiamo parlato, nel corso del Meeting di Rimini, con Giuliano Frosini, docente dell’Università Luiss.
Il 30 luglio la Conferenza Unificata ha dato parere positivo al disegno di legge delega sul nucleare. Solo tre regioni contrarie: Sardegna, Toscana e Umbria. È la sindrome del Nimby?
La discussione sul nucleare è tra le più interessanti. Da quando si è scelto di chiudere con il nucleare, con i referendum dell’87 e del 2011, ci si è sempre carsicamente trovati nella condizione di affrontare le problematiche connesse allo sviluppo di questa tecnologia. Tecnologia che, almeno l’emissione di gas serra, è considerata, tra virgolette, energia pulita. Questo lo dico non per anticipare un giudizio o una posizione, quanto più per sottolineare che i veri discriminanti, su questo tema, sono i costi e la sicurezza, anzi prima la sicurezza e poi i costi. Quindi, è abbastanza normale che nella divisione tra i territori e il governo centrale lo sviluppo di un ragionamento necessiti di alcuni approfondimenti.
Come si supera la sindrome Nimby?
È chiaro che il problema riguarda soprattutto quei territori che hanno un’impostazione di maggiore sensibilità rispetto ad alcune argomentazioni. Dal punto di vista complessivo sicuramente questa sensibilità va tenuta in considerazione, altrettanto però non si può accettare l’idea che gli impianti di sviluppo vadano bene a patto che siano nel giardino del vicino. Peraltro, a partire dalla decisione del referendum ’87, i sostenitori del nucleare hanno sempre sottolineato basta essere vicini di casa della Francia per essere impattati da questioni legate alla sicurezza. Come si supera? Col dialogo e il ritorno alla politica. Un dialogo trasparente, che contemperi gli interessi di tutti e rappresentativo degli aspetti positivi e negativi. Le problematiche dei territori devono emergere ma non devono essere ideologiche.
Dal punto di vista della comunicazione crede che gli attori istituzionali coinvolti (MASE, MIT, Presidenza del consiglio) stiano facendo abbastanza per favorire il dialogo?
L’approvazione di una legge delega e il parere favorevole della conferenza mi sembra positivo. Io penso che la comunicazione intorno a questo argomento dovrebbe essere esplicativa di problematiche che in parte sono tecniche, in parte però sono semplici.
Che intende?
La questione nucleare riguarda anche il dibattito sulla transizione energetica e climatica. Però, di solito, chi afferma di voler ridurre la Co2 non prende in considerazione il nucleare come soluzione, come tecnologia che, invece, porta in dote una soluzione di questi problemi.
Resta sul tavolo la questione dei costi della transizione energetico – climatica.
Come dice il Presidente Draghi nel suo rapporto la transizione energetico climatica non può prevedere dei costi caricati sulle spalle dei cittadini. Anche quando si parla di reti, che se si sceglie la strada del nucleare vanno sviluppate, c’è sempre il problema l’elettrodotto o del traliccio che nessuno vorrebbe nel suo giardino di casa. Tra l’atro il nucleare, per fare un esempio che può essere esplicativo, è come un motore diesel, una volta che è partito non si può spegnere o modulare a piacimento; quindi, bisogna trovare il modo di consumare e di trasportare energia lì dove serve. Per esempio, la Francia, nelle ore notturne, vende al nostro sistema e ai nostri TSO energia a prezzo negativo e noi ci ricarichiamo i pompaggi.
Tra l’altro anche le rinnovabili non sono a costo (anche ambientale) zero.
Sì, se si decide di coprire la domanda con un’offerta totalmente rinnovabile resta il tema di dare risposta ai picchi di consumo con “massa rotante”, energia secondaria che insegue il picco quando arriva la nuvola o quando cala il vento. Oggi una percentuale rilevante, a due cifre, della produzione di energia del nostro paese è fatta da fonte rinnovabile. Quindi, o siamo in grado di coprire puntualmente quella domanda, oppure questa energia dobbiamo metterla da parte e oggi è ancora piuttosto difficile trovare una tecnologia di storage che non sia inquinante ed invasiva. Perché il cittadino sensibile al tema come non vuole la centrale nucleare non vuole nemmeno il campo di batterie che contengono litio, cobalto e vanadio. Alcuni megawatt ora per essere conservati richiedono le dimensioni di impianti che, ad oggi, sono più vicine a un campo di calcio che di uno stanzino.
Il nucleare potrebbe far parte del mix energetico.
Il sistema energetico italiano è un sistema di eccellenza. Le capacità tecnologiche del nostro TSO, Terna, dotato di grandissime professionalità, e dei grandi operatori, non solo l’Enel, la più conosciuta ma anche a tutti i player che sono arrivati, un sistema energetico, il GSE e il GME, ci mettono al riparo da eventi di assenza di energia, come il blackout che ha colpito la Spagna ad aprile. Questo il sistema italiano oggi lo assicura. Chiaramente per essere in equilibrio il sistema energetico necessita di essere alimentato costantemente, e il nucleare sicuro potrebbe essere una ipotesi accattivante.
La transizione ecologica ha prodotto il ritorno del nucleare. Eterogenesi dei fini o a pensare male si fa peccato?
Il dibattito su questo tema non deve essere ideologico ma di comprensione dettagliata, ovviamente lasciando la parola agli esperti. Per esempio un tema sono i nuovi small reactors. Quanto inquinano di meno? Ecco alla luce di queste spiegazioni si può valutare se la sensibilità del paese possa tornare a favorire un dibattito che sia più aperto arrivando, eventualmente, a decidere un ritorno al nucleare riprendendo quegli investimenti che, in alcuni casi, non si sono mai fermati.