La Corte Costituzionale traccia una nuova linea per l’agrivoltaico: la transizione energetica non può sacrificare suolo agricolo, paesaggio e biodiversità. L’analisi su Pianeta Terra
L’imperativo della transizione energetica non può calpestare i diritti dell’agricoltura. È quanto emerge dalla sentenza n. 127 del 2026 della Corte Costituzionale, che ha detto basta al fotovoltaico con moduli appoggiati a terra nei terreni agricoli. Un verdetto destinato a far scuola, spiega Massimo Ragazzo, avvocato dello studio Gslex, nell’intervento pubblicato sull’ultimo numero della rivista Pianeta Terra. Ma nella sentenza c’è ancora un piccolo rebus che promette di riempire le aule dei tribunali amministrativi nei prossimi mesi: cosa si intende esattamente per “altezza adeguatamente elevata da terra”?
PERCHE’ IL FAR WEST DELL’AGRIVOLTAICO E’ FINITO
L’Ue chiede di spingere sulle rinnovabili ad ogni costo, quindi ogni divieto ad installare pannelli nei campi è incostituzionale e frena la transizione ecologica. Questo era, fino ad oggi, il principio fondante dei ricorsi delle compagnie energetiche per i nuovi impianti. Ma i giudici della Corte Costituzionale hanno smontato questo orientamento, definendolo “interesse tiranno”. In altre parole, la transizione energetica non può azzerare tutto il resto.
Come evidenzia l’avvocato Ragazzo nel suo commento, i giudici hanno specificato che il principio di massima diffusione delle rinnovabili non è un valore assoluto. Il suolo agricolo, la tutela del paesaggio agrario, la sicurezza alimentare e la biodiversità sono beni dotati di pari dignità costituzionale, protetti a chiare lettere dall’articolo 9 della Costituzione.
MODULI A TERRA NO, AGRIVOLTAICO SOLLEVATO SI’
La Consulta non ha bloccato la tecnologia o la produzione di energia pulita in campagna. Il divieto dei giudici colpisce esclusivamente i pannelli distesi a terra, una modalità ritenuta troppo invasiva.
Infatti, resta spalancata la porta all’agrivoltaico avanzato: impianti con moduli sollevati da terra ad altezze adeguate, sufficienti a lasciar scorrere sotto i trattori, far pascolare il bestiame e continuare a far crescere il grano o la vite.
Per gli operatori del settore energetico l’unica via percorribile nelle zone rurali diventa l’innovazione dell’agrivoltaico ad alta quota, dove la tecnologia si adatta alla natura e non viceversa. Una limitazione che si aggiunge anche ai paletti sulla conservazione di almeno l’80% della produzione agricola potenziale.
ADDIO SCUSA DELLE AREE DEGRADATE
Un altro passaggio importante della pronuncia, sottolinea Ragazzo, riguarda il tentativo delle aziende di aggirare il divieto attaccandosi al concetto di “terreno abbandonato o degradato”. La Consulta ha specificato che la classificazione urbanistica (la famosa zona “E” dei piani regolatori) serve a garantire la certezza del diritto. Per questa ragione, le compagnie energetiche non possono affidarsi a valutazioni fattuali contingenti, transitorie e opinabili come la “degradazione” di un terreno per autorizzare scempi irreversibili.
La destinazione agricola protegge non solo ciò che un campo produce oggi, ma la sua potenzialità futura. In parole povere, i giudici hanno chiarito che il suolo è un bene comune e la sua vocazione non si cancella solo perché un ettaro è rimasto a riposo per qualche stagione.

