Scenari

Libia, Egitto, Israele. Il Taccuino estero di Orioles

Libia

La Conferenza di Berlino sulla Libia, la prevista crescita economia record per l’Africa nel 2020 e l’avvio della “East Mediterranean Gas” pipeline tra Egitto e Israele dopo sei anni di stop dovuti a problemi interni del Cairo sono stati al centro dell’agenda energetica di questa settimana

La Conferenza di Berlino sulla Libia di ieri è riuscita. O almeno, se il suo obiettivo era – come scriveva alla vigilia l’Ispi – di far sedere allo stesso tavolo i “rappresentanti dei principali paesi e organizzazioni internazionali coinvolti nella crisi libica”, con particolare riguardo agli “attori esterni, la cui intromissione nella crisi libica ha provocato un’escalation di violenza”, l’iniziativa voluta da Angela Merkel con la benedizione di Onu e Unione Europea è stata un pieno successo.

A discutere ieri nella capitale tedesca di come far cessare la violenza nella nostra ex colonia, e riannodare i fili di un processo politico arenatosi ad aprile con l’avanzata del generale Khakifa Haftar verso Tripoli, c’erano i leader di (quasi) tutti i paesi che, in Libia, non si sono fatti i fatti propri, affiancati da una piccola serie di attori nazionali ed internazionali chiamati a fungere da garanti di un eventuale accordo politico raggiunto al termine dei lavori.

A decidere i destini del paese più disastrato del Maghreb si sono ritrovati così i rappresentanti di Algeria, Cina, Egitto, Francia, Germania, Italia, Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti, cui vanno aggiunti quelli di Onu, Unione africana, Unione europea e Lega araba.

Anche a livello di nomi, il parterre era di tutto rispetto. Donald Trump, che ha preferito inviare il fido Segretario di Stato Mike Pompeo, ha perso l’opportunità di farsi quattro chiacchiere con Zar Vladimir Putin. Il quale, tutt’altro che dispiaciuto dell’assenza del tycoon, si è concesso un bilaterale dalla fittissima agenda con l’altro grande protagonista della crisi libica nonché suo partner in affari, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

 

 

Nutrita la presenza dei leader del Vecchio Continente, che del resto era proprio quello che, con la conferenza di ieri, si era proposto di tornare protagonista di una crisi sfuggita da tempo al suo controllo.

A dar man forte alla padrona di casa Angela Merkel si sono così presentati  i vertici della Ue – il presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quello del Consiglio Europeo Charles Michel – accompagnati dal presidente francese Emmanuel Macron, dal primo ministro britannico Boris Johnson e dal suo collega italiano Giuseppe Conte (presentatosi con il n. 1 della Farnesina Luigi Di Maio).

Per le Nazioni Unite, formalmente titolari di un processo di pace in Libia in corso da più di tre anni ma a tal punto calpestato da lasciarne in piedi solo lo scheletro, c’erano il Segretario Generale Antonio Guterres nonché il suo inviato per la Libia Ghassam Salamé.

Al tavolo si sono accomodati quindi anche il presidente egiziano al-Sisi, il suo collega algerino appena eletto Abdelmadjid Tebboune, il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahya, e il presidente del Congo Brazzaville, Denis Sassou Nguesso, presente in quanto presidente del Comitato di alto livello dell’Unione Africana sulla Libia.

E poi c’erano, naturalmente, i duellanti: il barcollante primo ministro di Tripoli Fayez al-Sarraj e lo scalpitante generale Khalifa Haftar che ne vuole prendere il posto. I quali, come da manuale, si sono reciprocamente ignorati per tutto il tempo.

L’unica parvenza di contatto tra i due contendenti l’ha stabilita la cancelliera Merkel incontrandoli separatamente prima di aprire i lavori della Conferenza.

Non dev’essere stato facile, il compito di Angela. A Berlino, sia Sarraj che Haftar sono arrivati o con il dente avvelenato (l primo) o mordendo il freno (il secondo). Sarraj, anzi, ha pensato bene di farsi annunciare da un paio di ruvide interviste – una alla testata tedesca Welt am Sonntag, l’altra all’agenzia Dpa – nelle quali ha strigliato gli europei che non solo “sono arrivati troppo tardi”, ma hanno oltraggiato la sua persona rifiutandosi di “schiera(rsi) in modo chiaro contro l’offensiva di Khalifa Haftar” scattata ad aprile.

E su quest’ultimo, ovviamente, il capo del GNA in queste interviste ha messo tutti sul chi va là, sottolineando come “ci sia da dubitare della (sua) serietà (visto che) tutti sanno che aspira al potere ad ogni costo”.  Su tali premesse, Sarraj ha dunque elevato il suo monito: “Se l’aggressione del generale Khalifa Haftar riprenderà, continueremo a difenderci con forza fino a quando non sarà sconfitta”.

Dal canto suo, l’uomo di poche parole che guida l’Esercito Nazionale Libico e che vuole gettare a mare Sarraj con tutti i suoi sostenitori si è fatto annunciare con una sequenza di atti eloquenti: bloccando alla vigilia della conferenza i porti della Libia centrale ed orientale, determinando automaticamente il dimezzamento della produzione di greggio, e ordinando il giorno successivo – come ha informato via Twitter il Libya Observer – alle milizie a lui fedeli di bloccare le estrazioni dai pozzi di El Sharara.

È su questo campo minato che la Conferenza di ieri  ha quindi gettato il proprio asso, un documento conclusivo in sei capitoli e 55 punti che viene diffuso in mattinata dai media internazionali con un ammonimento: il testo dilagato sul web e nei social subirà durante i lavori del pomeriggio tante e tali modifiche da parte dei leader e dei loro alacri sherpa da consigliare estrema prudenza.

La suggerivano, del resto, i contenuti stessi di quel documento, scritto con l’ambizione di sciogliere i nodi principali della crisi: il cessate il fuoco, anzitutto, e poi l’embargo sulle armi, la ripresa del processo politico per arrivare a un governo unificato, fino alle cose decisamente più futuribili come un programma di riforme nel campo della sicurezza, dell’economia e in materia di diritti umani. Vaste Programme, avrebbe detto quel famoso predecessore di Macron.

Ebbebne, dopo quattro ore di confronto serrato, da Berlino è partita la lieta novella: tutti i ‘big’ riuniti a quel tavolo hanno approvato la bozza.

Che ci fosse poco da esultare, tuttavia, lo avrebbe chiarito poco dopo il nostro Huffington Post, riferendo delle due uniche firme assenti su quel pezzo di carta. Sono quelle di Sarraj e Haftar, i due contendenti che – scrive la testata diretta da Lucia Annunziata – “sono a Berlino ma (… ) non siglano la bozza di accordo. Né si stringono la mano. Non si incontrano nemmeno. Non intervengono a dire la loro in plenaria. Restano fuori tutto il tempo e rigorosamente in stanze separate”.

È una verità amara che anche il nostro presidente del Consiglio è costretto a masticare, sottolineando come Haftar e Sarraj – che, ricorda Conte,  sebbene “non sedevano al tavolo” della conferenza  erano “costantemente aggiornati” sul suo andamento – “formalmente non hanno condiviso i 55 punti” della dichiarazione finale.

“Non abbiamo risolto tutti i problemi”, è stato costretta ad ammettere anche Angela Merkel. Che tuttavia, in uno slancio speranzoso, ha esibito ai giornalisti il bicchiere mezzo pieno di una conferenza in cui, se non altro, “abbiamo creato lo spirito, la base per poter procedere sul percorso Onu designato (da) Salamé”.

“Abbiamo messo a punto un piano molto ampio – ha poi aggiunto la cancelliera – tutti hanno collaborato in modo molto costruttivo (e) tutti sono d’accordo sul fatto che vogliamo rispettare l’embargo delle armi con maggiori controlli rispetto al passato”.

Sulla via del ritorno, Mike Pompeo affidava a Twitter la sua medesima convinzione che a Berlino vi sia stato un “”(d)ialogo produttivo (…) per trovare una soluzione politica in Libia. Siamo a fianco del popolo libico – ha concluso il capo della diplomazia Usa -. mentre lavora per un futuro sicuro, libero dalla violenza e dalle interferenze straniere”.

E anche Antonio Guterres sceglieva di glissare sull’odio cieco tra Sarraj e Haftar per evidenziare come la conferenza abbia fatto comunque emergere “un forte impegno di tutti – inclusi, ha aggiunto significativamente il n. 1 del Palazzo di Vetro, “quelli che possono avere un ruolo diretto nel conflitto” – per “una soluzione pacifica della crisi”.

“Ci possiamo ritenere soddisfatti – è stata invece la dichiarazione di Giuseppe Conte – perché comunque abbiamo compiuto passi avanti, 55 punti condivisi, che includono il cessate il fuoco, l’embargo sull’arrivo di nuove armi ed un percorso politico-istituzionale ben definito. E’ stato nominato anche il comitato militare congiunto che veglierà, monitorerà che la tregua sia rispettata, abbiamo dei passi avanti significativi”.

Quando però Conte si è misurato con “il problema di una forza che assicuri le operazioni di pace e monitoraggio, a cui l’Italia è disponibile a dare un contributo”, è stato costretto a fare i conti con le obiezioni di molti dei presenti.

“Non sono sicuro che ci sia spazio per una missione europea in Libia”, ha osservato ad esempio Salamè, per il quale l’opzione di un intervento militare esterno, ancorché di peacekeeping o peace enforcing, deve essere considerata l’ultima ratio.

“Se c’è un accordo politico forte – ha ragionato l’inviato – sono meno necessari i soldati. Se invece l’accordo politico è molto debole, non ci saranno mai abbastanza soldati sul terreno per controllare la pace”.

Insomma, saranno i fatti che si svilupperanno nelle prossime ore sul terreno libico – dove vige una tregua quanto mai fragile – a dirci che la Conferenza di Berlino è almeno parzialmente riuscita nel suo intento, o se questa montagna ha partorito il classico (e inutile) topolino.

 


 

CRESCITA ECONOMICA RECORD PER L’AFRICA NEL 2020

Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e tutte le istituzioni finanziarie globali che contano sono concordi, scrive Quartz: proprio come l’anno scorso, in questo 2020 sarà l’Africa il continente con i paesi che esibiranno la più robusta crescita economica annuale.

Leggermente mutata rispetto a quella del 2019, la graduatoria vede in testa il Sud Sudan e il Ruanda, il cui Pil dovrebbe crescere di circa l’8%. Seguono Costa D’Avorio (7,3%), Etiopia (7,2%), Senegal (6,8%), Benin (6,7%), Uganda (6,2%) e altri quattro paesi (Kenya, Mozambico, Niger, Burkina Faso) che metteranno a segno un ottimo +6%.

Il risultato di queste performance si riverbererà sul tasso medio di crescita di tutto il continente, che dovrebbe attestarsi al 3,8%: un dato che avrebbe potuto essere superiore se le due principali economie africane, ossia Nigeria e Sud Africa, non fossero avviate verso una crescita decisamente più contenuta (rispettivamente 2,5% e 1,1%).

La Nigeria, in particolare, paga il forte ritardo nelle riforme economiche annunciate dall’attuale presidente e la conseguente incapacità di sollevare dalla povertà una fetta non irrilevante dei suoi 200 milioni di abitanti. Quanto al Sud Africa, la sua crescita magra dipenderà da fattori come la perdurante crisi del settore elettrico e dall’instabilità politica.

Le buone notizie per l’Africa non finiscono qui. Secondo il Foresight Africa report della Brookings Institution, il quinquiennio che si è aperto lo scorso capodanno sarà particolarmente propizio per cinque economie del continente – Senegal, Ruanda, Niger, Uganda e Mozambico – che diventeranno i paesi con il più rapido tasso di crescita economica al mondo, compreso tra il 6,9% del Mozambico e l’8,3% del Senegal.

Non è tutto. Gli analisti della Brookings intravedono all’orizzonte una vera e propria manna per il continente: sono i frutti che le economie africane potrebbero raccogliere qualora l’African Continental Free Tree Agreement (AfCFTA) entrasse pienamente in vigore.

Nello scenario ideale delineato dal think tank di New York – implementazione piena dell’AfCFTA e apertura di una nuova stagione di intensa liberalizzazione e aumento degli scambi commerciali intra-africani (che potrebbero aumentare, è la stima dell’istituto, fino a ben un terzo) – il Pil aggregato del continente potrebbe fare in dieci anni un balzo monstre, passando dagli attuali 2,1 trilioni di dollari a 3.

Un’ipoteca, tuttavia, grava su questi scenari e si chiama debito, che quasi ovunque in Africa aumenta a ritmi esponenziali. Quartz ricorda, a tal proposito, che tra il 2018 e il 2019 il continente ha emesso più di cinquanta miliardi di eurobond, per un ammontare superiore a tutti gli eurobond emessi tra il 2003 e il 2016.

Come osserva Charles Robertson di Renaissance Capital, tali livelli di debito – il quale, rimarca l’analista, fa comunque gola agli investitori internazionali grazie a tassi decisamente superiori ai bond del Tesoro Usa – faranno stazionare per lungo tempo all’orizzonte del continente lo spettro del default.

  

ATTIVATA LA PIPELINE “EAST MEDITERREAN GAS” DA ISRAELE ALL’EGITTO

A partire da mercoledì scorso l’Egitto ha iniziato a importare il gas che dal giacimento offshore “Leviathan”, al largo della costa sud di Israele, raggiunge il Paese delle piramidi attraverso la pipeline “East Mediterranean Gas Co”, che è stata attivata dopo sei anni di stop dovuti a problemi interni del Cairo nonché ai ripetuti attacchi all’infrastruttura condotti dalle milizie jihadiste nella penis0la del Sinai.

L’avvenimento è stato salutato dal ministero egiziano per il Petrolio e le Risorse Minerarie come “un importante sviluppo che va a beneficio degli interessi economici di entrambi i Paesi”.

Risale al 2018 l’accordo tra la compagnia israeliana Delek Group Ltd e quella egiziana Egyptian East Gas Co – che il governo di Gerusalemme considera la più importante intesa con il paese vicino dopo l’accordo di pace di Camp David del 1979 – per assumere il controllo della pipeline che ha porta ora lo stesso nome dell’azienda del Cairo.

Insieme al suo partner texano Nobel Energy Inc, Delek Group conta di riversare in Egitto, attraverso la pipeline, 85 miliardi di metri cubi di gas nell’arco di quindici anni.

Oltre che per il consumo interno, tale notevole ammontare di gas permetterà al Cairo di esportarlo nuovamente in forma liquefatta: uno sviluppo che attrarrà molta attenzione nella vicina Europa, alle prese con il ben noto problema della diversificazione degli approvvigionamenti e, quindi, della necessità di ridurre la sua forte dipendenza dalle forniture energetiche russe.

Se a tutto ciò aggiungiamo i 30 trilioni di metri cubi di gas che si stima si trovino in Zohr, il giacimento che l’Egitto ha scoperto nel 2015 e che si è rivelato il più grande di tutto il Mediterraneo, è facile immaginare per il  Cairo – che proprio grazie a Zohr è passato di punto in bianco da paese importatore ad esportatore netto –  un ruolo saliente negli approvvigionamenti futuri dei paesi europei.