Sostenibilità

L’Industria petrolifera soffre di una crisi di fiducia?

I cambiamenti in atto legati alla necessità di tutelare l’ambiente e limitare il riscaldamento globale stanno minando le certezze delle Big Oil, ormai sempre più lanciate in un futuro di decarbonizzazione

La settimana appena trascorsa rischia di segnare una tappa di passaggio importante anche per il settore petrolifero mondiale. Per la prima volta, venerdì scorso, migliaia di persone soprattutto studenti, sono scesi in piazza in tutto il mondo per lanciare un grido di allarme sui cambiamenti climatici, con l’intento di smuovere le coscienze politiche. Anche i vertici del settore petrolifero, per loro natura meno indotti a modificare il business per ascoltare i problemi ambientali, stanno cominciando a cambiare pelle. Sotto la spinta degli azionisti che sempre di più chiedono un cambiamento suonando l’allarme dei rischi che si profilano all’orizzonte.

UN SINTOMO DEL CAMBIAMENTO ALL’IHS CERAWEEK DI HOUSTON

Un esempio concreto arriva dalle cronache che raccontano l’annuale IHS CERAWeek Conference di Houston, in genere un raduno dei colossi del petrolio che si incontrano per celebrare i loro affari senza concentrarsi troppo sui cambiamenti climatici. Quest’anno le cose però sono andate un po’ diversamente. E, secondo quanto scrive la stampa di settore, si è respirata un’ansia palpabile per il futuro. Gli azionisti stanno esercitando, infatti, sempre maggiori pressioni sulle aziende per segnalare i rischi dell’esposizione ai cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, i vertici petroliferi temono che il cambiamento delle tecnologie, spinto dalla politica governativa, possa minacciare le future vendite di petrolio.

IL CASO EMBLEMATICO DELLA EQUINOR

Un caso su tutti è quello della norvegese Equinor. Eldar Saetre, CEO della compagnia petrolifera norvegese, ha ammesso che l’industria sta affrontando una “crisi di fiducia” e che le aziende non stanno facendo abbastanza per pianificare il cambiamento epocale che sta iniziando a svilupparsi. “Dobbiamo guidare questo cambiamento come industria, essere parte della soluzione e non essere trascinati in un futuro a basse emissioni di carbonio”, ha detto Saetre al Wall Street Journal. Alcune aziende stanno portando avanti la loro strategia, ma “c’è sicuramente una larga negazione all’interno delle aziende e nei consigli di amministrazione, così come ignoranza e riluttanza ad agire”. La settimana scorsa, il fondo sovrano norvegese che ha pancia qualcosa come mille miliardi di dollari di liquidità, ha proposto di disinvestire dalle compagnie petrolifere: una scelta che potrebbe rivelarsi storica, segnando l’inizio di un capitolo difficile per l’industria petrolifera.

BP CONDIVIDE UN FUTURO LOW CARON MA SPINGE PER DEPOTENZIARE LE REGOLE USA SULLE EMISSIONI

Ma non c’è solo Equinor a guidare il cambiamento. Anche il CEO di BP ha detto che l’industria deve cambiare se vuole adattarsi. “Dobbiamo dimostrare che condividiamo l’obiettivo comune di un futuro a basse emissioni di carbonio e che stiamo agendo”, ha detto Bob Dudley al CERAWeek di Houston aggiungendo che le compagnie petrolifere dovrebbero impegnarsi con i sostenitori del Green New Deal. “Possiamo fare la nostra parte solo se abbiamo la fiducia della società e dei nostri azionisti. Questo significa impegnarsi di più con i giovani”. Parole rassicuranti ma anche rivelatrici di un’industria che sta iniziando a sentire una seria pressione al cambiamento dagli azionisti e dalla società in generale. Allo stesso tempo, Financial Times ha riferito che BP “ha esercitato forti pressioni per indebolire le regole statunitensi sulle emissioni di metano, anche se il gruppo energetico si è lanciato come leader di una campagna per ridurre il rilascio del potente gas serra”.

EOG RESOURCES E ROYAL DUTCH SHELL SONO PRONTE

Tuttavia, altre compagnie petrolifere sono disposte a dare un segnale concreto. EOG Resources ha accettato di limitare le emissioni di metano, piegandosi alle pressioni degli azionisti, malgrado in passato abbia combattuto contro tali misure. La Royal Dutch Shell si è probabilmente spinta oltre, stabilendo pacchetti di compensazione con collegamenti agli obiettivi di riduzione delle emissioni. “Come saremmo un’azienda energetica di successo nel 2040 se non siamo davvero bravi a fornire ai nostri clienti energia a basse emissioni di carbonio?”, ha dichiarato Maarten Wetselaar, direttore del gas integrato e delle nuove energie alla Royal Dutch Shell, al WSJ. “Se vuoi essere un vincitore in questo settore tra 20 anni, questo è il gioco”. Martedì scorso, un altro funzionario Shell ha espresso direttamente sostegno alle normative federali degli Stati Uniti sulle emissioni di metano. “Si tratta di una parte importante del problema climatico e francamente possiamo fare di più”, ha dichiarato Gretchen Watkins, presidente della Shell, in un’intervista alla Reuters. “Di solito non diciamo ai governi come fare il loro lavoro, ma siamo pronti a rompere con questo schema e a dire: ‘In realtà, vogliamo dirvi come fare il vostro lavoro’”, ha ammesso esortando l’EPA, l’ente federale di protezione dell’ambiente Usa “a inserire in un quadro normativo la regolazione delle emissioni di metano esistenti e future”. L’amministrazione Trump ha invece fatto il contrario, proponendo di ridurre le normative sul metano.

DECARBONIZZAZIONE ENI: L’OBIETTIVO È QUELLO DI ELIMINARE LE EMISSIONI NETTE DELL’UPSTREAM ENTRO IL 2030

eniE in Italia? “La decarbonizzazione è strutturalmente presente in tutta la nostra strategia ed è parte preponderante delle nostre ambizioni per il futuro – ha ammesso l’ad di Eni Claudio Descalzi presentando il piano strategico dell’azienda -. Affrontare la doppia sfida da un lato di soddisfare i crescenti bisogni di energia, dall’altro di ridurre le emissioni in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, rappresenta una priorità strategica per il nostro CdA. Come primo passo, il nostro obiettivo è quello di eliminare le emissioni nette dell’upstream entro il 2030. Riusciremo a raggiungere questo obiettivo aumentando l’efficienza operativa, riducendo quindi al minimo le emissioni dirette di CO2 del business e compensando le emissioni residuali con vasti progetti di forestazione. Facendo leva sulla nostra dimensione, porteremo benefici concreti alle comunità locali grazie alle iniziative di forestazione diretta, che comprenderanno anche la creazione di nuovi posti di lavoro. Inoltre, utilizzeremo un approccio circolare per massimizzare l’uso dei rifiuti come materie prime e allungare la vita dei siti industriali. Un ruolo chiave in questo processo verso un modello più sostenibile sarà giocato dall’impiego di nuove tecnologie”. Al fine di rafforzare il processo di decarbonizzazione della società, Eni prevede di investire circa 3 miliardi che verranno impiegati principalmente per progetti di efficienza energetica, abbattimento del flaring, economia circolare e fonti rinnovabili. Il programma di investimenti di Eni è di alto valore e resiliente anche in uno scenario difficile. L’attuale portafoglio di progetti upstream in esecuzione è più profittevole di prima, con una riduzione del prezzo di breakeven a $25 al barile e un IRR totale di circa il 22%. Inoltre, il portafoglio di progetti di Eni rimane competitivo e con rendimenti stabili anche in presenza di scenari low carbon.