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Le major del petrolio tornano all’esplorazione in acque profonde

Aumentano i nuovi progetti ma rispetto al passato sono più semplici e meno costosi

Grazie all’aumento dei prezzi del petrolio, le perforazioni in acque profonde sono tornate a essere convenienti, come in passato. Ma con una differenza: i progetti che vengono approvati attualmente sono meno costosi, più semplici e spesso più piccoli di quanto avveniva in precedenza.

L’ATTIVITÀ DI PERFORAZIONE NEI GIACIMENTI IN ACQUE PROFONDE AUMENTERÀ DEL 10% NEL 2018

Schlumberger, la più grande società di servizi petroliferi quotata in borsa del mondo, per esempio, ha salutato con favore il ritorno delle perforazioni nelle profondità degli oceani da parte delle major petrolifere trattandosi, di fatto, di aree ad alto costo e ad alto rischio quasi abbandonate durante il crollo dei prezzi del petrolio. Secondo l’azienda l’attività di perforazione nei giacimenti in acque profonde aumenterà del 10% nel 2018 rispetto allo scorso anno e ancora di più nel 2019.

SHELL, TOTAL, BP ED EQUINOR SONO GIÀ AL LAVORO

Tra le aziende più importanti del settore, Royal Dutch Shell, Total, BP ed Equinor stanno ridisegnando i progetti per ridurre la complessità e utilizzare meglio l’infrastruttura esistente. Inoltre, stanno negoziando condizioni migliori con gli appaltatori e stanno utilizzando la tecnologia per aumentare l’efficienza e ridurre i posti di lavoro. “Con i costi che scendono ed i prezzi del greggio che salgono, le major si trovano nella posizione migliore con questi progetti in mare aperto”, ha ammesso Sarp Ozkan del gruppo di ricerca Drillinginfo al Financial Times.

LA PERFORAZIONE IN ACQUE PROFONDE PUÒ ENTRARE IN COMPETIZIONE CON LO SHALE USA

La perforazione in acque profonde – definite come perforazioni in profondità superiori ai 300 metri – tradizionalmente hanno sempre richiesto prezzi del petrolio elevati per garantire redditività. Mentre ora, l’economicità di alcuni progetti può addirittura sfidare i campi di shale degli Stati Uniti, rendendoli particolarmente attraenti. Il Parlamento norvegese, solo per fare un esempio, ha approvato un progetto da 6 miliardi di dollari di Equinor per lo sviluppo del giacimento petrolifero di Johan Castberg nell’Artico il mese scorso. Il progetto, afflitto da costi elevati e ritardi, è stato riprogettato per dimezzare le spese e può ora essere redditizio per prezzi in discesa fino a 35 dollari al barile. La stessa Equinor ha ammesso che questo aspetto ha segnato una “svolta” nella sua strategia per le acque profonde.

IL GOLFO DEL MESSICO SI STA RIAPRENDO ALLE ESPLORAZIONI DOPO LA DEEPWATER HORIZON

Anche Shell sta beneficiando di quello che il capo dell’esplorazione e della produzione Andrew Brown ha definito un “approccio allo sviluppo a costi inferiori”. Pochi mesi dopo aver vinto i blocchi nelle acque atlantiche del Brasile, la compagnia si è aggiudicata nove dei 19 blocchi di petrolio e gas del Golfo del Messico dell’asta messicana lanciata a gennaio. Un segnale, dunque, che l’attività nel Golfo del Messico sta riprendendo. Lo smantellamento delle regole sulle perforazioni offshore da parte dell’amministrazione Trump, messo in atto dopo il disastro della piattaforma Deepwater Horizon del 2010, potrebbe anche aprire la strada ad altre perforazioni nella piattaforma continentale esterna degli Stati Uniti.

GLI ANALISTI DI BERNSTEIN SI ASPETTANO 40 DECISIONI FINALI DI INVESTIMENTO QUEST’ANNO

Gli analisti di Bernstein si aspettano 40 decisioni finali di investimento, indicatori della produzione futura, per i progetti offshore di petrolio e gas nel 2018, compresi quelli in acque profonde. L’anno scorso ne sono stati approvati 29, 14 nel 2016, ma ancora ben al di sotto degli 87 approvati nel 2012. “I grandi operatori che lavorano in acque profonde hanno un flusso di cassa molto più libero e i loro bilanci stanno migliorando, ecco perché i progetti sono in fase di approvazione – ha dichiarato Martijn Rats, stratega petrolifero globale di Morgan Stanley a FT -. Ma ora si può fare con molto meno capitale”.

ECCO COME LE AZIENDE RISPARMIANO

Ma come riescono a risparmiare le grandi aziende? Si utilizzano pezzi standard, si collegano le nuove scoperte con gli impianti di produzione esistenti per risparmiare sui costi e così via. Un esempio è lo sviluppo del giacimento Alligin da parte di BP a ovest delle Shetland: sarà realizzato attraverso l’utilizzo di una nave galleggiante di produzione e stoccaggio della Glen Lyon, uno dei maggiore produttori di energia. E non solo. Per la compagnia britannica, altre grandi opportunità si aprono nel settore anche in Mauritania e Senegal, in Nuova Scozia, Sudafrica e Namibia.

IL PICCO DELLO SHALE NEL 2020 PORTERÀ IL RITORNO DEFINITIVO ALLO SVILUPPO DELLE ATTIVITÀ IN ACQUE PROFONDE

Ma non tutti sono convinti che questo sarà il percorso del settore petrolifero. Michael Wirth, amministratore delegato di Chevron, il mese scorso ha detto al Financial Times che l’emergere dello shale americano come fonte su larga scala di approvvigionamento di petrolio a basso costo avrebbe tagliato fuori i progetti di frontiera più rischiosi in acque profonde considerati al momento “non necessari”. Ciononostante, un drastico calo degli investimenti durante la recessione del mercato e l’attenzione rivolta ai cosiddetti progetti a ciclo breve, come lo shale americano dovrebbe far raggiungere il picco nel 2020, richiedendo un maggior numero di progetti offshore per soddisfare la domanda. Per questo, secondo Schorn  di Schlumberger “nella domanda a lungo termine si tornerà a sviluppare le attività in acque profonde”.