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L’Ue rischia una nuova crisi energetica. Ecco perché l’Italia non può dormire tranquilla

Hormuz e Bab el-Mandeb sotto pressione, la Germania entra nell’inverno con gli stoccaggi di gas sotto gli obiettivi e l’Italia resta dipendente dall’estero. La prossima crisi potrebbe costare cara a imprese e famiglie

L’inverno porterà con sé una nuova crisi internazionale che rischia di compromettere la sicurezza degli approvvigionamenti, alimentare i prezzi energetici e mettere ulteriormente sotto pressione il sistema industriale europeo. La guerra in Iran ha riportato al centro della scena la dipendenza europea dalle rotte marittime internazionali e dalla stabilità geopolitica delle regioni produttrici di petrolio e gas. La prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz continua a creare forte instabilità sui mercati energetici. E non è tutto. Sul fronte meridionale della penisola arabica, il confronto tra gli Houthi e l’Arabia Saudita ha riportato Bab el-Mandeb al centro delle preoccupazioni internazionali. Le minacce al traffico commerciale e gli attacchi alle navi hanno aggiunto un’altra incognita alla sicurezza dei collegamenti tra Asia ed Europa. La conseguenza è l’aumento del rischio per le catene di approvvigionamento, dei costi assicurativi e logistici e della volatilità dei mercati energetici. Il sistema energetico globale deve fare i conti con un rischio geopolitico crescente, proprio mentre le economie occidentali cercano di contenere i costi dell’energia e sostenere la propria capacità produttiva. Una situazione che impone interrogativi sempre più urgenti sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla competitività industriale. Perché sostituire dall’oggi al domani petrolio e gas con rinnovabili e nucleare è un’utopia. Intanto, l’Italia continua a fronteggiare l’emergenza senza aver risolto le proprie fragilità strutturali.

LE STRATEGIE OPPOSTE DI USA E UE

Il 14 ottobre Donald Trump e Vladimir Putin hanno raggiunto un’intesa per consentire alla Russia di fornire diesel agli Stati Uniti e ai mercati internazionali, con l’obiettivo di contribuire a contenere il costo dei carburanti americani. Si tratta di un’apertura circoscritta, non di una normalizzazione generale dei rapporti energetici tra Washington e Mosca. Ma il suo significato politico ed economico è evidente. Gli Stati Uniti sembrano disposti a valutare una cooperazione selettiva con il Cremlino quando ritengono che possa servire a tutelare i propri interessi energetici, contenere i prezzi e proteggere la competitività della propria economia. L’Ue, invece, continua a muoversi lungo una traiettoria differente: mantenere la pressione economica sulla Russia per contrastarne l’aggressione contro l’Ucraina e ridurne le risorse finanziarie e industriali. Il ventunesimo pacchetto di sanzioni, adottato il 23 luglio, ha ulteriormente colpito i settori energetico, finanziario e commerciale russi. A ottobre sono arrivate nuove misure restrittive contro soggetti e imprese legati all’apparato industriale-militare e all’elusione delle sanzioni, che hanno innalzato il livello dello scontro con Mosca. A questo si aggiunge il percorso europeo per eliminare progressivamente le importazioni di gas russo, con il divieto completo previsto entro la fine del 2027.

Il problema è: quanto è solido il sistema energetico europeo? Le sanzioni non sono uno strumento di sicurezza energetica, devono essere accompagnate da fonti alternative sufficienti, infrastrutture adeguate, prezzi competitivi e capacità di affrontare nuovi shock internazionali. Tuttavia, negli ultimi 5 anni l’Ue ha modificato la geografia dell’approvvigionamento, ma non ha ridotto la vulnerabilità strutturale del sistema. E quando più rotte strategiche entrano contemporaneamente in una fase di instabilità, la disponibilità di alternative diventa una questione decisiva.

LA PARTITA DEL GAS

A rendere ancora più delicato il quadro è la situazione degli stoccaggi di gas europei. Al 31 ottobre 2026, secondo i dati di Gas Infrastructure Europe (GIE), le riserve dell’Unione risultavano riempite al 74,68%, con una situazione particolarmente critica in Germania, dove il livello si fermava al 61,17%, ben al di sotto dell’obiettivo dell’80% previsto per il 1° novembre. La Germania, che dispone della maggiore capacità di stoccaggio del continente, entra quindi nella stagione fredda con riserve sensibilmente inferiori ai livelli programmati. Una situazione che può aumentare la pressione sulla domanda di gas e sul mercato europeo, soprattutto in caso di temperature rigide, rendendo più difficile e costoso assicurare le forniture a tutti i Paesi.

L’Italia presenta invece una situazione relativamente più favorevole, con stoccaggi al 91,05% della capacità. Questo costituisce un importante cuscinetto di sicurezza, ma non mette il Paese al riparo dalle conseguenze di eventuali tensioni sul mercato continentale. In un sistema energetico interconnesso, infatti, la minore disponibilità di gas in Germania può alimentare la competizione per le forniture internazionali di GNL, sostenere le quotazioni europee e incidere sui prezzi pagati anche dagli operatori italiani. Non significa che una carenza tedesca si traduca automaticamente in una carenza fisica di gas in Italia: significa che la fragilità di uno dei principali mercati energetici europei può trasmettere i propri effetti economici anche oltre i confini nazionali. La Commissione europea ritiene che la flessibilità delle infrastrutture e la maggiore capacità di importazione di GNL consentano di affrontare l’inverno. Ma questa valutazione dipende anche dall’andamento delle temperature, dalla disponibilità di gas sui mercati internazionali e dalla regolarità delle forniture.

IL VERO NODO ITALIANO: CAMBIARE FORNITORE NON SIGNIFICA DIVENTARE INDIPENDENTI

Per l’Italia il problema è particolarmente delicato. Il rapporto OCSE sull’economia italiana del 2026 mette in evidenza che il 74% dell’energia consumata nel Paese proviene da importazioni nette. Circa tre quarti dell’approvvigionamento energetico complessivo sono ancora costituiti da combustibili fossili e oltre il 92% delle forniture fossili dipende dall’estero. La sostituzione del gas russo con forniture provenienti da altri Paesi ha permesso di diversificare gli approvvigionamenti, ma non ha eliminato la dipendenza strutturale. L’Italia continua ad acquistare una parte determinante dell’energia di cui ha bisogno sui mercati internazionali, dove prezzi e disponibilità sono condizionati dalle crisi geopolitiche, dalle decisioni dei produttori e dalla competizione globale per le forniture. Il ricorso al gas naturale liquefatto – principalmente statunitense – ha ampliato le possibilità di approvvigionamento, ma non ha trasformato il Paese in un sistema energeticamente autonomo. Al contrario, lo ha reso maggiormente esposto alle dinamiche di un mercato internazionale nel quale l’Europa deve competere con altre grandi economie per assicurarsi le forniture disponibili.

Il risultato è un sistema che rimane vulnerabile agli shock esterni e che trasferisce rapidamente gli aumenti dei prezzi sui costi delle imprese e delle famiglie. Le conseguenze sono particolarmente rilevanti per il comparto manifatturiero. Secondo l’OCSE, i settori industriali ad alta intensità energetica rappresentano circa un terzo del valore aggiunto manifatturiero italiano e oltre un quinto dell’occupazione del settore. Non si tratta quindi solo di pagare bollette più care, ma anche di compromettere la competitività delle imprese, ridurre i margini, scoraggiare gli investimenti e aumentare il rischio che alcune produzioni vengano trasferite in Paesi dove l’energia costa meno.

TAGLIARE LE ACCISE NON SIGNIFICA RISOLVERE LA CRISI ENERGETICA

Di fronte all’aumento dei prezzi, il Governo italiano è intervenuto con riduzioni temporanee delle accise e provvedimenti per contenere l’impatto dei rincari sui carburanti. Allo stesso tempo, ha spinto affinché le compagnie petrolifere imponessero dei tetti ai prezzi. Interventi necessari per dare una boccata d’aria ad autotrasportatori, agricoltori, imprese e famiglie. Tuttavia, una riduzione temporanea delle accise può attenuare il prezzo alla pompa, ma non aumenta la produzione energetica nazionale, non riduce la dipendenza dalle importazioni, non costruisce nuovi impianti e non rende strutturalmente più competitiva l’energia utilizzata dalle imprese. Inoltre, queste misure hanno un costo per le finanze pubbliche e non possono essere prorogate indefinitamente senza conseguenze sul bilancio dello Stato.

Il problema italiano è strutturale e riguarda almeno quattro grandi questioni. La prima è la dipendenza dalle fonti fossili importate. Finché una quota così elevata del fabbisogno energetico continuerà a essere soddisfatta acquistando petrolio e gas sui mercati internazionali, il Paese resterà esposto agli shock geopolitici e alle oscillazioni dei prezzi. La seconda è la debolezza delle infrastrutture. Le reti elettriche, le interconnessioni internazionali, gli impianti di accumulo e le capacità di trasporto devono crescere parallelamente alla produzione da fonti rinnovabili. Installare nuovi impianti senza disporre di una rete adeguata significa rischiare di non riuscire a utilizzare tutta l’energia prodotta. La terza riguarda i tempi autorizzativi e burocratici, che rallentano la realizzazione di nuovi impianti e infrastrutture. Il problema non è soltanto decidere quali tecnologie utilizzare, ma riuscire a trasformare gli obiettivi politici in investimenti effettivamente realizzati. La quarta riguarda la flessibilità del sistema. Sole e vento sono risorse fondamentali, ma la loro produzione dipende dalle condizioni meteorologiche. Per garantire continuità alle forniture servono accumuli, sistemi di gestione della domanda, interconnessioni e capacità programmabile.

LA TRANSIZIONE ENERGETICA NON È UN INTERRUTTORE

C’è poi un elemento che nel dibattito politico viene spesso sottovalutato: la transizione energetica richiede tempo, investimenti e una trasformazione profonda dell’intero sistema economico. L’Europa ha compiuto progressi importanti. Nel 2025 le rinnovabili hanno rappresentato il 47,2% della produzione elettrica dell’Unione. Secondo le previsioni dell’Agenzia internazionale dell’energia, questa quota potrebbe raggiungere il 63% nel 2030, mentre rinnovabili e nucleare insieme potrebbero arrivare a coprire l’84% della produzione elettrica europea.

Sono numeri significativi, ma vanno interpretati correttamente. La produzione di elettricità non coincide con il consumo energetico complessivo. L’elettricità rappresenta infatti soltanto il 23% dei consumi energetici finali europei. Trasporti, riscaldamento e numerosi processi industriali dipendono ancora direttamente da petrolio e gas. Questo significa che aumentare la produzione di elettricità rinnovabile non equivale automaticamente a sostituire i combustibili fossili nell’intera economia. Per riuscirci occorre elettrificare progressivamente trasporti, riscaldamento e industria, sostituire milioni di apparecchiature, sviluppare nuove infrastrutture, potenziare le reti e realizzare sistemi di accumulo capaci di compensare la variabilità delle fonti solari ed eoliche. Anche il nucleare, spesso indicato come soluzione per garantire una produzione stabile e programmabile, non rappresenta una risposta immediata. I reattori entrati in funzione nel triennio 2022-2024 hanno richiesto mediamente 10,8 anni di costruzione, secondo il World Nuclear Industry Status Report 2025. Un dato che non comprende necessariamente l’intero periodo di progettazione, autorizzazione e finanziamento. Per almeno un altro decennio, e probabilmente oltre, petrolio e gas continueranno a svolgere un ruolo rilevante nell’economia europea.

La questione centrale diventa: come ridurne progressivamente il peso senza compromettere la continuità delle forniture e la competitività industriale? Con una strategia che tenga insieme diversificazione delle forniture, produzione interna, rinnovabili, accumuli, infrastrutture, interconnessioni e capacità programmabile, unita a un piano industriale che consideri il costo dell’energia un fattore determinante per la competitività europea. Altrimenti, il vero rischio per l’Europa non è soltanto pagare bollette più care o fare il pieno a prezzi insostenibili. È perdere progressivamente competitività industriale, capacità produttiva e autonomia strategica. Mentre Bruxelles discute di sanzioni e obiettivi climatici, le imprese europee devono continuare a produrre, le famiglie devono riscaldare le proprie case e i trasporti devono funzionare. E la realtà economica non aspetta i tempi della diplomazia né quelli della transizione tecnologica.

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