In Nigeria le aziende nazionali scalzano le major e trainano la produzione verso i 3 milioni di barili.Trump vara aste di emergenza per centrali a gas e nucleari contro il caro bollette e il boom dell’IA. I fatti della settimana di Marco Orioles.
Il Giappone riattiva i reattori di Kashiwazaki-Kariwa per tagliare i costi record dell’import di gas. L’industria petrolifera nigeriana vive un cambio di paradigma: nel 2025 le compagnie locali hanno superato per la prima volta le multinazionali straniere, guidando il rilancio della produzione verso il target di 3 milioni di barili entro il 2030. Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump risponde all’impennata dei costi energetici e alla domanda record dei data center per l’IA con un’asta di emergenza finalizzata a sbloccare 15 miliardi di dollari in nuovi impianti a gas, carbone e nucleare, escludendo tuttavia le fonti rinnovabili. Parallelamente, a quindici anni dal disastro di Fukushima, il Giappone torna a puntare con forza sull’atomo: la riaccensione del reattore 6 della centrale di Kashiwazaki-Kariwa, la più grande al mondo, è considerata essenziale per garantire energia costante all’industria tecnologica e ridurre la dipendenza dalle costose importazioni di GNL, nonostante i persistenti timori popolari sulla sicurezza e la cronica sfiducia verso il gestore TEPCO.
NIGERIA: IL PETROLIO RIPARTE CON LE AZIENDE LOCALI AL TIMONE
Come racconta l’Economist, l’industria petrolifera nigeriana sta vivendo un momento di svolta. Solo due anni fa, le aste per licenze di esplorazione e produzione passavano quasi inosservate dagli investitori. Invece l’ultima tornata, lanciata a dicembre, ha attirato l’interesse di colossi come Chevron e TotalEnergies. Il governo si aspetta che le offerte per asset onshore e offshore portino circa 10 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Dopo un periodo di crisi – con la produzione crollata al minimo da vent’anni nel 2022 – il settore nigeriano sembra ripartire, ma con un cambio di protagonisti: nel 2025, per la prima volta nella storia settantennale dell’industria, le compagnie private locali hanno superato quelle straniere in termini di produzione di petrolio e gas. Soprattutto onshore, il campo è diventato sempre più “nigeriano”. Il petrolio resta il pilastro dell’economia: copre oltre l’80% delle esportazioni. Ma negli ultimi anni costi alti, furti, vandalismi e insicurezza avevano reso la Nigeria meno competitiva rispetto ad Angola o Namibia. Le major straniere avevano progressivamente abbandonato il Delta del Niger – il cuore dell’industria – per rifugiarsi nei siti offshore più sicuri. Dal 2023 il presidente Bola Tinubu, ex uomo del petrolio, ha invertito la rotta: più sicurezza, procedure semplificate, incentivi fiscali e una serie di riforme per ridurre i costi. I risultati si vedono: nel 2025 la produzione media è salita a 1,47 milioni di barili al giorno, il livello più alto degli ultimi cinque anni secondo i dati Rystad. L’obiettivo è arrivare a 3 milioni entro il 2030, entrando nella top ten mondiale. Il rilancio è guidato da aziende locali. Il consorzio di imprese nigeriane Renaissance Energy ha rilevato la sussidiaria onshore di Shell a marzo. Seplat ha comprato tutte le licenze onshore e shallow-water di ExxonMobil per 1,3 miliardi nel 2024. Oando ha acquisito quattro blocchi da Eni per 783 milioni e prevede di investire 2 miliardi entro fine decennio. Heirs Energies, diventata il principale azionista di Seplat, ha raddoppiato la produzione. I manager nigeriani sostengono che le aziende locali sono più agili, meglio inserite nelle comunità e capaci di gestire i rischi. La sicurezza nel Delta è migliorata: le perdite per furti e sabotaggi sono scese sotto il 5% dal 2022. Il Petroleum Industry Act del 2021 ha obbligato le compagnie a destinare il 3% delle spese operative alle comunità ospitanti, e operazioni di sicurezza locali hanno dato una mano. Non mancano però le critiche. Alcuni osservatori temono che le aziende locali inquinino di più e non abbiano la solidità finanziaria per gestire passività ambientali. E il vero collo di bottiglia resta l’accesso al capitale: le banche occidentali sono caute, quelle locali sono deboli dopo la crisi valutaria, e i finanziatori cinesi o mediorientali coprono solo in parte il fabbisogno. Molte piccole imprese potrebbero sparire o essere assorbite. Nel lungo termine, però, il futuro sembra legato al gas naturale: la Nigeria ha le riserve più grandi d’Africa e la domanda globale è in boom. Il governo offre incentivi fiscali per spingere gli investimenti. Un gas più economico potrebbe alimentare industrie locali – dai fertilizzanti all’acciaio – e cambiare un settore storicamente orientato all’export e alle major straniere. La scommessa è che proprio le aziende nigeriane costruiranno l’infrastruttura necessaria per usare le risorse in casa.
TRUMP: ASTA DI EMERGENZA CONTRO LE BOLLETTE ALLE STELLE
L’amministrazione Trump ha annunciato venerdì scorso un piano ambizioso per accelerare la costruzione di grandi centrali elettriche e frenare l’impennata delle bollette: un’asta di emergenza per l’energia. Lo riferisce Bloomberg, che spiega come la direzione scelta è netta e selettiva: solo carbone, gas naturale e nucleare, mentre le rinnovabili, almeno per ora, restano fuori dal quadro. Lo ha detto chiaramente il segretario degli Interni Doug Burgum: “Dobbiamo costruire centrali baseload per garantire energia affidabile”. Il guaio è che proprio queste tecnologie sono sempre più difficili da realizzare negli Stati Uniti. Da oltre dieci anni non viene costruita una nuova centrale a carbone. Il nucleare è fermo a causa di ritardi enormi e costi fuori controllo. Anche il gas, che dovrebbe essere la soluzione più veloce, rallenta: i tempi medi di realizzazione sono saliti da 3,5 a 5 anni tra il 2023 e il 2025, e i costi per una centrale a ciclo combinato sono aumentati del 49%. Il vero problema? La scarsità di turbine a gas e di personale qualificato. GE Vernova, uno dei leader del settore, ha già ordinativi fino al 2028 e ne apre di nuovi solo per il 2029, con big tech, utility e sviluppatori che si contendono le poche unità disponibili. Il piano prevede che l’operatore di rete PJM organizzi un’asta di emergenza entro l’anno, con contratti a 15 anni per nuove capacità. Potrebbe sbloccare fino a 15 miliardi di dollari di investimenti e aggiungere 7,5 gigawatt – l’equivalente di sette reattori nucleari tradizionali. A sostenere l’iniziativa ci sono anche 13 governatori, repubblicani e democratici, che hanno firmato una dichiarazione di principi comune. Il dibattito politico resta però acceso. Da un lato c’è chi riconosce che la domanda di energia sta esplodendo e che servono tutte le fonti possibili. Dall’altro, i repubblicani – come il governatore uscente della Virginia Glenn Youngkin – sono categorici: “Le rinnovabili non ce la faranno mai. Servono gas, nucleare, tutto e subito”. Al contrario, esperti come Rob Gramlich di Grid Strategies chiedono di aprire l’asta anche a eolico offshore, batterie e altre tecnologie pulite, che offrono lo stesso valore di capacità degli impianti a gas.
IL GIAPPONE RIACCENDE IL NUCLEARE, TRA PAURA E NECESSITÀ, 15 ANNI DOPO FUKUSHIMA
Come riferisce il New York Times, il Giappone sta riaprendo una delle centrali nucleari più grandi al mondo, Kashiwazaki-Kariwa, a quindici anni dal disastro di Fukushima. Proprio in questi giorni TEPCO ha rimesso in funzione il reattore numero 6, un passo che segna il ritorno deciso all’energia atomica. Nel 2011 a Fukushima un terremoto di magnitudo 9 e lo tsunami che seguì misero fuori uso il sistema di raffreddamento di tre reattori della centrale Daiichi. Le radiazioni si diffusero su mezzo Giappone orientale e 160mila sfollati dovettero lasciare tutto. Il riavvio di Kashiwazaki-Kariwa sembra a molti abitanti della zona un’ingiustizia che si ripete: l’elettricità prodotta finisce nelle grandi città come Tokyo, mentre il rischio di un incidente resta sulle spalle di chi vive nei dintorni delle centrali. Il nucleare sta tornando in auge per motivi pratici e urgenti. Il Giappone ha bisogno di energia pulita, costante e a costi contenuti per alimentare le fabbriche di chip, i data center per l’intelligenza artificiale e tutto il resto che richiede consumi enormi. Dopo il 2011 la quota nucleare era crollata sotto il 10% del mix energetico, costringendo il paese a importare gas naturale liquefatto e carbone per quasi due terzi del fabbisogno, con una spesa che l’anno scorso ha sfiorato i 70 miliardi di dollari. Il governo punta ora al 20% di nucleare entro il 2030 e, per la prima volta da allora, la maggioranza dei giapponesi è favorevole ai riavvii. Eppure un sondaggio recente ha mostrato che il 60% dei residenti non crede che le condizioni di sicurezza siano davvero garantite, e il 70% non si fida più di TEPCO, accusata di aver ignorato gli allarmi sul rischio tsunami prima del 2011 per risparmiare e di aver accumulato ritardi e mancanza di trasparenza nella bonifica di Fukushima. Molte strade di evacuazione non sono ancora state potenziate, e in caso di terremoto forte – con la neve invernale che spesso blocca tutto – un esodo di massa potrebbe trasformarsi in un incubo. Il sindaco di Kashiwazaki, Masahiro Sakurai, difende la scelta con convinzione. La centrale dà lavoro a migliaia di persone, inoltre porta tasse e contributi che sostengono l’economia locale. E poi c’è la questione climatica: i residenti hanno visto con i loro occhi il ritorno mancato dei salmoni nei fiumi di Niigata a causa delle temperature del mare sempre più alte. “Il cambiamento climatico avanza a una velocità impressionante – spiega Sakurai – e per combatterlo serve energia stabile e senza emissioni di CO2. Per il momento, il nucleare è necessario”. Il governatore della prefettura ha dato il via libera senza indire un referendum, appoggiandosi al voto dell’assemblea provinciale, e per molti residenti questo è un affronto alla democrazia. “Il rischio lo paghiamo noi, i benefici li prendono le grandi città”, dicono i residenti.

