Bruxelles valuta l’inserimento delle spese energetiche nella clausola di salvaguardia già prevista per la difesa. Per l’Italia è in arrivo la procedura per deficit eccessivo, ma peserà il nodo del Pnrr.
La Commissione Europea si appresta a concedere una parziale apertura alle richieste dell’Italia sul fronte del caro-energia, introducendo una “certa” flessibilità contabile ma limitata esclusivamente agli investimenti strutturali, escludendo in modo tassativo il ricorso a nuovi sussidi pubblici. L’orientamento dell’esecutivo comunitario emerso dopo una serie di valutazioni ad oltranza, dovrebbe essere ufficializzato mercoledì prossimo all’interno del pacchetto di Primavera del Semestre Europeo. L’idea portante è quella di agganciare la flessibilità per la transizione e la sicurezza energetica alla clausola di salvaguardia già codificata per scomputare le spese della difesa dal calcolo del deficit.
L’APERTURA DI BRUXELLES TRA LIMITI STRUTTURALI E FONDI DISPONIBILI
Il via libera della Commissione Europea rappresenta un accoglimento solo parziale della linea spinta da Roma. La strategia delineata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e supportata dal mandato della premier Giorgia Meloni mirava a ottenere margini di manovra più ampi per attenuare l’impatto dei rincari energetici su imprese e famiglie. Le indicazioni che giungono dai tavoli tecnici dell’Unione Europea tracciano tuttavia un confine netto: sì agli interventi capaci di generare valore nel lungo periodo, no ai sussidi a pioggia.
Sullo sfondo resta l’analisi delle risorse comunitarie effettivamente mobilitabili. La presidenza dell’esecutivo Ue, attraverso le parole di Ursula von der Leyen pronunciate a fine aprile, ha ricordato che all’interno dei vari programmi europei sono stanziati circa 300 miliardi di euro per il comparto energetico, di cui 95 miliardi non risultano ancora investiti. Si tratta, per la quota principale, di prestiti legati al Recovery Fund, a cui si aggiungono i fondi di Coesione e il Modernisation Fund.
Da quest’ultimo canale l’Italia resta però esclusa, essendo uno strumento riservato per direttiva Ets ai Paesi membri con un Prodotto Interno Lordo pro capite inferiore al 75% della media europea rispetto al parametro del 2013. Resta invece ancora incerta l’effettiva attivazione di una linea di credito specifica per l’energia, un’ipotesi distinta rispetto alla semplice riprogrammazione dei fondi di Coesione già prospettata da Bruxelles.
LE RACCOMANDAZIONI UE SULLO SHOCK DELL’OFFERTA E LA SOSTENIBILITÀ FISCALE
La linea di rigore della Commissione è stata ribadita con forza dal vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis, il quale ha chiarito la posizione macroeconomica dell’istituzione evidenziando che le misure di contrasto al caro-energia devono necessariamente essere temporanee e mirate. Il commissario ha spiegato che “si tratta di uno shock dell’offerta e non si può risolvere uno shock dell’offerta stimolando la domanda”, aggiungendo come sia fondamentale tenere conto in ogni momento delle esigenze di sostenibilità fiscale complessiva.
Questo orientamento si riflette direttamente sulle scelte politiche interne dell’Italia. Per allinearsi ai dettami europei, l’esecutivo italiano si trova costretto a rivedere gli strumenti di protezione sociale: i passati interventi generalizzati, come il taglio delle accise sui carburanti, appaiono ormai in bilico per lasciare il posto ad aiuti selettivi concentrati esclusivamente sulle fasce di reddito più basse e sui nuclei familiari vulnerabili, sia per quanto riguarda le bollette della luce e del gas sia per i rifornimenti alla pompa. Negli ambienti governativi di Roma non si nasconde che la partita sia estremamente complessa. Aprire una deroga sul fronte energetico significa incrinare un principio di rigore finanziario che potrebbe generare un effetto a catena e analoghe rivendicazioni da parte degli altri partner dell’Eurozona.
IL NODO DEL DEFICIT ITALIANO E I CRITERI DEL CONTO DI CONTROLLO
In concomitanza con le decisioni sull’energia, l’esercizio del Semestre Europeo dovrebbe confermare per l’Italia l’apertura della procedura per deficit eccessivo. Il provvedimento scaturisce dal disavanzo registrato nel 2025, che si è attestato al 3,1% del Pil, superando la soglia psicologica e regolamentare del 3%. Il quadro definitivo e le eventuali revisioni migliorative della traiettoria economica nazionale verranno presi in esame solo in autunno. Il pacchetto di raccomandazioni della Commissione, incentrato per tutti gli Stati membri sul rilancio della competitività, sul rafforzamento del mercato unico e sulla transizione ecologica, rinnoverà l’invito all’Italia a perseguire un deciso consolidamento dei conti pubblici.
Il Paese dovrà rispettare il percorso di rientro concordato con il Consiglio dell’Unione Europea il 21 gennaio 2025, un piano che impone un tetto annuale rigido all’espansione della spesa pubblica netta. La traiettoria prevede un limite all’incremento della spesa fissato all’1,3% per il 2025, che sale all’1,6% nel 2026, delineando un progressivo allentamento del rigore man mano che il deficit strutturale converge verso i parametri stabiliti. I dati preliminari del Documento di Economia e Finanza evidenziano tuttavia che nel 2025 la spesa netta italiana è aumentata dell’1,9%, oltrepassando il limite concordato.
Questo sforamento costringerà la Commissione a una valutazione approfondita, nella quale giocherà un ruolo chiave la velocità di assorbimento e di spesa dei fondi legati al Pnrr, una voce che le regole comunitarie correnti consentono di scorporare dal calcolo della spesa netta. Ad ogni modo, il superamento del tetto non farà scattare sanzioni o provvedimenti automatici. Il nuovo impianto della governance europea si basa infatti sul funzionamento del conto di controllo (il cosiddetto “control account”), un registro contabile in cui vengono annotati tutti gli scostamenti rispetto al piano di rientro stabilito. Un esame formale della situazione del Paese si attiva solo nel caso in cui la deviazione superi lo 0,3% del Pil su singola annualità, oppure lo 0,6% in termini cumulati nel corso del tempo.
Un funzionario europeo ha voluto comunque stemperare le interpretazioni troppo elastiche precisando che “non c’è alcun automatismo che consenta di parlare di un margine di scostamento possibile dello 0,3%”, ricordando che spetta sempre alla Commissione verificare se lo Stato membro abbia effettivamente messo in campo riforme e contromisure efficaci per onorare gli impegni di aggiustamento presi con i partner europei.


