È quanto emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista Science e condotta da un team internazionale guidato dall’Università del Michigan
L’attuale fenomeno di El Niño, ribattezzato dagli esperti “evento Godzilla” per la sua straordinaria potenza, non è solo un capriccio della natura, ma un processo alimentato direttamente dall’attività umana. Un nuovo e autorevole studio scientifico ha dimostrato che le emissioni derivanti dalla combustione di fonti fossili stanno intensificando i cicli di riscaldamento del Pacifico, rendendoli più estremi e pericolosi rispetto all’era preindustriale. Le conseguenze di questa amplificazione sono drammatiche: entro la fine del 2027, si stima che circa 50 milioni di persone in tutto il mondo potrebbero scivolare in una condizione di fame acuta a causa del collasso della produzione alimentare indotto dalle anomalie climatiche. È quanto emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista Science e condotta da un team internazionale guidato dall’Università del Michigan, secondo quanto si legge su The Guardian.
IL CIRCOLO VIZIOSO TRA RISCALDAMENTO GLOBALE ED EVENTI ESTREMI
Il fulcro della scoperta risiede nella natura bidirezionale del rapporto tra il clima globale e le oscillazioni oceaniche. Se è noto da tempo che El Niño — il riscaldamento periodico delle acque del Pacifico tropicale orientale — contribuisce a innalzare le temperature medie del pianeta, la nuova ricerca inverte la prospettiva. “I nostri risultati suggeriscono che El Niño può accelerare il riscaldamento globale, ma anche il riscaldamento globale può accelerare El Niño: questo è ciò che stiamo osservando”, ha dichiarato Julia Cole, ricercatrice presso l’Università del Michigan e coordinatrice dello studio. Secondo gli esperti, non siamo di fronte a casi isolati, ma a una tendenza consolidata in cui El Niño ha perso le sue caratteristiche storiche per assumere una fisionomia coerente con lo stress termico dell’era industriale. Questa mutazione rappresenta un rischio sistemico per le popolazioni più fragili, che spesso sono quelle che hanno contribuito meno alle emissioni globali.
IL TESTIMONE DEI CORALLI: MILLE ANNI DI STORIA CLIMATICA
Per giungere a queste conclusioni, gli scienziati hanno analizzato la composizione chimica di antichi fossili di corallo rinvenuti nelle Isole Galápagos, situate nel cuore della regione dove El Niño ha origine. Questi coralli, simili a grandi massi e risalenti a un millennio fa, fungono da veri e propri archivi storici: la loro struttura conserva traccia della temperatura della superficie marina del momento in cui erano vivi. Dall’analisi è emerso che, mentre il fenomeno è rimasto sostanzialmente stabile per secoli, la variabilità ha subito un’impennata con l’industrializzazione massiccia della fine del XIX secolo. Negli ultimi quarant’anni, questo processo si è estremizzato: la variabilità di El Niño è oggi superiore del 37% rispetto all’epoca preindustriale. “Dopo El Niño del 1982, abbiamo iniziato a osservare una variabilità molto maggiore; il fenomeno è molto più estremo e non ha eguali negli ultimi 1.000 anni”, ha sottolineato Cole, aggiungendo che il team è riuscito a escludere cause naturali o casuali per spiegare tale cambiamento.
LE RIPERCUSSIONI GEOGRAFICHE E LA MINACCIA DELLA FAME
L’intensificarsi di El Niño altera profondamente la distribuzione delle precipitazioni globali. L’indebolimento degli alisei, che normalmente spingono il calore verso il Pacifico occidentale, provoca piogge torrenziali e inondazioni in zone del Sud America e degli Stati Uniti meridionali. Al contrario, regioni come l’India, l’Indonesia e l’Australia si trovano a fare i conti con monsoni ridotti e siccità prolungate che alimentano incendi boschivi devastanti. L’impatto più allarmante riguarda però la sicurezza alimentare globale. Le previsioni indicano che l’attuale “evento Godzilla” potrebbe compromettere i raccolti a tal punto da esporre 50 milioni di persone alla fame acuta. Samantha Stevenson-Karl, scienziata dell’Università della California e coautrice dello studio, ha avvertito che “se il cambiamento climatico amplifica El Niño, eventi di tale portata potrebbero diventare la norma nel prossimo futuro”.
STRATEGIE DI ADATTAMENTO E NECESSITÀ DI UN CAMBIO DI ROTTA
Di fronte a uno scenario di tale gravità, la consapevolezza scientifica deve tradursi in azioni politiche concrete. Alcuni Paesi hanno già iniziato a correre ai ripari: l’India, ad esempio, sta intensificando l’accumulo di scorte alimentari strategiche. Tuttavia, l’adattamento da solo non può bastare. Secondo Julia Cole, è indispensabile affrontare la radice del problema: “Possiamo prepararci e cercare di adattarci. Ma dobbiamo anche esaminare la causa principale, ovvero i combustibili fossili che bruciamo ogni giorno. Dobbiamo abbandonare al più presto le tecnologie che producono gas serra”. Anche Andrew Dessler, climatologo della Texas A&M University, concorda sul fatto che una parte sostanziale dei danni previsti sia riconducibile a un’economia ancora troppo legata al carbonio, ribadendo l’urgenza di una transizione verso energie rinnovabili.
VERSO IL PUNTO DI SVOLTA SOCIALE ED ECONOMICO
Nonostante i dati allarmanti, emerge una prospettiva legata alla resilienza dei sistemi complessi, inclusa la società umana. Sebbene il cambiamento possa sembrare impossibile fino a un istante prima di verificarsi, la storia insegna che le trasformazioni sociali hanno spesso un andamento non lineare. Oggi, i combustibili fossili iniziano a essere percepiti come un fardello economico oltre che ambientale: nel 2024, il 91% dei nuovi progetti di energia rinnovabile è risultato più economico delle alternative fossili. Le tecnologie verdi stanno generando occupazione e reddito, rendendo i modelli basati sul petrolio e sul carbone obsoleti e difficili da difendere politicamente. Il clima, attraverso ondate di calore sempre più violente, sta inviando un messaggio univoco: la transizione verso un equilibrio più sostenibile non è solo necessaria, ma è già in fase di accelerazione.

