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Perché i data center rischiano di schiantarsi contro i Nimby italiani

Da Lacchiarella parte la protesta contro quello che promette di diventare il più grande campus di data center d’Italia. Nel mirino consumi energetici, acqua e una corsa agli investimenti che vale oltre 20 miliardi

Le Big Tech non hanno fatto i conti con i Nimby italiani. Lo dimostra la manifestazione organizzata dal Comitato Ciarlasco contro il data center da 3 miliardi e mezzo di euro che sorgerà a Lacchiarella, piccolo comune tra Milano e Pavia.

PERCHE’ I DATA CENTER RISCHIANO DI FERMARSI

La Lombardia rischia la colonizzazione digitale. È il timore della rete di comitati cittadini lombardi nati per contrastare lo sviluppo fulmineo di data center nella Regione. “Siamo di fronte a una colonizzazione. Vengono costruiti lungo le dorsali della fibra ottica internazionale. Questo nuovo data center consumerà l’equivalente energetico di 500.000 famiglie. Sarà il campus più grosso d’Italia, un investimento da oltre tre miliardi e mezzo di euro che occuperà una superficie di 230mila metri quadri”, ha detto Enrico Duranti, fondatore del Comitato Ciarlasco, accusando le amministrazioni locali di aver dato il via libera ai progetti in cantiere “a scatola chiusa” sulla pelle dei cittadini. A preoccupare i cittadini sono anche gli storici nodi critici legati alle fabbriche per l’Ia: l’energia e l’acqua.

I NUOVI PROGETTI IN CANTIERE

Il caso Lacchiarella è solo la punta di un iceberg monumentale. L’Italia sta vivendo un vero e proprio boom di investimenti nel settore. Oggi sono circa 200 le strutture attive e sono in arrivo diverse decine di nuovi data center. Le stime parlano di oltre 20 miliardi di euro entro il 2028-2029.

Il cuore pulsante di questa frenesia digitale è proprio la provincia di Milano, che da sola catalizza ben il 68% della potenza installata nazionale. Le richieste di allaccio alla rete elettrica in alta tensione presentate a Terna per i soli data center hanno raggiunto la cifra astronomica di 55 gigawatt a livello nazionale. Di questi, 30 gigawatt si concentrano in Lombardia, seguiti a distanza dai progetti nel Lazio e in Piemonte. Una richiesta di potenza che supera di venti volte il fabbisogno reale stimato per l’intero settore nel breve termine. I piccoli centri della cintura milanese si stanno trasformando nei “capannoni” del web mondiale. A Pregnana Milanese i progetti legati ai data center occuperanno il 20% della superficie edificata del paese, sostituendo le ex fabbriche di Citroën e Olivetti.

LE LEGGI SUI DATA CENTER NON PREOCCUPANO I BIG DEL TECH

La Lombardia è stata la prima Regione a dotarsi di una legge specifica per regolamentare la materia, introducendo paletti rigorosi come l’aumento degli oneri di urbanizzazione fino al 200% per chi edifica su suolo agricolo, l’obbligo di sfruttare il calore residuo e il divieto di prelevare acqua dagli acquedotti per raffreddare i server (in un’epoca di ciclico stress idrico per la Pianura Padana). Ma per i comitati e l’opposizione, la toppa è peggio del buco. Infatti, pagare penali più alte non ferma i colossi del tech, che dispongono di capitali immensi. “La legge avrebbe dovuto rappresentare un punto di equilibrio tra l’esigenza di data center e la tutela dei cittadini e del territorio – spiega il consigliere regionale di Alleanza Verdi e Sinistra, Onorio Rosati, secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano – ma questo non si è verificato e di fatto è una legge che favorisce e accelera le procedure per costruire”.

La spinta a correre arriva da Roma. Il quadro nazionale si muove infatti in direzione opposta rispetto alle tutele territoriali. Infatti, il Governo ha introdotto l’autorizzazione unica con tempi tagliati a dieci mesi per sbloccare i cantieri. “Il governo Meloni ha fatto un danno con il decreto bollette – ha detto il consigliere regionale del Pd, Simone Negri, secondo quanto riporta il giornale – perché anziché individuare una normativa organica complessiva sui data center, si è solo preoccupato di facilitare l’insediamento”.

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