L’instabilità nel Golfo Persico spinge l’India a tornare verso il greggio Urals, permettendo a Mosca di ridurre gli sconti e aumentare le entrate. Nonostante le difficoltà logistiche nei porti russi, il Cremlino si posiziona come alternativa chiave ai barili mediorientali.
Mentre il conflitto in Medio Oriente paralizza lo Stretto di Hormuz, la Russia di Vladimir Putin si ritrova in una posizione di inaspettato vantaggio strategico ed economico. Con il blocco della via d’acqua attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, i grandi importatori asiatici — India in testa — stanno tornando a guardare con estremo interesse verso il greggio russo Urals come unica alternativa praticabile ai barili del Golfo.
Secondo un’analisi dettagliata pubblicata da Bloomberg, questa dinamica non solo garantisce a Mosca un aumento delle entrate grazie all’impennata dei benchmark globali (con il Brent che viaggia sugli 82-83 dollari), ma offre al Cremlino la possibilità concreta di ridurre i pesanti sconti che era stato costretto ad applicare per mantenere quote di mercato in Asia dopo le sanzioni occidentali.
IL RITORNO DEGLI ACQUIRENTI INDIANI E IL RECORD CINESE
La geografia dei flussi energetici si sta riorganizzando in tempo reale. Se a febbraio le consegne russe all’India erano scese a 1,11 milioni di barili al giorno — il valore più basso dalla fine del 2022 — le dichiarazioni di funzionari di Nuova Delhi indicano ora una brusca inversione di tendenza. Come riportato dall’agenzia Tass citando il vice primo ministro Alexander Novak, l’India sta manifestando un rinnovato interesse per le forniture russe proprio a causa dell’impossibilità di approvvigionarsi in Medio Oriente.
Parallelamente, la Cina ha già assorbito gran parte dell’offerta disponibile, portando le proprie importazioni via mare dalla Russia al record di 2,02 milioni di barili al giorno nell’ultimo mese. Questo spostamento verso l’Asia ha però un costo logistico: la quantità di greggio attualmente “fermo” in mare sulle navi in attesa di scarico ha raggiunto i 140 milioni di barili, segnando un aumento del 65% rispetto allo scorso agosto.
LE SFIDE OPERATIVE TRA GHIACCIO E ATTACCHI CON DRONE
Tuttavia, la corsa russa verso il massimo profitto deve fare i conti con ostacoli interni non trascurabili. Il porto di Novorossiysk, sul Mar Nero, è stato costretto a interrompere temporaneamente i carichi dopo che un attacco condotto con droni nel fine settimana ha danneggiato sei strutture del terminal petrolifero di Sheskharis. Documenti di spedizione mostrano diverse petroliere lasciare lo scalo a vuoto in attesa di riparazioni.
Contemporaneamente, nel Baltico, la banchisa ghiacciata continua a rallentare le operazioni nei porti di Primorsk e Ust-Luga. Le autorità portuali sono state costrette a posticipare l’attuazione di norme di navigazione più severe al 9 marzo, sperando in un miglioramento meteorologico che consenta alle navi non adatte ai ghiacci di continuare a operare.
IL REINDIRIZZAMENTO DEI VOLUMI DALL’UCRAINA AL MARE
Un ulteriore fattore che incrementa l’offerta via mare russa arriva dal fronte ucraino. Kiev sta valutando i danni ingenti causati dai droni russi a una stazione di pompaggio del sistema di oleodotti Druzhba, incidente che ha bloccato il transito di circa 200.000 barili al giorno diretti verso Ungheria e Slovacchia. È probabile che questo volume di greggio venga ora dirottato verso i terminal marittimi per l’esportazione, aumentando la massa critica di petrolio che Mosca può immettere sui mercati internazionali mentre i prezzi rimangono elevati.
Sul fronte della vigilanza internazionale, si registra anche il sequestro da parte del Belgio di una nave vuota appartenente alla “flotta ombra” russa nel Mare del Nord, un segnale della costante pressione regulatoria sulle tattiche di elusione delle sanzioni adottate da Mosca.
VALORE DELLE ESPORTAZIONI E TENDENZE DI PREZZO
Nonostante una leggera flessione dei volumi complessivi — scesi a una media di 3,41 milioni di barili al giorno nelle quattro settimane fino al 1° marzo — il valore delle esportazioni del Cremlino resta robusto. Su base settimanale, Mosca ha incassato circa 1,07 miliardi di dollari, con una media mobile di quattro settimane che si attesta a 1,12 miliardi di dollari.
Le analisi dei prezzi fornite da Argus Media evidenziano dinamiche divergenti: mentre il petrolio Urals dal Baltico e dal Mar Nero ha subito lievi cali (attestandosi tra i 41 e i 42 dollari al barile), il greggio Pacific ESPO è aumentato, toccando i 54,17 dollari. I prezzi alla consegna in India rimangono invece stabili intorno ai 59 dollari, confermando la resilienza del mercato asiatico rispetto a quello europeo.
ROTTE CLANDESTINE E DESTINAZIONI INCERTE
Un elemento cruciale della strategia russa risiede nella mancanza di trasparenza sulle destinazioni finali. Attualmente, sulle petroliere in navigazione ci sono circa 1,86 milioni di barili al giorno che non hanno indicato un porto di scarico definitivo. Molte navi dichiarano destinazioni intermedie come Porto Said o il Canale di Suez per poi scomparire dai radar o effettuare trasferimenti da nave a nave (STS) lontano da occhi indiscreti.
Questo fenomeno, unito alla tendenza delle petroliere a trascorrere più tempo in mare circumnavigando rotte più lunghe, permette a Mosca di mantenere una flessibilità operativa fondamentale per aggirare i monitoraggi e continuare a rifornire i propri clienti strategici nonostante le turbolenze geopolitiche globali.


