Scenari

Petrolio, Cina e Usa. Il Taccuino estero

sudafrica raffinazione

Petrolio e non solo: che cosa succede in Usa e Cina. Il Taccuino estero a cura di Marco Orioles

ESODO DI LAVORATORI DAL SETTORE PETROLIFERO USA

La più grave crisi mai attraversata dal settore petrolifero negli ultimi tempi sta anche provocando un’ecatombe di posti di lavoro negli Usa.

Secondo un’analisi pubblicata la settimana scorsa da Deloitte e ripresa da CNBC, l’intera industria ha perso 107 mila posti di lavoro tra marzo e agosto 2020. Questo, rimarca Deloitte, è il ritmo più forsennato di perdita di posti di lavoro mai registrato nella storia dell’industria – e non tiene nemmeno conto di chi, ad esempio, ha optato per un mero taglio dei salari.

SECONDO UN’INDAGINE DELOITTE SONO STATI PERSI 107 MILA POSTI DI LAVORO

Sono sempre di più le società che annunciano licenziamenti.

EXXONMOBIL, SHELL, BP: NON SI CONTANO PIU’ LE COMPAGNIE CHE RINUNCIANO ALLA PROPRIA FORZA LAVORO

All’inizio della scorsa settimana, ExxonMobil ha dichiarato di pianificare l’uscita di 1.600 lavoratori in Europa, sui 75 mila che ha in totale, come parte di una review complessiva.

Il mese scorso, Shell ha annunciato piani per tagliare almeno 9 mila posti di lavoro, giustificandosi con la progressiva uscita della società dal comparto dei combustibili fossili.

BP ha appena rivelato piani per licenziare ben 10 mila dipendenti, nel contesto di un taglio della produzione di ben il 40%.

Persino il settore delle raffinerie e del petrolchimico, che di norma gode di maggiore stabilità, ha perso qualcosa come 35 mila posti di lavoro.

Il problema segnalato da Deloitte è che la gran parte di questi lavoratori non saranno reintegrati presto o non lo saranno mai.

Anche se il prezzo del greggio continuasse a galleggiare intorno all’attuale quotazione di 45 dollari al barile fino alla fine del 2021, Deloitte stima che il 70% dei posti di lavoro persi durante la pandemia dal settore non tornerebbero indietro alla fine dell’anno,

IL PROBLEMA E’ CHE MOLTI DI QUESTI LAVORATORI NON SARANNO MAI REINTEGRATI

Parte del problema deriva dal legame sempre più stretto tra la quotazione del petrolio e le performance delle compagnie.

Basta un cambiamento di un dollaro in su o in giù per causare un impatto, in termini di posti di lavoro, di 3 mila persone, contro le 1.500 degli anni 90.

Questo cambiamento viene attribuito da Deloitte all’ascesa dello shale, che è per sua natura  un business di breve termine perché strettamente legato ai listini; se questi salgono, sale anche la produzione di shale e viceversa, con le conseguenze derivanti in termini di lavoratori necessari.

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FINITA IN CINA LA SBORNIA DI PETROLIO

Secondo i dati di Refinitiv Oil Research ripresi da Reuters, sembra giunto al capolinea il lungo periodo di super-acquisti di petrolio compiuto dalla Cina durante la la pandemia approfittando dei prezzi estremamente convenienti,

Le importazioni di settembre in Cina sono stimate da Refinitiv in 11,71 milioni di barili al giorno, il che fa di questo mese il quinto di fila in cui gli arrivi hanno superato gli 11 milioni di barili.

Se i dati di Refinitiv coincidono effettivamente con quelli delle dogane, significa che questi cinque mesi sono stati un record assoluto per le importazioni di petrolio in Cina, con il picco massimo toccato a giugno con 12,9 milioni di barili al giorno.

NEGLI ULTIMI CINQUE MESI IMPORTAZIONI DA RECORD DI PETROLIO IN CINA

Gli arrivi massicci delle petroliere nei porti cinesi avevano creato anche delle congestioni, con notevoli ritardi nei tempi di scaricamento del greggio nei depositi a terra.

Ad ogni modo, come si diceva all’inizio, la sbornia è ormai finita, e nei porti cinesi resta da scaricare solo l’equivalente di 4,2 milioni di tonnellate di petrolio, ossia poco più di 30 milioni di barili.

I NUOVI ORDINATIVI SONO INFERIORI DI 3 MILIONI DI BARILI RISPETTO A SETTEMBRE

E per quanto riguarda i nuovi ordinativi, Refinitiv li stima a 8,17 milioni di barili al giorno: un bel salto verso il basso rispetto agli 11,87 milioni di barili importati a metà settembre.

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LE RICADUTE SULL’OPINIONE PUBBLICA DELLA PANDEMIA RELATIVAMENTE ALLA CINA

La pandemia non ha solo procurato immensi danni umani e materiali alla Cina. Il virus venuto da Wuihan ha avuto anche un altro effetto deleterio per Pechino: un calo sensibile delle opinioni favorevoli della Cina nel mondo.

Dalla ricerca condotta dal Pew Research Center in 14 paesi tra il 10 giugno e il 3 agosto di quest’anno su un campione di oltre 14 mila soggetti adulti, di cui traiamo una sintesi dal sito di CNBC,  emerge che le opinioni negative della Cina hanno raggiunto il livello più alto da quando l’istituto conduce questo tipo di rilevazione.

IN MOLTI PAESI E’ CRESCIUTA UN’OPINIONE SFAVOREVOLE DELLA CINA

Si tratta nella fattispecie di Australia, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Svezia, Usa, Corea del Sud, Spagna e Canada. Gli altri cinque paesi inclusi nella survey sono Belgio, Danimarca, Francia, Giappone e Italia.

È negli Usa e in Australia che il sentimento negativo nei confronti della Cina ha raggiunto il suo picco, con un balzo in su delle opinioni negative di 24 punti in Australia e di 20 punti negli Usa (da quando è stato eletto Donald Trump).

Il dato sicuramente più indicativo emerso dall’indagine è che in tutti i paesi monitorati, la gente – per una media del 61% – pensa che la Cina abbia gestito male l’emergenza coronavirus. “La crescita delle visioni sfavorevoli – scrivono I curatori del rapporto Pew – arriva nell’ambito di un’ampia critica nei confronti della Cina su come ha gestito la pandemia. (…)  È assai probabile che le persone che pensano che la Cina ha fatto un pessimo lavoro con il Covid-19 abbiano anche un’opinione sfavorevole del paese”.

LA CAUSA PIU’ PROBABILE E’ CHE LA GENTE PENSA CHE LA CINA ABBIA GESTITO MALE LA PANDEMIA

Ad avere l’opinione più negative su come la Cina abbia risposto alla pandemia sono tre nazioni dell’Asia-Pacifico: Giappone, Corea del Sud e Australia. Qui più di sette persone su dieci pensano che la Cina non sia stata all’altezza della situazione.

Questa situazione non poteva che riverberarsi sull’immagine del presidente Xi, che ne esce intaccata. Se l’anno scorso le persone che “non hanno fiducia” di lui raggiungevano una percentuale a una cifra, quest’anno la percentuale ha raggiunto quasi dappertutto le due cifre.

L’OPINIONE NEGATIVA DELLA CINA SI E’ RIVERBERATA SULL’IMMAGINE DEL PRESIDENTE Xi

Ma, notano maliziosamente quelli del Pew Center, anche se l’immagine di Xi può essersi indebolita, non lo sarà mai come quella di Donald Trump, di cui gli intervistati hanno meno fiducia che di Xi.