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Petrolio: Cosa ha sbagliato il report Bp sulla domanda globale

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Malgrado il quadro che il rapporto dipinge di un’industria del petrolio in declino ci sono diverse ragioni per cui le sue proiezioni Bp dovrebbero essere viste con scetticismo

Sembra che la vecchia teoria del picco petrolifero sia tornata nuovamente sotto i riflettori dopo la recente pubblicazione del BP Energy Outlook 2020 che indica, tra le altre cose, una domanda di petrolio che potrebbe non tornare mai più ai livelli del 2019. Ma proprio mentre il rapporto di BP veniva “digerito” dagli stakeholder di settore, a distanza di pochi giorni l’Opec ha pubblicato il suo consueto report mensile che ha sì ridotto le previsioni sulla domanda globale di petrolio di 400.000 b/g per il 2020 (prevedendo un calo medio della domanda di 9,5 milioni di b/g rispetto alla precedente stima di 9,1 milioni di b/g) ma anche registrato la previsione di una crescita della domanda di 6,6 milioni di b/g nel 2021, anche se di 400.000 b/g inferiore alla sua precedente stima.

PERCHÉ IL REPORT BP HA AVUTO MAGGIORE IMPATTO DEL REPORT OPEC

Il cartello petrolifero ha additato la revisione al ribasso delle stime ai problemi economici legati alla Covid-19. Ma mentre il rapporto Opec ha avuto un impatto sui prezzi del petrolio, è stato il BP Energy Outlook 2020 ad avere avuto l’impatto maggiore. Entrambi suggeriscono, ad esempio, che gli Stati Uniti dovranno affrontare notevoli sfide per riportare in carreggiata la domanda di petrolio, ma sono leggermente più ottimisti sulla domanda europea e cinese. Più in generale, si prevede che la domanda di petrolio dei paesi Ocse si riprenderà lentamente, mentre è improbabile che la domanda dell’industria aeronautica si riprenda in tempi brevi.

CON GOVERNI AGGRESSIVI SUL TAGLIO DELLE EMISSIONI DOMANDA DI PETROLIO A RISCHIO

Ma è un altro il punto veramente divergente. Malgrado non sia la prima volta che la principale compagnia petrolifera britannica parli della sua spinta per un futuro più verde questa volta la valutazione delle prospettive energetiche è probabilmente la più scioccante: il rapporto indica a chiare lettere che se i governi diventeranno più aggressivi nei loro tentativi di ridurre le emissioni di Co2, la domanda potrebbe non riprendersi mai più dal suo attuale crollo. Non solo. Nel report, Bp ha anche affermato che la domanda di petrolio probabilmente diminuirà drasticamente nei prossimi 30 anni, soprattutto a causa della crescita delle energie rinnovabili.

LE RAGIONI DELLO SCETTICISMO SULLE CONCLUSIONI DI BP

“Malgrado il quadro che il rapporto dipinge di un’industria petrolifera in declino ci sono diverse ragioni per cui le sue proiezioni dovrebbero essere viste con scetticismo – sottolinea Oilprice in un articolo -. La prima ragione è che, al momento, la distruzione della domanda a cui stiamo assistendo è stata guidata da Covid-19, un evento ‘Cigno Nero’ che – a un certo punto – si ridurrà. Nel frattempo, molti sembrano dimenticare che il quadro della domanda era cupo anche prima dell’arrivo di Covid, con troppo petrolio sui mercati e nei depositi. Alla fine, le compagnie petrolifere e l’Opec dovranno agire per contrastare questo eccesso di offerta, e quando lo faranno, la domanda reagirà positivamente”.

La seconda ragione per essere scettici nei confronti del rapporto Bp è di natura economica. “La domanda di energia e di elettricità è in crescita, non nei paesi Ocse ma al di fuori, soprattutto in India, Cina, Area Mena e Africa. Questi fondamentali sono inevitabili. Le perturbazioni economiche e commerciali causate da Covid potrebbero addirittura aumentare la domanda di petrolio e gas, poiché una possibile ridistribuzione dei centri di produzione regionali dall’attuale focolaio cinese potrebbe aumentare la domanda di energia per i trasporti”.

In terzo luogo, prosegue Oilprice “i media e gli analisti devono iniziare a dividere le loro valutazioni su petrolio e gas tra i due blocchi principali, le compagnie tradizionali ormai privatizzate (Shell, Chevron, BP, Exxon, ENI e Total) e quelle ancora con una forte impronta statale (Aramco, ADNOC, Gazprom, ecc.). Il futuro delle prime – definite Cio – potrebbe essere come lo dipinge BP, perché i mercati finanziari e gli investitori stanno diventando sempre più consapevoli dell’ambiente. C’è la possibilità che queste compagnie affrontino il picco della produzione di petrolio (e gas) se gli azionisti attivisti e le pressioni dei media/governi li costringeranno a diventare verdi. La minaccia principale sarà rappresentata dalla diminuzione degli investimenti, combinata con la diminuzione dei ricavi, dei margini e dei dividendi”. Al contrario le Noc, le National Oil Company “ed eventualmente gli indipendenti come Petrofac, potrebbero trovarsi di fronte ad un futuro brillante e prospero. Anche se un giorno la domanda di petrolio e gas raggiungerà il picco, la richiesta di petrolio Noc aumenterà. La minore produzione delle compagnie tradizionali sposterà la domanda verso i Noc e i nuovi operatori storici”.

IL RISCHIO MAGGIORE PER LE COMPAGNIE COME SHELL, CHEVRON, BP, EXXON, ENI E TOTAL

Insomma, “se ci sarà, come indicato da BP e dagli analisti, la minaccia di uno scenario di picco della domanda di petrolio nei prossimi anni, saranno le Cio a sanguinare. La mancanza di strategie proattive e la sopravvalutazione del loro potere è diventata chiara, anche se non è ancora stata riconosciuta da Londra, dall’Aia e da altre capitale economiche. Le compagnie petrolifere integrate del passato saranno rimosse o sostituite dai Nuovi Sette Fratelli del Futuro (vale a dire Aramco, ADNOC, KOC, NNPC, Sonatrach, Gazprom e INOC). I loro margini e i loro poteri finanziari sono diversi, rendendo improbabili scenari di Peak Oil nei prossimi 10-15 anni”, ha concluso Oilprice.