Scenari

Petrolio, Germania e Cina. Cosa succede nel mondo (al tempo del Coronavirus)

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I principali dossier fra energia, petrolio, industria e commercio nel Taccuino estero di Marco Orioles per Energia Oltre

LA GUERRA RUSSO-SAUDITA DEL PETROLIO

Nato per coordinare la politica dei prezzi tra i due maggiori produttori mondiali di greggio – il maggiorente OPEC chiamato Arabia Saudita e il principale esponente della cerchia extra-OPEC, ossia la Russia – il cartello noto come OPEC+ è collassato per Coronavirus, o forse per via di un matrimonio di interesse talmente azzardato da non poter durare a lungo.

Quale che sia la ragione ultima di quella che i media mondiali hanno descritto come la fine di un esperimento audace ma necessario in un’era di estrema volatilità dei prezzi e di sfide legate ad un mercato dell’energia in repentino mutamento, l’ircocervo chiamato OPEC+ pare proprio non aver retto la tensione scaturita da un’emergenza, quella del Covid-19, che ha fatto calare il prezzo del Brent di ben il 20% e vede Riad e Mosca divergere radicalmente sulle strategie da adottare per invertire una china devastante per le casse di tutti.

Se, almeno, la riunione dell’OPEC+ convocata d’urgenza venerdì aveva come principale punto in agenda il taglio alla produzione di circa 1,5 milioni di barili proposto dall’orchestra OPEC e dal suo direttore saudita, il suo fallimento è stato eclatante proprio come il niet opposto da Mosca ad una proposta che avrebbe richiesto agli Stati OPEC di provvedere ai due terzi del taglio complessivo (un milione di barili) e ai partner non-OPEC di pensare all’altro terzo (mezzo milione).

Non è un caso che, alla vigilia del meeting, spirasse l’aria dei momenti storici, o meglio, del test esistenziale. “Per questa organizzazione”, commentava ad esempio giovedì a CNBC il capo della global commodities strategy di RBC, Helima Croft, “si tratta davvero di un momento in cui o si va avanti tutti insieme e alla grande, oppure si va tutti a casa”.

È più o meno lo stesso concetto evidenziato dal ministro del petrolio iraniano, Bijan Zanganeh, quando era diventato chiaro che quella proposta non solo sarebbe abortita in caso di opposizione da parte di uno o più Paesi non OPEC (non abbiamo “un piano B”, sono state le parole del ministro), ma avrebbe – ove tale scenario si fosse materializzato – determinato seduta stante la morte cerebrale di OPEC+.

Si capisce in questo senso come mai, una volta consumato lo strappo, a intonare l’orazione funebre sia stato proprio il ministro russo dell’energia Alexander Novak.

“Abbiamo preso questa decisione”, ha spiegato Novak ai reporter assiepati venerdì a Vienna, “in quanto non è stato possibile trovare un’intesa tra tutti i 24 membri (di OPEC+) su come reagire in modo coordinato all’attuale situazione. Pertanto”, è stato l’annuncio choc del ministro, “a partire dal 1 aprile cominceremo a lavorare senza curarci delle quote o di riduzioni che erano state già concordate in precedenza”.

Com’era prevedibile, non è passato molto tempo prima che la scossa russa si trasmettesse sui sismografi dei mercati mondiali, dove tanto il Brent quanto lo U.S West Texas Intermediate hanno registrato un tonfo dell’8%, assestandosi su una quotazione rispettivamente di 45,46 e 41,93 dollari –le più basse da tre anni a questa parte.

Ma è andata anche peggio ai futures Brent, crollati di ben il 30%, e al WTI, che ha lasciato sul terreno circa un terzo del suo valore.

Leggendo i resoconti fatti dalla stampa, si percepiva nitidamente la sensazione di assistere alla fine di un’era: quella che a partire dal 2016 ha visto gemmare, secondo il noto principio “di necessità virtù”, un’inedita cooperazione tra sauditi e russi finalizzata a puntellare i prezzi dell’oro nero e a gestire di comune accordo il rubinetto dell’offerta.

Ma i media sono stati anche facili profeti quando, vergato il loro necrologio di OPEC+, hanno intravisto dietro l’angolo l’inizio di una guerra senza quartiere tra i due ex partner. Un conflitto destinato ad essere combattuto a colpi di milioni di barili a buon mercato che inonderanno presto un mercato riprecipitato bruscamente nell’anarchia.

Ecco dunque Bloomberg annunciare, a poche ore dalla fine del meeting di Vienna, le prime salve di una vera e propria “all-out oil war” lanciate dalla culla dell’islam sotto la forma di aumenti alla produzione e, soprattutto, tagli al prezzo del petrolio di entità mai viste negli ultimi 20 anni.

A partire da sabato, infatti, il greggio saudita si potrà acquistare in Asia con uno sconto compreso tra i 4 e i 6 dollari al barile e negli Usa con ben 7 dollari al barile in meno.

E siccome in tempi di guerra si tende a regolare tutti i conti, anche quelli con gli ex partner, Riad ha pensato bene di riservare il taglio più drastico – 8 dollari in meno – al greggio destinato all’Europa nordoccidentale, vale a dire proprio al mercato in cui detta legge il petrolio che Mosca estrae dai suoi giacimenti negli Urali.

Oltre al requiem per l’OPEC+, insomma, prepariamoci a suonare lo spartito di un conflitto che, secondo le stime di Bloomberg, vedrà la spada dell’Islam infierire sul corpaccione russo iniettando nel mercato qualcosa come tre milioni in più di barili di petrolio rispetto ai circa 9,7 concordati in quella sede chiamata OPEC+ che da venerdì non risponde più al telefono.

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È RECORD NEI COMMERCI TRA GERMANIA E CINA: NUOVI DATI DESTATIS

Per quanto non abbia firmato alcun Memorandum of Understanding con Pechino, la Germania fa affari d’oro con la superpotenza n. 2, che i dati diffusi la scorsa settimana dall’Ufficio federale di statistica (Destatis) ritraggono chiaramente come il principale partner commerciale di Berlino.

È arrivato a ben 205,7 miliardi di euro l’interscambio commerciale tra il Paese leader del Vecchio Continente e l’aspirante egemone globale che, nella terra di Angela Merkel, ha ormai superato le posizioni di antichi partner come il Belgio, oggi secondo in classifica con 190,4 miliardi di euro, e gli stessi Stati Uniti (190,1 miliardi).

Parlare di rivoluzione non è imprudente, considerato che nel 1980 la Cina si trovava al 35mo posto nella classifica dei partner commerciali della Repubblica Federale.

Si tratta peraltro di una rivoluzione benefica per entrambi, visto che la partita delle importazioni dalla Cina alla Germania (che nel 2019 hanno raggiunto i 109,7 miliardi di euro, con un incremento del 3,4 per cento rispetto all’anno precedente) è più o meno equivalente a quella dell’export tedesco verso l’ex impero di mezzo.

Una performance clamorosa, dunque, il cui merito è da attribuirsi – stando all’analisi fatta per l’agenzia di stampa cinese Xinhua da Christian Rusche, economista dell’Istituto economico tedesco (Iw) – agli “effetti di specializzazione” consustanziali, come già Adam Smith predicava ai suoi tempi, al commercio internazionale.

“Quando gli stati producono ciò che fanno meglio e poi lo scambiano”, ha affermato Rusche illustrando il suo pensiero, “sia la quantità che la qualità dei beni prodotti possono essere aumentate”.

Quei dati record dell’interscambio sono dunque tutto fuorché un mistero, essendo il frutto – come ha spiegato ancora l’IW – da un lato della presenza più che consolidata in Cina dei produttori tedeschi di macchinari, automobili e loro parti e di prodotti chimici, ossia di quel che mamma Deutschland sa fare da sempre meglio di altri, e, dall’altro, delle quote di mercato raggiunte dai produttori cinesi in settori come l’elettronica o il tessile, per tacere di quel ramo –smartphone e apparecchiature di rete – in cui Pechino punta ormai alla leadership globale.

“Entrambi i paesi hanno beneficiato l’uno dell’altro”, è la conclusione di Rusche in merito ad uno “sviluppo economico” che negli “ultimi anni” tanti vantaggi ha portato sia al made in Germany che al made in China.

E senza bisogno di alcun MoU.

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QUANDO I NODI VENGONO AL PETTINE: NUOVO MONITO USA ALLA GRAN BRETAGNA SU HUAWEI

Povero Boris…

Credeva, il primo ministro britannico, di aver risolto il nodo più inestricabile di tutti – la scelta di lasciare o meno che Huawei realizzi la rete 5G nazionale, incorrendo o nell’ira degli Usa di Trump o in quella dei sempre più influenti rivali cinesi – adottando a gennaio una policy che sferra un colpo al cerchio e uno alla botte.

Ebbene, a circa due mesi di distanza dalla decisione del governo Uk di dare luce verde a Huawei, ma solo per le parti non “core” della rete e con la precauzione di evitarne la presenza nei pressi delle installazioni militari dell’alleato a stelle e strisce, quel nodo ora viene al pettine.

Come ha spiegato la settimana scorsa al Congresso di Washington il Segretario alla Difesa Mark Esper, reiterando il concetto con cui il suo governo ha martellato negli ultimi due anni gli esecutivi dei partner di mezzo mondo, se “i nostri alleati Nato incorporeranno la tecnologia Huawei (nelle rispettive reti 5G), ciò potrebbe senz’altro avere un serio impatto sulla nostra capacità di condividere le informazioni, l’intelligence e i piani operativi”.

Se il punto non fosse comprensibile, la chiusa dell’affermazione di Esper ha provveduto a fare chiarezza: ove codesti alleati ignorassero i nostri moniti, non potranno non esserci conseguenze sulla capacità “dell’alleanza (Atlantica) di comportarsi come un’alleanza”.

Che questi segnali siano tutto fuorché virtuali è apparso ben chiaro ieri ai lettori dell’articolo scritto per Bloomberg da Eli Lake, giornalista esperto dei temi della sicurezza con un passato al Daily Beast, New York Sun e Washington Times.

Grazie alle sue fonti in seno all’amministrazione Trump, Lake ci ha informato della “interagency review” lanciata la settimana scorsa dal National Security Council per capire –scrive il reporter – “quali asset militari e di intelligence dovranno essere rimossi dalla Gran Bretagna qualora Huawei partecipasse nella costruzione della rete 5G”.

Come ha chiarito a Lake un “senior U.S official” che sta lavorando al dossier Huawei, l’obiettivo della valutazione affidata alla Nsa è di capire cosa implichi, in termini di potenziali falle nella sicurezza delle comunicazioni, la presenza nelle basi a stelle e strisce in Uk di “antenne smart e computer gestiti dal Partito Comunista cinese”.

Ciò che la NSA è chiamata a fare è dunque, ha precisato l’anonimo esponente dell’amministrazione Trump, “realizzare un inventario delle attrezzature e basi americane in territorio britannico” per “valutare il rischio che deriva dal lasciarle lì”.

Perché il messaggio giunga a destinazione, Lake – o, più probabilmente, la gola profonda in questione – ha provveduto ad un comodo esempio: a rischio c’è, tra le altre, la base della NSA di Menweth Hill. Si tratta non solo della struttura più grande di cui la NSA dispone fuori dal territorio nazionale, ma soprattutto di quella in cui “potenti antenne” raccolgono quei dati elettronici che l’esercito e la Cia sfrutteranno poi per mettere nel mirino di droni o missili i terroristi da incenerire.

Non è tutto. Affinché il messaggio giunga forte e chiaro al n. 10 di Downing Street, Lake ha pensato bene di consultare un membro dello staff di un senatore Usa che gli ha riferito della decisione già assunta dal governo di mettere in pausa la consegna, programmata per il 2024, degli aerei spia RC-135 destinati alla base della Royal Air Force di Fairford.