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Petrolio, l’Opec pianifica tagli? E l’ Iraq punta sull’aumento della produzione

l'Iraq

Una delle cause delle recente accelerazione è data dalle crescenti pressioni esercitate dall’amministrazione Usa sull’ Iraq per liberarsi di ogni legame energetico con l’Iran

L’Iraq ha bisogno di uno slancio positivo per lasciarsi alle spalle i travagli del 2019 – le manifestazioni, la fiammata geopolitica generata dall’assassinio del generale Soleimani a Baghdad, la caduta del governo Abdul-Mahdi – e un successo concreto potrebbe arrivare proprio dall’industria petrolifera del Paese mediorientale. Consapevole di ciò (e di tutte le pressioni che Baghdad affronterà alla riunione dell’OPEC+ per le sue inadempienze), il nuovo governo iracheno ha dato il via libera alla tornata di concessione delle licenze avviata nel 2018, assegnando 6 blocchi agli investitori. Tra i quali risulta difficile, tuttavia, scorgere compagnie petrolifere internazionali.

IL ROUND DI LICENZE

Nell’aprile 2018 le autorità irachene avevano assegnato 6 licenze (delle 11 disponibili) alle imprese cinesi United Energy e Geo-Jade, nonché alla Crescent Petroleum con sede negli Emirati Arabi Uniti. Dopo essersi liberato solo di recente dallo Stato islamico e soffrire ancora di una eccessiva burocrazia, l’Iraq non è riuscito ad attirare alcun serio interesse da parte delle major occidentali e si è dovuto accontentare di investitori relativamente piccoli. Le prime bozze dei contratti con i vincitori sono state firmate il 4 giugno 2018, con tassi di remunerazione che vanno dal 4,55% al 19,99% (cioè dal blocco di Huwaiza della UEG al blocco di Khashm Al Amar della Crescent Petroleum). In effetti, per quasi 20 mesi non c’è stato quasi nessun progresso, fino ad ora.

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PERCHÉ PROPRIO ORA SI È SBLOCCATO TUTTO

Ma cosa è cambiato all’interno dell’Iraq proprio adesso? Una delle cause delle recente accelerazione è data dalle crescenti pressioni esercitate dall’amministrazione Usa su Baghdad per liberarsi di ogni legame energetico con l’Iran. L’Iraq continua a importare 1,2-1,5 miliardi di piedi cubici al giorno di gas naturale dall’Iran (e anche elettricità), una fonte di approvvigionamento cruciale date le disastrose condizioni delle infrastrutture irachene per la produzione di energia: ma sembra che la pazienza della Casa Bianca si stia esaurendo. Avendo concesso deroghe alle sanzioni di 90 o 120 giorni all’Iraq, l’ultima esenzione valida solo per 45 giorni sta per scadere. Se l’Iraq vuole mantenere l’impegno di diventare autosufficiente nel settore del gas e dell’elettricità entro 3 anni, ha bisogno, dunque, di nuove fonti di gas.

LE STIME SUI BLOCCHI

Il ministero dell’Energia iracheno ritiene che i 6 blocchi possano aggiungere in totale più di 0,75 miliardi di piedi cubici al giorno di produzione di gas naturale, pari a circa la metà di quanto l’Iraq importa attualmente dal suo vicino orientale. La scelta di Geo-Jade e United Energy potrebbe far aggrottare la fronte sul fatto che queste aziende possiedano il know-how necessario per operare nel settore Oil&gas. In realtà la Geo-Jade è una società di sviluppo immobiliare trasformata in un’impresa petrolifera con 3 attività gestite in Kazakistan. Se si vuole mettere da parte la Crescent Petroleum, l’ironia della sorte – per gli Usa – sta nel fatto che la sostituzione dei volumi di gas importati dall’Iran da parte di Baghdad potrebbe avvenire con l’aiuto delle società cinesi. Soprattutto se si considera che il preteso obiettivo dell’Iraq di aumentare la produzione di gas non è realmente correlato alle peculiarità dei giacimenti che stanno per essere sviluppati.

I GIACIMENTI DI NAFT KHANEH E HUWAIZA

Geo-Jade si è aggiudicata, infatti, i giacimenti di Naft Khaneh e Huwaiza, entrambi a cavallo del confine iraniano. I due blocchi sono uniti dal fatto che sembrano essere una continuazione dei giacimenti petroliferi già sviluppati dall’Iran dall’altra parte – nel caso del primo portano addirittura lo stesso nome -. In sostanza, dei 6 blocchi da assegnare, solo uno di essi dispone di consistenti riserve di gas: le precedenti valutazioni effettuate sul giacimento di Khashm Al Ahmar hanno portato il suo potenziale di gas a 2,2 Trilioni di piedi cubici (e 252 MMbbl di petrolio). Questo potrebbe spiegare perché il ministero del Petrolio iracheno ha accettato un tasso di remunerazione così elevato – 19,99%, appena un centesimo al di sotto del livello massimo fissato dal Ministero.

LA PRODUZIONE DI GAS DAI GIACIMENTI DI KHASHM AL-AMAR E GILABAT

“La Crescent Petroleum ha affermato di poter aumentare la produzione di gas dai giacimenti di Khashm al-Amar e Gilabat a 0,2 TCf al giorno, pari a circa il 15% del volume complessivo di gas iraniano importato – ha sottolineato Oilprice -. Non sono le credenziali dell’azienda ad essere inadeguate – la controllata di Crescent, Dana Gas, ha avuto una serie di successi nella regione del Kurdistan iracheno – ma piuttosto l’insufficienza della spinta dell’Iraq ad avere un’industria del gas a sé stante, priva degli sprechi di flaring. A parte le attività di Crescent, gli altri giacimenti o non contengono riserve di gas commercialmente redditizie o mancano di informazioni al riguardo, è difficile vedere quindi una crescita effettiva. È interessante che nessuno abbia osato fare un’offerta per il blocco del Golfo Arabico, l’unico blocco offshore messo a disposizione per la quinta tornata di licenze – anche se non c’è stata una precedente valutazione delle sue riserve”.

In sostanza, anche se le tensioni sono elevate in Iraq e negli Stati Uniti chiunque governerà il paese sarà costretto a fare passi da gigante per portare in produzione le risorse di gas finora bloccate e diminuire la sua dipendenza dalle importazioni di gas ed elettricità iraniane. “La mancanza di major occidentali, con le loro competenze in materia di soluzioni tecnologiche, è un’apparente debolezza nella spinta dell’Iraq ad aumentare la produzione di gas, ma l’inadeguata definizione di obiettivi potrebbe essere un problema ancora più grande”, ha concluso Oilprice.