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Piano per la transizione ecologica, in Gazzetta l’ok al piano

MITE

Il Pte era stato approvato dal Cite lo scorso 8 marzo e contiene la strategia italiana per la decarbonizzazione

Semaforo alla delibera del presidente del Consiglio Mario Draghi riguardante il Piano per la transizione ecologica approvato dal Cite lo scorso 8 marzo che prevede un piano di azione su cinque macro-obiettivi condivisi a livello europeo: neutralità climatica; azzeramento dell’inquinamento; adattamento ai cambiamenti climatici; ripristino della biodiversità e degli ecosistemi; transizione verso l’economia circolare e la bioeconomia.

Se l’obiettivo principale del Piano di transizione ecologica è il raggiungimento della neutralità climatica al 2050 (e la riduzione del 55% delle emissioni di gas serra al 2030), molti altri sono gli obiettivi e gli ambiti di intervento, compresi nel perimetro dei cinque macro-obiettivi. Il Piano si declina in otto ambiti di intervento, la cui reciproca relazione implica una gestione intersettoriale coordinata a livello nazionale fra vari ministeri e agenzie, e a livello locale fra Regioni e città. Si tratta di: la decarbonizzazione; la mobilità sostenibile; il miglioramento della qualità dell’aria; il contrasto al consumo di suolo e al dissesto idrogeologico; il miglioramento delle risorse idriche e delle relative infrastrutture; il ripristino e il rafforzamento della biodiversità; la tutela del mare; la promozione dell’economia circolare, della bioeconomia e dell’agricoltura sostenibile.

Nel dettaglio:

LA DECARBONIZZAZIONE

La sfida climatica impone l’accelerazione delle misure di mitigazione in modo da ottenere un saldo netto di emissioni pari a zero entro il 2050 e la stabilizzazione del riscaldamento globale a un aumento di 1,5-2°C, come auspicato dagli accordi di Parigi. Secondo i nuovi scenari comunitari condivisi a dicembre 2020, questo obiettivo comporta una riduzione delle emissioni di gas serra dei Paesi Ue del 55% entro l’anno 2030 (rispetto al 1990), un livello ben più impegnativo rispetto a quello precedente, fissato a -40%. La revisione del Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC), elaborato solo a fine 2019, porta il nuovo obiettivo nazionale di emissioni 2030 intorno a 256 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (rispetto a 418 milioni di tonnellate del 2019). In questo contesto, viene ricordato come il negoziato con la Commissione Europea sul recepimento del pacchetto “Fit-for-55” possa richiedere una revisione degli obbiettivi energetici e climatici proposti in questo piano”.

Per raggiungerlo, il Piano ipotizza uno sforzo ulteriore nelle politiche di risparmio energetico, soprattutto nei settori dei trasporti e dell’edilizia, e un’elettrificazione del sistema dell’energia primaria che nella prospettiva di decarbonizzazione totale al 2050 dovrà superare il 50%. La generazione di energia elettrica, a sua volta, dovrà dismettere l’uso del carbone entro il 2025 e provenire nel 2030 per il 72% da fonti rinnovabili, fino a sfiorare livelli prossimi al 95-100% nel 2050.

In parallelo non si dovrà trascurare il perdurante fenomeno della povertà energetica, che in Italia interessa il 13% delle famiglie, nuclei che per motivi economici e sociali non riescono a riscaldare o
raffreddare adeguatamente la propria abitazione. La rivoluzione del sistema energetico andrà accompagnata da una sostanziale decarbonizzazione del comparto industriale. Nel 2019 le emissioni complessive del settore industriale sono state pari a circa il 20% del totale nazionale61, in parte derivanti dall’utilizzo di fonti fossili a fini energetici e in parte derivanti da processi produttivi (circa 40%). Nei settori “hard to abate” (siderurgia vetro, ceramica, cemento, chimica) il principio guida per la riduzione delle emissioni continuerà ad essere quello dell’“energy efficiency first”, che trova nell’efficienza la prima leva da impiegare per ottenere vantaggi economici e ambientali in termini di riduzione delle emissioni. Sarà necessario comunque ricorrere alla combinazione di più leve, quali: il passaggio da combustibili fossili ai combustibili rinnovabili come idrogeno, bioenergie e fuel sintetici, l’elettrificazione spinta dei consumi e il ricorso a cattura e stoccaggio della CO2 residua (CCS – CCU). In questo contesto, viene ricordato come il negoziato con la Commissione Europea sul recepimento del pacchetto “Fit-for-55” possa richiedere una revisione degli obbiettivi energetici proposti in questo piano.

Ulteriori risparmi di emissioni si potranno realizzare mediante sostituzione di materiali, per esempio in campo edilizio con un impiego maggiore di legno ingegnerizzato al posto del calcestruzzo, nel riscaldamento/raffrescamento in campo civile (es. pompe di calore, elettricità) e più in generale con l’adozione più sistematica di pratiche di economia circolare e dei Criteri minimi ambientali (CAM) che già oggi impongono l’impiego di una certa quota di materiali riciclati. Un aiuto arriverà anche dall’agricoltura, coerentemente con la strategia Farm to Fork62, con la graduale sostituzione dei mezzi agricoli più inquinanti e con la transizione verso pratiche agricole e zootecniche più sostenibili – agroecologia, agricoltura di precisione – che oltre a ridurre le emissioni di ammoniaca, consentiranno un maggiore assorbimento di carbonio nei terreni e un potenziamento delle bioenergie, dalle quali si prevede una riduzione a 22-23 milioni di tonnellate di CO2 equivalente al 2050. Anche campagne ben congegnate per promuovere un’alimentazione di tipo mediterraneo con prevalenza di vegetali comporteranno il doppio beneficio di minori emissioni e di un miglioramento dello stato di salute della popolazione. Infine, l’estensione di una gestione sostenibile all’insieme delle foreste italiane, che attualmente occupano il 40% del territorio nazionale, determinerà fra gli altri benefici ambientali e sanitari una ottimizzazione della loro capacità di assorbire più del 10% delle emissioni nazionali.

LA MOBILITÀ SOSTENIBILE

Un capitolo particolarmente importante dell’opera di decarbonizzazione riguarda i trasporti, responsabili in Italia di circa il 26% delle emissioni (in linea con la media EU27) con un peso che è stato crescente negli ultimi anni come risultato di una riduzione complessiva delle emissioni a livello Paese e una crescita del comparto. A sua volta il trasporto privato (macchine e motocicli) è responsabile per circa il 56% delle emissioni del settore (con un peso relativo aumentato di 3,4 punti percentuali dal 1990 al 2019) mentre il 22% è attribuibile agli autobus e ai trasporti pesanti (-9,6 punti percentuali di calo nel peso relativo). Le ferrovie contribuiscono in maniera marginale (0,1%), con un peso relativo che dal 1990 si è anche ridotto di circa 0,5 punti percentuali.

L’obiettivo di un loro azzeramento è possibile attraverso la progressiva conversione a veicoli elettrici, a idrogeno e a biocarburanti. In linea con questi obiettivi, la filiera industriale dell’automotive deve accelerare nello sviluppo di modelli convenienti, maturi nelle tecnologie e con adeguata capacità di accumulazione di energia (batterie). Questa accelerazione dovrà essere accompagnata da alcune scelte in ambito di politica industriale, nonché da un rafforzamento del contributo della domanda pubblica soprattutto nel settore del Trasporto pubblico locale, così come già previsto nelle linee di intervento del PNRR. Per questo il Piano italiano si allinea ai principali obiettivi indicati dalla strategia europea sulla mobilità (2020), che prevedono 30 milioni di auto elettriche entro il 2030 (6 milioni in Italia), navi e aerei a emissioni zero fra il 2030 e il 2035; il raddoppio del traffico ferroviario ad alta velocità per il 2030 e la triplicazione entro il 2050; l’aumento del 50% del traffico merci su rotaia entro il 2030 e il suo raddoppio per il 2050. Ma nei trasporti non è solo in gioco la decarbonizzazione: da un lato gli incidenti stradali, con più di 20 mila
morti all’anno in Europa (oltre 3.000 in Italia nel 2019), dall’altro inquinamento e congestione urbana rappresentano nodi altrettanto importanti da sciogliere nei prossimi anni. L’Italia, così come altri paesi europei, è ancora caratterizzata da una forte prevalenza della mobilità privata pari all’90% (6,3% ferrovia) rispetto ad una media EU27 del 82,9% (7,9%) che da oggi al 2050 andrà profondamente modificato a favore della mobilità condivisa e collettiva. A tal fine, è opportuno identificare soluzione per incrementare i livelli di appetibilità e fruibilità del servizio di trasporto pubblico, creando tutte le condizioni che assicurino un effettivo shift modale verso l’utilizzo del mezzo pubblico.

L’opera di potenziamento del sistema ferroviario è già iniziata vigorosamente con la Missione 3 (Mobilità) del PNRR che investirà circa 25 miliardi di euro, oltre a 10,35 miliardi finanziati con fondi nazionali, nel completamento dell’infrastruttura ferroviaria da Salerno a Reggio Calabria, in Sicilia, nelle diagonali che connettono la costa jonica-adriatica alla tirrenica, e nel Nord verso i valichi.

Inoltre, verrà dato un forte impulso al miglioramento delle reti ferroviarie regionali a servizio dell’utenza pendolare, con finanziamenti da Fondo complementare al PNRR finalizzati all’aumento di capacità delle linee esistenti, allo svecchiamento del materiale rotabile, al miglioramento delle prestazioni di servizio (in termini di regolarità e puntualità). La Missione 2 del PNRR impegna a sua volta la posta più alta, pari a circa 9 miliardi di euro, alla conversione ecologica della mobilità locale con la realizzazione di 570 km di piste ciclabili urbane e 1200 km di ciclovie turistiche; 240 km di nuove linee di trasporto pubblico, tra cui filovie e nuove linee metropolitane, e lo sviluppo di una rete infrastrutturale di ricarica elettrica pubblica con 7.500 punti nelle superstrade e altri 13.750 punti nelle città, oltre a 100 stazioni di ricarica sperimentali a idrogeno per automobili e autocarri.

Con la Missione 2 del PNRR viene implementata anche la linea di azione di ammodernamento del parco mezzi adibiti al trasporto pubblico locale, con la sostituzione di circa 3.000 autobus diesel con autobus elettrici o ibridi. Altre azioni del PNRR riguardano il trasporto merci, che dovrà essere progressivamente portato su ferro. Verrà anche svecchiato il parco dei rotabili dedicato al trasporti merci (locomotori, carri merce) e alle movimentazioni presso le piattaforme e i terminali di interscambio. Particolarmente sfidante sarà il raggiungimento di emissioni zero nei trasporti marittimi, per i quali si renderanno disponibili motori alimentati a idrogeno e carburanti alternativi, mentre già nel PNRR si prevede una importante opera di elettrificazione dei porti (attuazione del piano nazionale del “cold ironing” e Green Ports).

IL MIGLIORAMENTO DELLA QUALITÀ DELL’ARIA

L’obiettivo posto dall’Europa di azzerare l’inquinamento entro il 2050 è altrettanto sfidante ed è ovviamente connesso all’azzeramento delle emissioni. Con la Comunicazione della Commissione europea “Towards zero pollution for air, water and soil”64 ci si propone infatti, come tappa intermedia all’azzeramento entro metà secolo, l’ambizione di ridurre, entro il 2030:
● di oltre il 55% gli impatti sulla salute (morti premature) dell’inquinamento atmosferico;
● del 25% gli ecosistemi dell’UE in cui l’inquinamento atmosferico minaccia la biodiversità, in
particolare per il fenomeno della eutrofizzazione dei terreni e delle acque dovuto ai nutrienti
azotati provenienti dagli inquinanti atmosferici;
● del 50% la produzione di rifiuti urbani, il cui trattamento contribuisce all’inquinamento di
aria, acqua e suolo.
All’inquinamento atmosferico vengono attribuite circa 60.000 morti premature all’anno in Italia, concentrati soprattutto negli hot-spot del bacino padano e delle grandi conurbazioni, dove in effetti continua a persistere una condizione critica. Tuttavia, non basterà spegnere camini e tubi di scarico per avere un’aria pulita: alcune misure positive per il clima, ad esempio l’uso di bioenergie, non sono infatti a impatto zero e andranno pertanto attentamente mitigate con opportune tecnologie.

Ancora maggiore sulla qualità dell’aria è l’effetto dell’ammoniaca che, emessa prevalentemente in ambito agricolo, genera il particolato secondario. Per questo il Piano mette capo a una strategia di approccio complessivo all’inquinamento che dovrà agire contemporaneamente su trasporti, industria, energia e settore primario. Analizzando i progressi fatti in Italia dal 2005 ad oggi (2021) rispetto ai tetti di emissioni di inquinanti stabiliti dall’UE, il nostro Paese è sulla buona strada, ma per rispettare i target più ambiziosi al 2030 serviranno sforzi ulteriori, soprattutto per Ossidi di azoto (NOx), Composti organici volatili diversi dal metano (COVNM) e particolato fine (PM2,5), anche considerando che sarà necessario porsi un obiettivo di riduzione per l’ammoniaca (NH3) molto più impegnativo di quello attuale (-16%). Il Protocollo d’intesa che istituisce il “Piano d’azione per il miglioramento della qualità dell’aria” è articolato in quattro ambiti di intervento riguardanti i settori più problematici per il rispetto delle norme sulla qualità dell’aria e precisamente i trasporti, l’agricoltura, la combustione da biomassa e il riscaldamento civile. Le misure da porre in essere sono sia trasversali che tematiche. Le prime coinvolgono tutti i Ministeri interessati e riguardano, oltre alla creazione di un fondo economico fino a 400 milioni di euro l’anno per finanziare le misure individuate, l’istituzione di un gruppo di lavoro interministeriale, con la partecipazione delle Regioni, al fine di presentare proposte normative volte alla razionalizzazione dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD). Le misure tematiche individuano, invece, specifiche azioni operative da realizzare nei diversi settori coinvolti.

Il Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico (PNCIA)65 ha individuato un insieme di misure che rappresentano appunto quegli “sforzi ulteriori” in grado di raggiungere i target di riduzione dei principali inquinanti al 2030. Tra esse figurano: la dismissione del carbone al 2025; il ridimensionamento delle incentivazioni alle bioenergie; l’obbligo di integrazione del fotovoltaico negli edifici nuovi o da ristrutturare; il rinnovo dei vecchi impianti di riscaldamento a biomasse; l’aumento del ricorso al teleriscaldamento; il rafforzamento degli standard minimi per l’edilizia e le misure per l’efficienza energetica; l’introduzione di sistemi di domotica e digitalizzazione negli edifici e nel settore terziario, con misure volte all’educazione all’efficienza energetica e costituzione di community con obiettivi di risparmio energetico; la riduzione dei consumi elettrici nella pubblica amministrazione, con forme premiali e sanzionatorie; misure già ricordate (vedi capitolo precedente) sulla mobilità sostenibile; infine, misure in campo agricolo per la riduzione delle emissioni di ammoniaca.

I margini maggiori di miglioramento riguardano i settori dei trasporti e del riscaldamento degli edifici, che peraltro producono la maggior parte delle emissioni in ambito urbano e metropolitano, dove dovranno quindi concentrarsi le azioni principali. È infatti soprattutto in queste aree più densamente popolate che le soglie di inquinamento delle diverse sostanze viene più frequentemente sorpassato, esponendo l’Italia a diverse procedure di infrazione a livello europeo.

Molte delle misure contenute nel PNRR all’interno delle missioni 1 (digitalizzazione), 2 (transizione ecologica) e 3 (mobilità sostenibile) concorrono a generare ricadute positive sulla qualità dell’aria (si pensi al potenziamento di fonti rinnovabili e all’impiego delle bioenergie, elettrificazione, anche nel settore trasporti, alla forestazione urbana e alle ricadute in termini di minori emissioni della digitalizzazione del Paese). Per quanto riguarda l’agricoltura, il Codice nazionale indicativo di buone pratiche agricole per il controllo delle emissioni di ammoniaca, predisposto dal MIPAAF, prevede varie misure, fra cui alcune obbligatorie, quali: 1) diverso uso dei fertilizzanti; 2) tecniche di spandimento delle deiezioni; 3) stoccaggi.

Le misure progressivamente più stringenti in materia di decarbonizzazione e rinaturalizzazione rurale e degli ambiti metropolitani, il completamento delle opere di ripristino nelle aree di bonifica (Siti di interesse nazionale, vedi allegato 1 pag. 55, insieme a una azione decisa rivolta anche al contrasto dell’inquinamento indoor, consentiranno inoltre di impostare un percorso strutturato per portare l’intero paese a rispettare entro il 2050 quanto meno le soglie cautelative suggerite dalle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, così come un tendenziale azzeramento delle contaminazioni acqua e suolo.

IL CONTRASTO AL CONSUMO DI SUOLO E AL DISSESTO IDROGEOLOGICO

L’Italia è un Paese fragile dal punto di vista geologico, sia per fenomeni naturali come i terremoti, sia per fenomeni quali smottamenti, frane ed eventi alluvionali ascrivibili anche alla crescente impermeabilizzazione del suolo, che avanza a un ritmo di 2 metri quadrati al secondo e che negli ultimi decenni ha “consumato” l’8% circa del territorio67. Tale consumo di suolo – concentrato nelle aree più industrializzate e densamente abitate, in particolare lungo le coste e nelle pianure – sottrae una parte rilevante del territorio italiano allo svolgimento di servizi ecosistemici essenziali come la ricarica della falda idrica, l’assorbimento di carbonio e la stabilità dei versanti montuosi e collinari, mettendo a repentaglio l’incolumità della popolazione residente. Si stima che circa un quinto del territorio sia a rischio di frane e alluvioni a maggiore pericolosità, sia al nord che al centro-sud del paese. La fragilità connaturata nella conformazione geomorfologica del nostro Paese è resa ancor più grave a causa da eventi estremi di precipitazioni intense, accompagnati da fenomeni di desertificazione ed eventi siccitosi, incendi boschivi estesi a grandi aree, tutte conseguenze del riscaldamento globale. È fondamentale prendere atto che i due aspetti, consumo di suolo e prevenzione dei dissesti idrogeologici, sono strettamente connessi tra di loro e ai cambiamenti climatici e che nel territorio italiano, molte problematiche connesse al consumo di suolo, al dissesto e all’adattamento dei cambiamenti climatici sono riscontrabili anche in relazione alla dinamica e morfologia evolutiva dei corsi d’acqua. Per minimizzare queste dinamiche distruttive è necessario da un lato adottare obiettivi stringenti di arresto di consumo di suolo, fino a un suo azzeramento netto entro il 2030; dall’altro migliorare sensibilmente la sicurezza del territorio e delle comunità più vulnerabili, al fine di tutelare il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico del Paese, come previsto dell’art.9 della Costituzione.

Nel primo caso (arresto del consumo di suolo), il Piano si propone di inasprire i divieti di edificazione negli ambiti costieri, rendendo operativi vincoli di tutela per una profondità di almeno 1 km dalla battigia, ma anche preservando e ove possibile aumentando i “varchi naturali” fra entroterra e linea di costa, oltre alla messa in cantiere di azioni di adattamento basate su soluzioni naturali (nature based solutions) rispetto ai tradizionali interventi strutturali di difesa delle coste, anche con obiettivi di contrasto naturale dei frequenti fenomeni erosivi. Un repertorio organico di azioni è contenuto nel Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici68, con riferimento anche ad insediamenti urbani, pianure, ambiti collinari e montuosi, a difesa delle principali attività quali energia e industria, turismo, agricoltura. Quanto al secondo punto (dissesto idrogeologico) il Piano intende elaborare un’organica politica
nazionale di tutela del territorio e prevenzione dei rischi. Una prima risposta arriva dal PNRR (Missione 2), volta a rafforzare le capacità di monitoraggio avanzato e previsionali delle dinamiche in atto. I dati di monitoraggio costituiranno la base per lo sviluppo di piani di adattamento e di prevenzione dei rischi69. Il PNRR prevede inoltre un deciso processo di velocizzazione, semplificazione e potenziamento della governance, in termini di strutture tecniche al servizio dei commissari straordinari e delle Autorità di bacino. La riforma sarà compiuta entro metà 2022. Quanto agli investimenti, saranno stanziati 2,5 miliardi di euro per la realizzazione di prime misure di prevenzione e contrasto del rischio idrogeologico, a cui si accompagneranno interventi di prevenzione e adattamento su aree più vaste particolarmente critiche, con l’obiettivo di mettere in sicurezza 1,5 milioni di persone oggi a rischio. Per la fine del 2021, sarà inoltre terminata una versione aggiornata dei Piani di Gestione del Rischio Alluvioni (PGRA)70, che consentono la gestione sostenibile del rischio mediante la progettazione degli interventi in ottica di rinaturalizzazione dei terreni, interventi di messa a dimora di piante, delocalizzazione di costruzioni su aree a rischio, e l’impiego diffuso di “soluzioni basate sulla natura”, per i quali serviranno finanziamenti ulteriori ben
oltre il 2030.

IL MIGLIORAMENTO DELLA GESTIONE RISORSE IDRICHE E DELLE RELATIVE INFRASTRUTTURE

Le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici, anche in considerazione del probabile aumento di frequenza e intensità degli eventi di siccità, riguardano anche l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse idriche (a scopo civile, industriale e agricolo), caratterizzato da elevata frammentazione gestionale e sprechi di risorsa (42% negli acquedotti civili, con punte del 51% nelle regioni meridionali). A questo riguardo il PNRR ha destinato ingenti risorse (4,38 miliardi) per riforme e interventi destinati a infrastrutture per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico, i sistemi fognari e depurativi (carenti o del tutto assenti in alcune zone del Paese), per il monitoraggio e la digitalizzazione delle reti, e in particolare per ridurre in modo consistente le dispersioni idriche in 15.000 km di rete (al 2026) e ottimizzare la rete irrigua nel 15% delle aree agricole.

In continuità con i progetti impostati dal Piano di ripresa e resilienza, il Piano di transizione ecologica intende completare l’opera di efficientamento e potenziamento delle infrastrutture idriche entro il 2040, anche al fine di aumentare il livello di circolarità dell’acqua, con ulteriori investimenti e tramite la promozione di forme gestionali pubblico-privato di estensione sovracomunale, nelle aree dove la gestione del Servizio idrico integrato risulta ancora frammentata e carente di capacità di programmazione e investimenti. È necessario sostenere il risparmio idrico in particolare nel settore agricolo, mendiate investimenti per la realizzazione di infrastrutture irrigue e la diffusione di tecniche di irrigazione a maggiore efficienza nonché, parallelamente, l’incentivazione economica all’adeguamento degli investimenti colturali alla reale disponibilità idrica locale, favorendo lo sviluppo di filiere agricole alternative.

IL RIPRISTINO E IL RAFFORZAMENTO DELLA BIODIVERSITÀ

Un altro cruciale ambito di azione riguarda la difesa della natura, che vede l’Italia come uno dei “santuari” della diversità biologica ed ecosistemica. Per la sua posizione nel cuore dell’area mediterranea, il nostro Paese vanta infatti 85 tipologie diverse di ecosistemi, fra terrestri ed acquatici, di cui ben 29 a rischio elevato71. La ricca biodiversità del nostro Paese è messa a repentaglio non solo dai cambiamenti climatici e dal consumo di suolo ma anche dal sovrasfruttamento delle risorse. Una situazione che si manifesta in primo luogo attraverso l’eccessiva artificializzazione e frammentazione degli habitat naturali, causata dalle numerose infrastrutture che insistono sul territorio (pianure antropizzate, valli e alvei dei fiumi “rettificati” con frequenti interruzioni del loro corso), che determinano pesanti impatti su
flora e fauna. La crisi della biodiversità si ripercuote a sua volta sulla capacità di mitigazione e adattamento del nostro territorio verso gli impatti climatici in termini di minore assorbimento di carbonio da parte dei sistemi naturali (suolo, foreste, zone umide) e di maggiore vulnerabilità alle
anomalie climatiche ed eventi estremi. Per questo, in accordo con la Strategia europea di difesa
della biodiversità 2030, anche l’Italia si è dotata di un piano le cui azioni chiave riguardano il
rafforzamento delle aree protette (da portare dall’attuale 10,5% al 30% della superficie, e dal 3 al
10% di protezione rigorosa entro il 2030) e più in generale interventi di rinaturalizzazione e soluzioni
“nature based” soprattutto su ambiti fluviali, zone umide, ambiti costieri e città. A questo proposito,
il PNRR (Missione 2, Componente 4) ha dedicato 1,69 miliardi, cui si aggiungono ulteriori risorse
nazionali ed europee (come i bandi Life), per l’avvio di alcune misure pilota da completare entro il
2026 e da estendere al 2030 e oltre. I più rilevanti sono: i) la “digitalizzazione dei parchi nazionali”
rivolta alla messa a punto di un sistema di monitoraggio delle pressioni su specie e habitat dovute
fra l’altro ai cambiamenti climatici, sia a scopo di conservazione sia di semplificazione
amministrativa e promozione dei servizi turistici; ii) la rinaturalizzazione del Po che comprende il
restauro ecologico di 37 aree nel tratto medio padano più altre 7 nel delta, con riattivazione di
lanche e rami abbandonati, e il rimboschimento di 337 ettari e altre opere di sistemazione naturale;
iii) la conservazione e la promozione della biodiversità urbana nelle 14 aree metropolitane, nelle
quale verranno piantati 6 milioni di alberi in progetti di forestazione urbana e di ricucitura dei
corridoi ecologici in contesti fortemente antropizzati in cui i valori della biodiversità vanno riattivati
a beneficio dell’ambiente e della salute della popolazione; iv) la conversione all’agricoltura
biologica/agroecologica delle superfici agricole presenti in tutte le aree protette (quali, a titolo
esemplificativo, parchi nazionali, regionali, riserve naturali, natura 2000, zone umide RAMSAR).

Queste azioni, da portare a compimento entro il 2026, non esauriscono gli interventi coordinati dal
Ministero della Transizione Ecologica e dalle regioni sia sugli habitat urbani sia su fiumi, zone umide,
coste, foreste e altri ecosistemi, volti a ricostruire il tessuto continuo di natura mediante
infrastrutture verdi. Fra queste, di particolare rilievo vanno annoverati interventi capillari di
ripristino dello scorrimento libero da barriere artificiali dei corsi d’acqua.

LA TUTELA DEL MARE

Le coste e i mari che circondano l’Italia per uno sviluppo di circa 8.000 chilometri sono fra i luoghi più belli e ricchi di natura, ma anche affollati di turisti, importanti attività
economiche e immancabili pressioni ambientali. La situazione del Mar Mediterraneo è
caratterizzata da uno stato ecologico critico per gli impatti di natura climatica (riscaldamento ed
eventi estremi), per il depauperamento delle risorse ittiche e per l’inquinamento generato da un
traffico marittimo troppo intenso (il 25% dei trasporti mondiali di idrocarburi interessa il nostro
mare). Per questo il Piano prevede – oltre all’estensione delle aree marine protette (fino al 30%
rispetto all’attuale 19,1% delle acque nazionali) e all’istituzione di aree a regime di tutela rigoroso –
– in coerenza con la Politica Comune della Pesca (PCP) il rafforzamento del contrasto alle attività di
pesca illecite e lo sviluppo e la messa in atto di Piani e misure per uno sfruttamento sostenibile delle
risorse secondo i criteri sostenibili di “crescita blu” e per la tutela della biodiversità, ivi comprese
misure tecniche per la protezione degli ecosistemi e delle specie sensibili così come piani di ripristino
e tutela della qualità delle acque marine e dei fondali (dipendenti anche dalla qualità chimica,
biologica ed ecologica dei fiumi). A questo tema è dedicato l’investimento del PNRR (Missione 2) a
tutela dei fondali e degli habitat marini, che ha l’obiettivo di “rafforzare il sistema nazionale di
ricerca e osservazione degli ecosistemi marini e costieri, anche aumentando la disponibilità di navi
da ricerca aggiornate (attualmente carenti). Obiettivo è avere il 90% dei sistemi marini e costieri
mappati e monitorati, e il 20% restaurati” entro il 2026.
Per far sì che gli ecosistemi marini possano continuare a fornire in modo durevole i beni e i servizi
essenziali per le diverse attività economiche è inoltre necessario costruire un’alleanza tra le politiche
di protezione dell’ambiente marino e le politiche che disciplinano le attività marittime, in particolare
per quanto riguarda i trasporti e la pianificazione dello spazio marittimo, la pesca, l’acquacoltura e
la produzione offshore di energia. Per una declinazione su scala di bacino delle misure destinate a
proteggere l’ambiente marino, indispensabile per fronteggiare fenomeni che richiedono azioni
coordinate tra i Paesi del Mediterraneo come i rifiuti marini (marine litter72), l’Italia promuoverà, in
particolare nell’ambito della Convenzione di Barcellona per la protezione del Mediterraneo e della
Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), iniziative volte a ridurre
l’inquinamento marino, potenziando azioni come l’iniziativa per designare il Mediterraneo area
SECA, ovvero area a basse emissioni di SOx, e che le superfici agricole costiere siano convertite a
forme di agricoltura più sostenibile.

LA PROMOZIONE DELL’ECONOMIA CIRCOLARE, DELLA BIOECONOMIA E DELLA AGRICOLTURA SOSTENIBILE.

Rendere circolari le diverse attività produttive e le nostre città è una sfida decisiva per la transizione
ecologica che si basa sulla progettazione di prodotti sostenibili, durevoli e riparabili, con materiali riutilizzabili per ulteriori finalità. Il fine ultimo è di creare entro metà secolo un modello additivo e
non sottrattivo di risorse, arrivando a prevenire considerevolmente la produzione di rifiuti. Questa
transizione – complessa ma possibile nel medio-lungo periodo – ha molti vantaggi: contribuire alla
mitigazione dei cambiamenti climatici73, ridurre al minimo il consumo di risorse non rinnovabili
come le materie prime e aumentare l’efficienza e la salubrità dei processi produttivi. Il Piano fa
propri tali principi, già enunciati nella Strategia nazionale per l’economia circolare (2017) che verrà
aggiornata nel 2022. A questo fine verrà precisata una cornice legale, fiscale e amministrativa che
faciliti tale transizione. Da qui al 2030 si tratterà quindi di:
● creare le condizioni per un mercato delle materie prime e secondarie, come residui e
sottoprodotti agricoli ed agro alimentari in termini di disponibilità, prestazioni e costi,
agendo sulla normazione dei materiali, e sui criteri per togliere la qualifica di rifiuto a tali
prodotti (“End of Waste”).
● mettere in pratica il principio di Responsabilità estesa del produttore perché si faccia carico
del destino finale del prodotto, così come del principio del “Chi inquina paga” (con schemi di
vuoto a rendere, pay-per-use, pay-as-you-throw, in modo da per favorire il mercato del riuso
e la restituzione dei prodotti ai gestori privati in cambio di un contributo economico).
● sviluppare una fiscalità favorevole alla transizione verso l’economia circolare, da realizzarsi
sia con la graduale eliminazione dei sussidi dannosi all’ambiente, sia con forme positive di
incentivazione delle attività di riparazione dei beni, sia per una loro progettazione più
sostenibile.
● porre le condizioni per l’estensione della durata del prodotto attraverso una sua
progettazione ispirata ai principi di modularità e riparabilità. In questa direzione vanno le
proposte commerciali di condivisione (sharing) e di noleggio (pay per use) che indicano lo
spostamento dalla proprietà individuale del bene alla sua fruizione come servizio.
● potenziare ricerca e sviluppo nel settore dell’eco-efficienza, migliorare la tracciabilità dei
beni e risorse nel loro ciclo di vita, così come integrare e rafforzare gli indicatori per misurare
il grado di circolarità dell’economia secondo le metodologie del Life Cycle Assessment, il
Carbon Footprint e, in una logica di valutazione dell’economicità di processo, attraverso i Key
Performance Indicators (KPI) che permettono di considerare in modo unitario le fasi chiave
dell’economia circolare: acquisto, produzione, logistica, vendita, uso e fine vita.
● progettare nuovi programmi di educazione al consumo e di formazione interdisciplinare alla
figura di esperto di economia circolare, con il parallelo sviluppo di impianti e accordi
pubblico-privato per lo sviluppo imprenditoriale in questo nuovo settore
● individuare, coerentemente con le iniziative di altri paesi europei, misure in grado di
scoraggiare cattive pratiche sull’obsolescenza programmata dei prodotti, anche con il ricorso
a sanzioni specifiche nei casi di dolo evidente; in particolare, nell’ottica della promozione
dell’economia circolare, è necessario dotarsi di strumenti utili alla tutela e alla migliore
gestione delle risorse e delle materie prime.

Sforzi ulteriori andranno fatti per rendere più circolare l’edilizia con un uso sostenibile delle risorse
nelle diverse fasi del loro ciclo di vita, e altri ambiti quali il settore produttivo che dovrà evolvere
verso forme più avanzate di “simbiosi industriale”74. Il Piano riserverà particolare attenzione alla
bioeconomia, soprattutto per quanto riguarda una più efficace gestione di scarti, acque reflue e
sottoprodotti e residui agricoli e agroalimentari da impiegare nei cicli energetici o produttivi. In
particolare, verranno valorizzate le biomasse di scarto, delle colture non alimentari e delle colture
in secondo raccolto per la produzione di energia e di biocarburanti da biogas prodotto dalla
digestione anaerobica di sottoprodotti in impianti integrati nel ciclo produttivo di una impresa
agricola, di allevamento o realizzati da più soggetti organizzati in forma consortile.
Di particolare interesse sono in questa luce i progetti integrati ideati dal PNRR, quali le “Isole verdi”
(per rendere circolari dal punto di vista energetico e di risorse le piccole isole), le “Comunità verdi”
(green communities)” (per avviare forme cooperative di sviluppo sostenibile delle produzioni locali
in piccole comunità prevalentemente nelle aree interne, anche in un rapporto sussidiario e di
scambio con le comunità urbane) e i progetti intesi ad aumentare la consapevolezza attiva della
popolazione su questi traguardi. Le “isole verdi” dovrebbero assumere anche le caratteristiche
produttive di “biodistretto”.
Se si considerano gli obiettivi del nuovo Piano europeo di azione per l’economia circolare,
presentato a marzo 2020 dalla Commissione Europea e le conclusioni del Piano, approvate a
dicembre 2020, l’Italia si trova in una posizione di relativo vantaggio in termini di produttività delle
risorse ed eco-innovazione in certi ambiti, come il riciclo degli imballaggi (con il 73% di imballaggi
avviati al riciclaggio l’Italia ha già raggiunto gli obiettivi europei del 2025) e la produzione di nuovi
materiali sostenibili, come le bioplastiche. Tuttavia, c’è ancora molta strada da percorrere per
rendere il sistema economico realmente circolare. A tutt’oggi la produzione dei rifiuti urbani in Italia
è ancora pari a circa mezza tonnellata pro-capite, quantità che sale a tre tonnellate considerando la
totalità dei rifiuti, compresi quelli speciali. Per questa ragione il PNRR (Missione 2) ha dedicato circa
3 miliardi di euro in progetti finalizzati a potenziare la rete della raccolta differenziata e degli
impianti di trattamento e riciclo, in particolare di rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE), plastica e
tessuti, ancora carenti nel Centro-Sud, in modo da raggiungere per tempo gli ambiziosi target Ue.
L’insieme di questi progetti andranno estesi e consolidati oltre l’orizzonte del 2026, con tappe
sempre più stringenti che prevedono, idealmente, il dimezzamento dei rifiuti di plastica in mare, dei
rifiuti urbani, e la riduzione del 30% delle microplastiche rilasciate nell’ambiente entro il 2030.
Obiettivi che diventano ancora più ambiziosi per la metà del secolo.

IL TESTO DEL PIANO

 

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