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Pitesai, l’Italia punta tutto sul gas

Trivelle

Le Regioni verso l’ok, No Triv sul piede di guerra ma boccata d’ossigeno per l’industria di settore gas nostrana

La Conferenza delle Regioni ha terminato qualche giorno fa il lavoro sul Pitesai, il Piano per la Transizione energetica Sostenibile delle aree idonee. A stretto giro, presumibilmente entro 4 o 5 mesi, dovrebbe riceve il via libera definitivo.

PIANO TRASMESSO IL 30 SETTEMBRE

Trasmesso il 30 settembre dal ministero dello Transizione ecologica alla Conferenza Unificata, il piano dirà in quale aree sarà possibile svolgere o continuare a farlo, attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi.

PER LE REGIONI OK CONDIZIONATO: ‘PERMESSI SOLO AL GAS’

Secondo quanto si legge su ilfattoquotidiano.it, le regioni “hanno chiesto un rinvio condizionato: non si opporranno all’iter, a patto che si accolga un emendamento per garantire che, nelle aree idonee definite dal piano, possano proseguire solo le attività legate ai permessi di ricerca di gas (escludendo il petrolio). La richiesta, per l’esattezza, riguarda i permessi di ricerca ‘congelati’, ossia quelli vigenti al 13 febbraio 2019 (data in cui è scattata la moratoria) e sospesi fino al 30 settembre 2021, ma anche quelli già sospesi prima della moratoria (per un periodo non superiore a sette anni) per richiesta delle stesse compagnie”.

NO TRIV SUL PIEDE DI GUERRA

Quella delle regioni è “una condizione, in realtà, priva di senso. Per tre ragioni: in primo luogo, perché la legge stabilisce che l’intesa sia rilasciata con riguardo sia alle ricerche di gas sia a quelle del petrolio; in secondo luogo, perché non è possibile autorizzare solo la ricerca del gas e non anche quella del petrolio: per la semplice ragione che la ricerca sempre quella è (e pertanto neppure ha senso ritenere che la ricerca del gas sia meno impattante di quella del petrolio) e perché non è possibile sapere cosa ci sia nel sottosuolo o nei fondali marini prima ancora di effettuare… la ricerca; in terzo luogo, perché stiamo parlando di permessi di ricerca già vigenti, e cioè di provvedimenti amministrativi che, al momento della loro adozione, avevano già autorizzato la ricerca dell’uno e dell’altro; e la legge non prevede che possa ora procedersi a questa distinzione (quand’anche ciò fosse possibile)”, scrivono i No Triv sulla loro pagina Facebook.

LA MAPPA ATTUALE DELL’ITALIA

Al 30 giugno 2021 sono vigenti 248 titoli minerari: 63 permessi di ricerca di cui 20 in mare, 36 in terraferma e 6 in Sicilia; 185 concessioni di coltivazione di cui 61 in mare, 111 in terraferma e 13 in Sicilia. Dei 248 titoli è stato stimato che circa 94 concessioni di coltivazione (circa il 38%) ed 1 permesso di ricerca non sono stati sottoposti a VIA al momento della prima emanazione, considerando che l’introduzione della VIA è avvenuta dal 1° settembre 1988 (DPCM 377/1988). Infine, 19 delle 111 concessioni di coltivazione in terraferma e 3 delle 64 concessioni di coltivazione in mare devono essere considerate come titoli minerari cessati, perché hanno superato il periodo di regolare vigenza o sono state rinunciate dal concessionario; le 22 concessioni sono ancora presenti in elenco in quanto sono ancora in corso le attività di ripristino minerario dell’area e di dismissione degli impianti.
Al 31 dicembre 2020 erano presenti 1.623 pozzi attivi di cui 687 in produzione (530 a gas e 157 ad olio, 439 ubicati in terra e 248 in mare). Gli idrocarburi prodotti sono convogliati in 71 centrali di raccolta e trattamento a gas e 15 centrali ad olio. Sempre al 31 dicembre 2020 le centrali di raccolta e trattamento di idrocarburi ubicate nel territorio nazionale sono n. 86, di cui n. 71 per il trattamento del gas, n. 15 per il trattamento dell’olio. In totale la superficie coperta dalle centrali di raccolta e trattamento è pari a 187,6km2

Al 31 dicembre 2020, nell’offshore italiano sono installate invece 138 strutture 23marine che in base alla loro tipologia ed al loro utilizzo sono distinte in 116 piattaforme di produzione (comprese 10 teste pozzo sottomarine); 10 piattaforme di supporto alla produzione (compressione o raccordo);12 strutture non operative, di cui 5 in fase di dismissione mineraria. Delle 138 piattaforme e strutture assimilabili, 94 sono ubicate nella fascia delle 12 miglia dalle linee di costa e dalle aree protette, 44 oltre tale limite.

COSA DICE IL PITESAI

“Il PiTESAI – si legge nelle conclusioni del documento predisposto dal governo e al vaglio delle Regioni – determina l’individuazione di due livelli di analisi differenti delle aree idonee per la valorizzazione della sostenibilità ambientale, sociale ed economica delle attività di ricerca ancora da avviare, e di quelle di ricerca o coltivazione già in essere. La pianificazione vera e propria di cui al primo livello è volta a definire le ‘aree potenzialmente idonee nella situazione ante operam’ – oggi prive di permessi di ricerca – dove, dopo il PiTESAI, potranno essere in futuro presentate nuove istanze per lo svolgimento potenziale di attività di ricerca. Le istanze di prospezione e le istanze di permessi di ricerca di idrocarburi che concerneranno tali aree, seguiranno l’iter amministrativo compreso quello di verifica ambientale di conferimento previsto dalla normativa attuale. Al riguardo si evidenzia che dopo l’adozione del PiTESAI sarà considerata ammissibile la presentazione di nuove istanze di permesso di prospezione e di ricerca nelle aree in parola che riguarderanno solo la ricerca di gas e non anche di petrolio tenute presenti le specifiche previsioni della Comunicazione della Commissione n. C(2021) 1054 del 12/02/2021“Orientamenti tecnici sull’applicazione del principio “non arrecare un danno significativo”.

“La valutazione di cui al secondo livello determina invece le aree che saranno indicate idonee alla prosecuzione dei procedimentia mministrativi (c.d. ‘aree idonee nella situazione post operam’) e di quelle, già oggi occupate da titoli minerari, che saranno dichiarate compatibili secondo l’art. 11-ter, comma 8, della L. 12/19, intesa come sostenibilità ambientale, sociale ed economica, alla prosecuzione delle attività di ricerca o di coltivazione che sono già in essere, la cui individuazione discende dalle precedentemente descritte impostazioni decisionali”, si legge ancora.

BOCCATA D’OSSIGENO PER RAVENNA

“Dal Roca, il Ravenna Offshore Contractor Association, viene evidenziata la difficoltà vissuta dal settore considerato anche la concorrenza mondiale. Un raddoppio della produzione, aggiungono dal Roca, sarebbe necessario per alleviare la pressione dei costi per le imprese. La necessità primaria è dunque il completamento del Pitesai. Se da una parte però si chiede di aumentare le estrazioni, all’altra risponde Legambiente lamentando come non sia la soluzione che conduce alla transizione ecologica ed occorra investire in altre direzioni. Di certo dunque c’è il fatto che l’attuale situazione non accontenta nessuna delle parti coinvolte, passando dalle imprese sino ad arrivare ai cittadini”, si legge sul sito di TeleRomagna 24.

L’ITALIA PUNTA SUL GAS

Che l’Italia voglia puntare sul gas non è un mistero: qualche giorno fa è circolata l’ipotesi che il governo stia pensando di aumentare le trivellazioni dei giacimenti esistenti per ridurre il caro bolletta energetico.

L’Italia aumenterà le estrazioni di gas?

Ma non solo. A fine novembre la Commissione Ue ha adottato la quinta lista dei Progetti di interesse comune europeo (Pci), che contiene un totale di 98 iniziative: 67 nel trasporto e stoccaggio di elettricità, 20 nel gas, 6 nelle reti CO2 e 5 nelle smart grid. Per quanto riguarda le iniziative che interessano l’Italia, nella lista sono inclusi i progetti per il gasdotto con Malta e il cluster comprendente le infrastrutture di trasporto dal Mediterraneo orientale: EastMed, Poseidon e il rafforzamento della rete nazionale con la Dorsale Adriatica e la condotta Matagiola-Massafra.

 

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