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Ecco quanto costa alle imprese non fare la transizione. Rapporto Cerved

Pmi Italiane Cerved

Secondo la ricerca, dallo stress test climatico “per le Pmi italiane emerge come gli investimenti portino nel lungo periodo a una riduzione della probabilità di default mediana nei due scenari con transizione”

La transizione va fatta. Per cambiare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, per proteggere un clima sempre più in bilico. E per non incorrere in costi ancora superiori. Il processo è ambizioso e tortuoso. Secondo le ultime rilevazioni di Cerved nella ricerca Osservitalia 2022, “chi non interverrà sui rischi fisici legati alla crisi climatica avrà nel 2050 il 25% in più di probabilità di default rispetto a oggi e il 44% in più di chi investe”.

QUANTO HA PESATO LA CRISI ENERGETICA PER LE PMI ITALIANE

“La destabilizzazione del quadro internazionale e lo shock energetico hanno ridimensionato le aspettative di ripresa economica, che si avviavano a superare i livelli pre-Covid grazie al forte rimbalzo del 2021, e invertito di nuovo il trend, con un conseguente aumento della rischiosità delle PMI nel biennio 2022-23 e un calo del fatturato”, riflette il rapporto.

Che, sviluppato anche grazie al Cerved Group Score Forward Looking, indica come “nello scenario peggiore relativo alla contingenza – vale a dire una intensificazione ulteriore del conflitto russo-ucraino, il blocco delle forniture di gas, lo stop alle misure del Pnrr – “le PMI in area di sicurezza si ridurrebbero infatti dall’attuale 46,7% al 35,7% mentre quelle rischiose salirebbero dal 5,7% al 7,5% e quelle vulnerabili dal 13,9% al 20,8%”. Il tutto con incidenza non irrilevante anche sui fatturati. Tra l’altro, “con effetti molto più pronunciati nei settori ad alta dipendenza dal gas e dall’energia”.

MIGNANELLI: LA TRANSIZIONE UNA SFIDA DI LUNGO TERMINE

“Complessivamente, l’investimento che le PMI dovrebbero sostenere per finanziare fin da ora il processo di transizione è di circa 135 miliardi di euro entro il 2030 (cioè il 47% dello stock delle immobilizzazioni materiali dichiarato nel 2020 e il 12,8% dell’attivo)”, dice Andrea Mignanelli, amministratore delegato di Cerved.

Che dettaglia come tali indirizzamenti economici riguardano “per il 79,7% a carico dell’industria (circa 109 miliardi), per l’8% dei servizi (quasi 11 miliardi) e il resto diviso tra costruzioni (4,3%, quasi 6 miliardi), commercio (4,1%, 5,6 miliardi), trasporti e public utilities (3,5%,  quasi 4,8 miliardi) e agricoltura (0,4%, 570 milioni)”.

“Oggi è fondamentale muovere lo sguardo lontano per connettere le logiche del presente alle sfide di lungo periodo”, aggiunge Mignanelli. Secondo il quale, “una transizione ‘ordinata’, nonostante gli alti costi nel breve termine, rappresenta la scelta migliore anche considerando gli andamenti economici e le prospettive di rischio, ma richiede la partecipazione attiva di tutti gli attori”. Lo sguardo va al “sistema politico, per la definizione di obiettivi chiari e di una strategia coerente per perseguirli; il sistema produttivo, per l’adeguamento tempestivo dei loro modelli operativi; il sistema bancario, per cogliere con consapevolezza i rischi ma soprattutto le opportunità che derivano dalla transizione”.

LO STRESS TEST CLIMATICO PER LE IMPRESE

Sempre dal rapporto Cerved, poi, si può leggere del Climate Stress Test sulle Piccole e media imprese. Un’operazione utile a “valutare la resilienza delle aziende e delle banche stesse ai rischi climatici”. E gli scenari di confronto sono tre: “la transizione ordinata, è quella che prevede un avanzamento regolare verso gli obiettivi della Conferenza di Parigi 2015, “concentrando i maggiori investimenti nel decennio 2020-2030”. Poi c’è quella “disordinata, in cui gli interventi vengono attuati solo nel biennio 2030-2040, con costi più elevati nel medio termine. Infine lo scenario serra (hot house), in cui si interviene in maniera insufficiente, con un conseguente aumento della frequenza e della severità degli eventi fisici”.

Come si legge, “partendo dalle emissioni, nello scenario ordinato calerebbero rapidamente già nel primo decennio e l’introduzione di una Carbon Tax renderebbe conveniente la realizzazione di forti investimenti per ridurre l’impatto ambientale dei processi produttivi, mentre in quello disordinato le emissioni diminuirebbero solo dal 2040”.

“Anche nella composizione dell’energy mix (le PMI, secondo le stime di Cerved, nel 2020 hanno speso circa 8 miliardi di euro in energia) si verificherebbe una dinamica simile: nel 2030 le fonti non rinnovabili (carbone, gas e petrolio) rappresenterebbero il 61,7% del mix energetico nello scenario ordinato, contro il 75,2% degli altri due, poi però il divario tra transizione ordinata e disordinata diminuirebbe e l’introduzione massiva di energia da fonti rinnovabili ne ridurrebbe significativamente l’incidenza sul fatturato. Al contrario, nello scenario “serra” la quota delle non rinnovabili rimarrebbe al 65% anche nel 2050”. Ma il rischio maggiore è quello fisico. “Emerge infatti come gli investimenti portino nel lungo periodo a una riduzione della probabilità di default mediana nei due scenari con transizione, che è invece in crescita dal 2030 nello scenario “serra”, quando l’impatto dei rischi fisici si fa più evidente: +25% di rischiosità rispetto a oggi e +44% rispetto allo scenario ordinato”.

LA RIPRESA E I RISCHI

Dall’analisi del rapporto Cerved emerge poi una chiara differenziazione tra le varie imprese riguardo i rapporto con la ripresa dalla crisi energetica. “Sulla base di uno schema recentemente introdotto dalla BCE, le PMI sono state suddivise in tre gruppi, tra cui quelle che subirebbero in modo diretto (11.000) e indiretto (71.000) un eventuale stop delle forniture di gas russo e per cui sono previsti trend di redditività lorda e ROE nettamente inferiori rispetto alle altre. Gli impatti maggiori ricadrebbero soprattutto sui settori legati a produzione e lavorazione dei metalli e dei materiali per l’edilizia, o della carta, per il grande volume di energia impiegato nei processi produttivi”, dice in merito la ricerca.

“Tra le aziende a impatto diretto la quota che chiuderebbe in perdita raddoppia dopo un anno (da 26,3% a 54,8%), mentre passa dal 26,3% a 45,8% in quelle a impatto indiretto; nelle restanti PMI, invece, l’aumento è di soli 6 punti percentuali (da 29,5% a 35,6%). Il numero di imprese che potrebbero incorrere in problemi di liquidità in seguito allo stop delle forniture si attesta al 24,8% per quelle a impatto diretto, al 19,5% per quelle a impatto indiretto e al 15,3% per le altre”.

 

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