La minaccia degli Houti su Bab el Mandeb rischia di bloccare un quarto del petrolio e gas mondiali. Chi pagherà il conto più salato?
La chiusura dello Stretto di Bab el Mandeb darebbe il colpo di grazia al commercio mondiale di gas e petrolio. Se gli Houti mettessero in atto la minaccia di chiudere anche la porta meridionale del Mar Rosso a sorridere sarebbe solo la Cina, spiega Alessandro Lanza, direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei, nell’intervista rilasciata a Il Foglio. Il resto del mondo, al contrario, dovrebbe contendersi le importazioni di prodotti petroliferi, pagando prezzi sempre più alti, sottolinea sulle colonne dello stesso giornale Massimo Nicolazzi, presidente di Isab di Priolo.
PERCHE’ BAB EL MANDEB E’ CRUCIALE
Lo Stretto di Bab el Mandeb è uno dei principali “colli di bottiglia” energetici del Pianeta. Rappresenta il passaggio obbligato per le navi che vogliono raggiungere il Canale di Suez dall’Asia e dal Golfo Persico. Lo Stretto può essere aggirato circumnavigando l’Africa. Ma a quale prezzo? Il giro intorno al Capo di Buona Speranza allunga la rotta Asia-Europa di circa 14 giorni.
Come spiega Massimo Nicolazzi nell’intervista rilasciata a Il Foglio, il vero problema non è solo logistico, ma psicologico ed economico. “Colpire ormai costa pochissimo. Bastano un drone o un barchino esplosivo”, avverte Nicolazzi.
E ormai basta la sola percezione del rischio per far salire i prezzi di assicurazioni e noli alle stelle.
HORMUZ E’ ANCORA SBARRATO
Lo Stretto di Hormuz è ancora sbarrato da un doppio blocco incrociato. Da una parte ci sono i pasdaran della Repubblica Islamica, dall’altra la Marina statunitense che pattuglia le acque.
Una situazione che ha messo in ginocchio l’industria petrolifera iraniana, protagonista di un calo vertiginoso dai 2,1 milioni di barili al giorno di greggio e derivati esportati a febbraio agli zero barili di maggio, secondo i dati di Tanker Trackers.
LA NUOVA MAPPA DI GAS E PETROLIO
La chiusura dei due stretti congelerebbe il 25% dell’offerta globale di petrolio e gas, ridisegnando la geopolitica dell’energia. L’unico Paese a sorridere sarebbe la Cina.
“I cinesi hanno ormai spostato gran parte della loro energia sull’elettrico e hanno moltissime rinnovabili. E intanto hanno accumulato stoccaggi strategici imponenti, dal valore sconosciuto”, spiega Alessandro Lanza nell’intervista rilasciata a Il Foglio. Inoltre, la Cina attualmente contribuisce a mantenere i prezzi artificialmente caldi ma stabili. Se Pechino decidesse di tornare a comprare massicciamente sul mercato, il petrolio schizzerebbe a 150 dollari al barile, costringendo la Federal Reserve a rialzare i tassi con un effetto domino devastante sulle borse mondiali.
“L’unico che può permettersi di aspettare, in fondo, è la Cina: il vero grande avversario degli Stati Uniti per i prossimi cento anni”, ha aggiunto Lanza.
CHI PERDE
Il prezzo della benzina statunitense ha superato i 4 dollari al gallone e le riserve strategiche americane sono precipitate a 357 milioni di barili, i minimi dagli inizi degli anni ’80. Il braccio di ferro tra Iran e Israele danneggia anche tutti i giganti del Golfo come Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait poiché i carichi restano intrappolati e le rendite di transito del Canale di Suez si fermerebbero.
Neanche la Russia beneficerebbe della chiusura contemporanea dei due Stretti. Infatti, nonostante il greggio Urals abbia superato i 70 dollari, il rafforzamento del rublo annullerebbe il guadagno reale.


