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Sull’ex Ilva è braccio di ferro. Sindacati e non invocano l’intervento dello Stato

Mentre è in corso lo sciopero dei lavoratori, lo scontro con ArcelorMittal con Invitalia ha portato a un rinivio del cda al 22 dicembre
Non si arresta il braccio di ferro sull’ex Ilva tra governo e ArcelorMittal. “Siamo a un vero e proprio stallo messicano. Nessuno si fida più di nessuno. L’ultima chiamata per i soci è andata, ancora una volta, a vuoto. L’impresa, che da tempo versa in condizioni finanziarie difficili, chiede da mesi ai soci i capitali con cui finanziare la propria attività. Arcelor Mittal ha detto di no a questa, ennesima, ultima chiamata. E, di fronte a questo diniego, Invitalia ha chiesto di riaggiornare l’assemblea al 22 dicembre, in attesa di sapere che cosa il governo deciderà, anche in merito alla possibilità o meno di prendere la maggioranza della società. Una opzione finale, peraltro, che sottostà alle condizioni estremamente difficile dei conti pubblici italiani”, scrive il Sole 24 Ore.

Ciò mentre è ancora in corso lo sciopero di 48 ore (termina oggi) dei lavoratori di esercizio dell’area Altiforni dello stabilimento di Taranto, indetto da Fim, Fiom e Uilm per protestare contro la fermata di Afo2 annunciata dall’azienda per attività di manutenzione. Stop che comporta l’utilizzo del solo Altoforno n.4 essendo fermi anche l’Afo1 e l’Afo5. Ma che è comunque simbolico visto che gli operai sono stati precettati.

LA SITUAZIONE SOCIETARIA

Lo Stato, attraverso i rappresentanti di Invitalia titolare formale del 38% del capitale, ha ribadito la disponibilità a versare la sua quota della cifra indicata dalla società – fra i 320 e i 380 milioni – per garantire continuità e finanziare il circolante. Una erogazione che, quando e qualora si realizzasse, dovrebbe passare da un decreto ministeriale bollinato dalla Corte dei Conti, con il successivo passaggio tecnico del versamento dei soldi operato dalla Ragioneria dello Stato. Non proprio una procedura svelta da crisis management”, riporta il quotidiano Il Sole 24 Ore.

Dall’altro lato Arcelor Mittal ha però rifiutato di pagare il 62% della sua quota societaria di rifinanziamento. Ricordando quanto ha già versato e “contro-attaccando lo Stato e Invitalia. Questa strategia, a quanto ricostruito dal Sole-24 Ore, non avrebbe avuto la gelida animosità propria dei passaggi classici verso le guerre legali”.

LA POSIZIONE DELLA POLITICA

Ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i ministri che però ha partorito un nulla di fatto. I ministri Adolfo Urso, Giancarlo Giorgetti e Raffaele Fitto si sono limitati a prendere atto della memoria di Mittal, in vista delle mosse del 22 dicembre in cui le opzioni sul tavolo rimangono due: la salita della maggioranza dello Stato nel capitale di Acciaierie d’Italia “trasformando i 680 milioni di finanziamento del decreto 2/2023 in aumento di capitale, con un’iniezione aggiuntiva di 300-350 milioni necessari per il circolante a valere sulla dote di 1 miliardo del Dl aiuti bis del 2022”, sottolinea il Sole 24 Ore.

Oppure “l’utilizzo dell’articolo 2 dell’ultimo decreto Ilva in base al quale l’amministrazione straordinaria può essere richiesta direttamente dal socio pubblico dopo segnalazione al cda del ricorrere delle condizioni della legge Marzano, con il commissariamento. Uno scenario che potrebbe rimettere in gioco investitori industriali italiani – da tempo per l’ex Ilva si parla di un interesse di Arvedi – che non ritengono ci siano le condizioni per entrare in coinvestimento con l’attuale proprietà. Tutto questo, comunque, con un vincolo preciso: alla fine, la reale disponibilità delle ingenti risorse finanziarie in un bilancio pubblico sempre più vuoto e desolante”, riporta il quotidiano Il Sole 24 Ore.

I SINDACATI. PER UGL ‘TEATRINO VERGOGNOSO’. USB:L’AZIENDA VA NAZIONALIZZATA’

“Oramai il teatrino al quale sia i lavoratori di Acciaierie d’Italia e dell’indotto, sia l’intero stato italiano, sono costretti ad assistere è a dir poco vergognoso, considerato l’ennesimo rinvio dell’assemblea dei soci di ADI, il cui fine, per chi non lo avesse ancora compreso, sta unicamente nell’indurre il governo ad un’altra iniezione di capitali pubblici, necessaria a rianimare un’azienda affetta da una malattia cronica le cui cause sono imputabili esclusivamente alla peggiore gestione industriale di tutti i tempi”, ha affermato Alessandro Dipino, segretario provinciale della Ugl Metalmeccanici di Taranto. “Il rinvio al 22 dicembre sottolinea, ancora una volta, la volontà e la capacità da parte di Mittal, di sbeffeggiare un intero paese a cui si contrappone lo scarso coraggio e lo spirito di intraprendenza dello Stato italiano, che continua a dare fiducia a coloro che hanno già manifestato la propria indisponibilità a qualsiasi forma di intervento economico”. Per questo Ugl ha chiesto la fine di questa governance.

Lo stesso ha fatto Usb con Sasha Colautti e Francesco Rizzo: “La nostra organizzazione ha detto più volte che l’assemblea dei soci non avrebbe portato nulla di buono, né di nuovo alla luce. Anzi. Dopo l’ennesimo rinvio, l’ennesima presa in giro nei confronti dei lavoratori e di questo paese, è sancito a chiare lettere che il governo si fa ricattare dalla multinazionale indiana. Davvero una fine ingloriosa per il ministero del “Made in Italy”.

GOZZI (FEDERACCIAI): IL GOVERNO DOVRA’ PRENDERE IL CONTROLLO

Un giudizio tra l’altro espresso anche Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, in una intervista al “Sole 24 Ore”: “Non c’e’ molto tempo. Acciaierie d’Italia è ai limiti dell’insolvenza e una soluzione, prima finanziaria e poi industriale, va trovata in tempi rapidissimi. Bisogna essere pragmatici, stare ai fatti. A Mittal abbiamo dato tutti gli alibi possibili, ma non si può prescindere da un’evidenza di fondo: oggi e’ un socio privato di maggioranza che non si assume la responsabilità di gestire l’azienda”, ha detto Gozzi.

“Lo scenario siderurgico internazionale è cambiato e l’Europa ha complicato il quadro. Mittal ha acquisito Essar Steel, il secondo gruppo siderurgico indiano e sta investendo massicciamente negli Stati Uniti, dove l’acciaio e’ considerato un asset strategico della manifattura. La scelta di Mittal è legittima e per certi versi anche comprensibile perché, contemporaneamente, le condizioni di investimento in Europa sono peggiorate”, ha ammesso Gozzi riferendosi alle norme sulla decarbonizzazione e il sistema di quote Ue. “Per un milione di tonnellate di produzione di acciaio convertito serve un miliardo di euro di investimenti. Nel caso di Taranto 4 miliardi di euro. E’ molto piu’ conveniente investire negli Stati Uniti o in India”.

“Il governo dovrebbe trovare il modo per diluire progressivamente e senza traumi la partecipazione di Mittal in Acciaierie d’Italia, magari convertendo il debito di 650 milioni in azioni, per fare prendere la maggioranza al Tesoro. Ma con un’operazione trasparente – sottolinea Gozzi – , che faccia emergere il quadro debitorio reale, e una governance chiara. In modo da creare le condizioni per una nuova Taranto. Ma bisogna dimenticare l’Ilva e ragionare su un progetto completamente diverso. Piu’ contenuto e realistico”.

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