Efficienza energetica e innovazione

L’Arabia Saudita pensa a Tesla per un futuro post-petrolio

Tesla

Se l’accordo dovesse concretizzarsi rappresenterebbe solo un primo passo lungo il cammino del paese verso una diversificazione degli investimenti economici lontano dagli idrocarburi

Sviluppare l’economia al di là del petrolio. Da tempo in Arabia Saudita si discute di cosa succederà quando le sue immense riserve di greggio si esauriranno. E ora sembra che il paese, che è anche il più grande esportatore mondiale di oro nero, stia cominciando a pensare a come diversificare la sua economia puntando niente meno che sul più grande produttore di auto elettriche del pianeta, Tesla.

MUSK VUOLE “PRIVATIZZARE” TESLA. SAUDITI INTERESSATI

Arabia SauditaLa settimana scorsa sono circolate numerose indiscrezioni giornalistiche circa la volontà del fondatore dell’azienda statunitense Elon Musk di “privatizzare” Tesla. Il Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita detiene già circa il 5% del capitale della casa automobilistica e secondo Musk negli ultimi due anni, il fondo sovrano saudita si è rivolto “più volte” a lui per un’acquisizione. Tuttavia, la certezza e la forma di tale operazione restano poco chiare. I 420 dollari per azione ventilati dalle anticipazioni della stampa portano il valore complessivo di Tesla a circa 70 miliardi di dollari. Al momento Musk detiene il 20 per cento del capitale e sta esplorando le possibilità che consentano agli azionisti attuali di mantenere la proprietà dell’azienda a fronte della cessione delle quote. Tuttavia, diventare un investitore privato di riferimento sarebbe un passo importante per PIF, che ha circa 250 miliardi di dollari di asset sparsi nel mondo, per lo più non liquidi. L’accordo sembra possibile e alla portata del Public Investment Fund che è intenzionato a vendere, secondo indiscrezioni della stampa locale, la sua partecipazione del 70% in Saudi Basic Industries Corporation al gigante petrolifero Aramco, per un valore di circa 70 miliardi di dollari all’attuale valore di mercato, una cifra che corrisponde perfettamente al valore di Tesla.

DIVERSIFICAZIONE FINANZIARIA E PREPARAZIONE AL DECLINO PETROLIFERO GLI INTERESSI SAUDITI NELL’OPERAZIONE

Ma la vera domanda è: cosa potrebbe fare l’Arabia Saudita con un simile investimento? Innanzitutto, in questo modo, il Regno potrebbe diversificare le sue partecipazioni finanziarie e contrastare il futuro declino della produzione petrolifera aprendo nuove vie di crescita per la sua economia interna. Se i veicoli elettrici decolleranno come forma primaria di trasporto terrestre, come afferma Musk, la domanda di petrolio sarà inevitabilmente destinata a subire un notevole contraccolpo. Le prospettive energetiche di BP suggeriscono che la domanda di greggio potrebbe raggiungere il picco tra il 2025 e il 2035, a seconda della velocità con cui le auto elettriche progrediranno e a seconda dell’aggressività con cui il mondo si muoverà per affrontare i cambiamenti climatici. Le altre iniziative del PIF in un possibile futuro post-petrolifero includono poi partecipazioni da 3,5 miliardi di dollari nella società Uber, 1 miliardo di dollari in Virgin Group e una impresa di energia solare da 200 gigawatt con la giapponese Softbank. Queste e altre misure, che senza dubbio saranno adottate, potrebbero contribuire ad attenuare in parte il colpo di un eventuale calo della domanda e dei prezzi del petrolio. E se alla fine il finanziamento provenisse dalla prevista offerta pubblica di Aramco, l’effetto di diversificazione sarebbe maggiore.USA

ANCHE I NORVEGESI PRONTI A DIVERSIFICARE IL PORTAFOGLIO

Il PIF non è il primo fondo sovrano a prendere in considerazione la diversificazione del suo portafoglio dall’esposizione petrolifera. A novembre, il fondo pensionistico governativo norvegese, del valore di oltre 1.000 miliardi di dollari, ha proposto di vendere le proprie azioni della società petrolifera Equinor (la ex Statoil), sostenendo di voler riequilibrare uno sbilanciamento eccessivo verso le riserve di petrolio e gas del paese.

KUWAIT, QATAR E ABU DABHI ANCORA DECISI A INVESTIRE NEL PETROLIO

Altri paesi produttori di petrolio hanno assunto, invece, una posizione diversa. Una parte del loro portafoglio continua ad essere investita nel settore dove presumibilmente sentono di avere un vantaggio competitivo. La Kuwait Investment Authority, ad esempio, possiede circa il 2 per cento della BP e investe direttamente nel petrolio d’oltremare attraverso la Kuwait Foreign Petroleum Exploration Company, mentre la Qatar Investment Authority ha acquistato partecipazioni rilevanti in Total, Shell e, più recentemente, nella russa Rosneft di cui detiene il 19 per cento. Il fondo sovrano di Abu Dhabi, la Mubadala Investment Company è forse la più attiva seguace di questo approccio, in particolare dopo la fusione dello scorso anno con l’International Petroleum Investment Corporation (IPIC). Le partecipazioni ereditate dall’IPIC sono meno esposte a un futuro di trasporto elettrificato, poiché si prevede che la domanda di prodotti petrolchimici continui a crescere. Naturalmente, ciò non esclude la diversificazione altrove; gli Emirati Arabi Uniti, attraverso Masdar, la Dubai Electricity and Water Authority e altri enti, hanno anche uno dei programmi più ambiziosi della regione per quanto riguarda i veicoli solari ed elettrici.

OBIETTIVO DI VISION 2030 È RADDOPPIARE IL PIL SENZA AVVALERSI TROPPO DEL SETTORE PETROLIFERO

Arabia SauditaNaturalmente tutti questi aspetti sono diversi da un paese all’altro. Per l’Arabia Saudita, con una popolazione molto più numerosa e, in proporzione, un patrimonio sovrano inferiore, lo sviluppo dell’economia nazionale è molto più importante del suo portafoglio finanziario internazionale. I numeri, infatti, sono impegnativi. Nel 2017, il Pil dell’Arabia Saudita è stato di 640 miliardi di dollari, di cui quasi il 56 per cento, o 362 miliardi di dollari, è stato rappresentato dal settore non petrolifero – naturalmente, una parte sostanziale di questo programma è finanziato, per ora, dalla spesa pubblica sostenuta dalle entrate petrolifere -. L’obiettivo di Vision 2030 è quello di raddoppiare il Pil totale, con la maggior parte della crescita proveniente dal settore non petrolifero.

ANCHE TESLA HA ALCUNE SFIDE DA AFFRONTARE NEL SUO FUTURO

In sostanza se i veicoli elettrici dominano il mondo entro il 2030 o il 2050, investire in Tesla potrebbe essere un’ottima scelta per i sauditi. Anche se l’azienda Usa, ha al suo interno alcune importanti sfide da superare, tra cui il miglioramento della qualità di costruzione, l’aumento della produzione, e la necessità di battere la concorrenza da parte dei costruttori di automobili storici, svegliatisi tardivamente nella produzione di veicoli elettrici. Ma per sfruttare al meglio un investimento così ingente, l’Arabia Saudita dovrebbe realizzare alcune sinergie. Approfondire l’evoluzione dei veicoli a batteria autonomi sarebbe molto utile per pianificare la futura strategia petrolifera, ma potrebbe essere meglio realizzato attraverso una serie di investimenti minori in diversi produttori di automobili, batterie, hardware e software.

IN ARABIA SAUDITA SI POTREBBERO PRODURRE BATTERIE E DERIVATI DEL PETROLIO

Anche la produzione di beni in Arabia Saudita è una parte fondamentale della Vision 2030. Ciò non deve necessariamente riguardare i veicoli stessi, ma potrebbe includere le batterie o i componenti derivati dal petrolio, comprese le materie plastiche e i materiali di base. La crescita di questo settore richiede non solo partecipazioni strategiche nelle grandi imprese, ma anche un ambiente favorevole agli investimenti esteri e nel settore privato.

PARADOSSO DELL’ARABIA SAUDITA CHE INVESTE NELL’ELETTRICO È SOLO APPARENTE

L’idea di privatizzare Tesla e il possibile coinvolgimento del PIF hanno fatto notizia per le sue dimensioni gigantesche e anche perché Musk ha sempre suscitato l’interesse dei media. L’apparente paradosso di un produttore petrolifero leader che investe in auto elettriche è logico in sostanza, ma solo se si considera come un primo passo dell’Arabia Saudita verso un’economia post-petrolifera.