In audizione sul DFP 2026, la magistratura contabile segnala una crescita dell’energia verde nettamente inferiore ai partner europei e avverte sui rischi di nuovi shock energetici globali.
L’Italia si trova a un bivio strategico tra la necessità di accelerare sulla decarbonizzazione e le fragilità di un sistema economico esposto a tensioni geopolitiche crescenti. È questo il cuore del messaggio lanciato oggi dalla Corte dei Conti durante l’audizione presso le Commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato sul Documento di Finanza Pubblica (DFP) 2026.
La magistratura contabile, analizzando il quadro macroeconomico e i conti pubblici, ha espresso forte preoccupazione per il rallentamento della transizione ecologica nazionale, evidenziando come, nonostante gli sforzi di diversificazione degli approvvigionamenti, il Paese stia perdendo terreno rispetto ai principali competitor europei, proprio mentre l’impulso degli investimenti legati al PNRR si avvia verso la sua fase conclusiva.
FRENATA DELLE RINNOVABILI E RISCHIO DECARBONIZZAZIONE
Il perseguimento degli obiettivi di decarbonizzazione, pur essendo “ampiamente condivisibile”, richiede secondo la Corte dei Conti un “deciso impegno” che finora è mancato nei ritmi necessari. I dati presentati sono impietosi nel confronto europeo: nel quinquennio 2019-2024, la quota di energia da fonti rinnovabili in Italia è aumentata di appena 1,2 punti percentuali. Si tratta di un incremento giudicato “decisamente inferiore” rispetto a quello registrato in Spagna (+7,6 punti), Francia (+6,1 punti) e Germania (+5,2 punti).
Questa perdita di slancio mette a rischio la sicurezza energetica di lungo periodo e la competitività dell’industria italiana, rendendo il sistema più vulnerabile alle oscillazioni dei mercati internazionali. La Corte sottolinea che, senza un’inversione di tendenza nella capacità di installazione e nell’efficienza della spesa verde, l’Italia faticherà a rispettare i parametri europei e a garantire prezzi energetici stabili per famiglie e imprese.
PNRR MOTORE DEGLI INVESTIMENTI MA CRESCE L’INCERTEZZA POST-2026
L’attività economica attuale resta fortemente ancorata ai progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Nel 2025, gli investimenti pubblici sono risultati migliori del 4,1% rispetto alle previsioni programmatiche, toccando gli 86,7 miliardi di euro, trainati soprattutto dalle amministrazioni locali e dai cantieri del PNRR, che hanno compensato il calo dell’attività edilizia residenziale post-Superbonus.
Tuttavia, la Corte avverte che “la fase finale del PNRR sembra assorbire completamente la spinta propulsiva agli investimenti”. Il rischio concreto è che, con l’esaurimento dei fondi straordinari nel 2026, si verifichi un brusco rallentamento dell’accumulazione di capitale. La magistratura contabile segnala inoltre criticità strutturali come la lentezza dei processi attuativi e la frammentazione degli interventi non legati al Piano, chiedendo al Governo una “nuova stagione programmatoria” che eviti un vuoto di investimenti nel prossimo triennio.
SHOCK ENERGETICO E TENSIONI GEOPOLITICHE SULLA CRESCITA
Il quadro previsivo è pesantemente condizionato dall’ampliarsi dei conflitti in Medio Oriente e dalle minacce al commercio internazionale, come la chiusura dello Stretto di Hormuz. Queste crisi hanno già spinto i prezzi delle materie prime a rialzi eccezionali. Il DFP ipotizza un prezzo medio del petrolio Brent a 85 dollari al barile per l’anno corrente, con una discesa a 68 dollari solo entro il 2029, ma la Corte avverte che uno scenario di crisi persistente potrebbe tagliare la crescita del Pil di 0,8 punti nel 2026.
Le stime di crescita reale per l’anno in corso sono state riviste al ribasso allo 0,6%, riflettendo un “approccio improntato al realismo e alla prudenza” dovuto alla debolezza della domanda estera e alla stagnazione della produttività, che non sembra ancora beneficiare dell’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi.
CONTI PUBBLICI SOTTO PRESSIONE TRA DEBITO E SUPERBONUS
Sul fronte della finanza pubblica, il 2025 si è chiuso con un deficit al 3,1%, un dato leggermente peggiore rispetto alle stime di ottobre a causa del “lascito delle politiche degli incentivi all’edilizia”. L’impatto di cassa del Superbonus e dei crediti d’imposta per la Transizione 4.0 ha fatto lievitare lo stock del debito pubblico, che si è attestato al 137,1% del Pil, circa 20 miliardi in più del previsto.
La spesa per interessi passivi continua a salire, raggiungendo gli 87,1 miliardi di euro (3,9% del Pil), a causa del rendimento elevato dei titoli di Stato. Nonostante queste pressioni, la pressione fiscale è salita al 43,1% nel 2025, un livello che la Corte definisce “elevato e stabilizzato”, alimentato dal venir meno della decontribuzione dei redditi da lavoro e dalla dinamica del gettito contributivo.
PENSIONI E SANITÀ TRA RIVALUTAZIONI E CRITICITÀ STRUTTURALI
La spesa per prestazioni sociali ha raggiunto i 459,2 miliardi di euro, incidendo per il 20,3% sul Pil. La crescita della spesa pensionistica nel 2025 (+1,8%) è stata contenuta grazie a un modesto tasso di rivalutazione, ma è destinata ad accelerare nel triennio 2027-2029 a causa del differimento degli effetti dell’inflazione. La Corte segnala la “sostanziale chiusura” dei canali di uscita anticipata come Opzione Donna e Quota 103, evidenziando come l’inasprimento dei requisiti abbia ridotto drasticamente le domande.
Anche la sanità mostra segnali di tensione: la spesa sanitaria 2025 è stata di 141,5 miliardi, inferiore alle attese, ma per il 2026 è previsto un balzo del 4,9% per coprire i rinnovi contrattuali e il piano straordinario di assunzioni da 450 milioni annui, necessario a contrastare la fuga di professionisti, specialmente nel settore infermieristico.


