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Usa e Arabia Saudita ai ferri corti sul petrolio. Il commento di Tabarelli

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L’import di greggio statunitense si è ridotto al minimo storico da 23 anni. L’Arabia Saudita è quella che sta pagando il pegno maggiore.

Non passa giorno senza che il presidente Usa Donald Trump chieda all’Opec di andarci piano con i tagli alla produzione petrolifera e il cartello, guidato informalmente da Riad, non rilanci la prospettiva di ulteriori tagli. Con Washington impegnata in un continuo rafforzamento della sua indipendenza energetica grazie agli immensi bacini di shale oil del Permiano. Sono ormai ai ferri corti le due superpotenze (petrolifere e non solo), le cui azioni sono destinate a modificare il mercato così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.

AL MINIMO STORICO L’IMPORT DI GREGGIO DALL’ESTERO DEGLI USA

Per capire come mai i due paesi si trovino ai ferri corti basta considerare i dati di produzione: l’import di greggio statunitense si è ridotto al minimo storico da 23 anni a questa parte: 5,9 milioni di barili al giorno, 2,8 se si considera il netto dell’export. Mentre dai pozzi americani sono stati estratti ben 12,1 milioni di barili al giorno, un altro record. Naturalmente l’Arabia Saudita, un tempo uno dei primi fornitori statunitensi, è quella che sta pagando il pegno maggiore.

Arabia SauditaTABARELLI: QUELLA DEGLI USA È UNA ROTTURA EPOCALE. E NON SEMBRANO VOLERSI FERMARE

Quella degli Usa è “una rottura sorprendente, anche per noi che da 30 anni guardiamo ai mercati petroliferi. Si tratta di una modifica epocale per la quantità di petrolio che gli Usa producono, riuscendo a superare anche l’Arabia Saudita e diventando i primi produttori di greggio al mondo con oltre 12 milioni di barili al giorno – ha commentato a StartMagazine il professor Davide Tabarelli, presidente e fondatore di NE Nomisma Energia -. L’aspetto più impressionante è che questo trend sembra che durerà ancora a lungo. Gli Usa vanno al massimo e non sembrano aver sosta”. Il futuro sembra invece più incerto. “Anche noi ci stiamo chiedendo se continuerà o meno questa crescita e di quanto. Considerando anche la domanda mondiale che è prevista in crescita dell’1,5%. Pertanto ritengo che l’Opec rimarrà ferma e crescerà la quota degli Stati Uniti con i prezzi che continueranno a oscillare sui numeri di questi ultimi tempi. Al momento però, se vogliamo parlare di una guerra, gli Usa ne escono vincitori. Poi anche Trump si trova in una posizione difficile perché chiedere di bloccare i tagli lo mette in una condizione difficile con i petrolieri americani che vorrebbero naturalmente prezzi più alti”, ha concluso Tabarelli.

(L’articolo completo su StartMagazine)