Scenari

Ecco perché si infiammano le quotazioni del greggio. E perché non è finita

Il Brent spinto ai massimi dal novembre 2014 potrebbe proseguire la sua corsa. Spinto da una serie di fattori non geopolitici. Gli esperti vedono problemi per le banche centrali dei paesi inflazionati

Le quotazioni del petrolio tornano a salire con il Brent, spinto dai timori di un possibile calo delle esportazioni iraniane e dalle turbolenze sul mercato venezuelano, che ha brevemente superato la soglia degli 80 dollari al barile, ai massimi da novembre 2014. E il Wti in rialzo a New York intorno ai 72 dollari al barile. Ma le sorprese potrebbero non essere finite.

PER IL CEO DELLA TOTAL PETROLIO POTREBBE TOCCARE I 100 DOLLARI NEI PROSSIMI MESI

totalSecondo il Ceo di Total Patrick Pouyanne il prezzo del Petrolio potrebbe raggiungere i 100 dollari al barile nei prossimi mesi. “Non ne sarei sorpreso”, ha detto Pouyanne ricordando che le condizioni geopolitiche “stanno di nuovo dominando il mercato”. Anche alcuni analisti del settore, come quelli di Bank of America, hanno parlato di 100 dollari al barile. “Ciò ha suscitato interrogativi sul periodo in cui i produttori globali usciranno dall’accordo di riduzione dell’offerta in vigore dal 2017”, ha ammesso The Guardian ricordando che l’Arabia Saudita, leader di fatto dell’Opec, ha dichiarato che lavorerà con altri produttori per alleviare eventuali carenze di approvvigionamento, nonostante alcune fonti riferiscano che il paese sarebbe riluttante ad aprire i rubinetti per paura di innescare un nuovo calo dei prezzi.

OLTRE METÀ AUMENTI BRENT PRIMA DELLA DECISIONE AMERICANA SULL’IRAN

In effetti, le nuove sanzioni americane che colpiranno l’industria energetica iraniana e le conseguenze del crollo economico del Venezuela, come detto, stanno incrementando i timori di un inasprimento dei prezzi delle forniture di petrolio a livello mondiale. Tuttavia, come rileva il Financial Times, il greggio Brent era aumentato ancora prima che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciasse la sua decisione di ritirarsi dall’accordo nucleare e di reintrodurre le restrizioni alle esportazioni di petrolio iraniano, salendo di oltre il 50% nell’ultimo anno. I tagli alla produzione operati da Opec e dalla Russia, il robusto consumo di petrolio stimolato da un’economia globale più sana e gli sconvolgimenti geopolitici in tutto il mondo hanno contribuito sostanzialmente a far lievitare i prezzi ben prima della situazione legata a Teheran. Anche se le sole prospettive di un minor numero di barili da Iran e Venezuela hanno contribuito a far aumentare il prezzo del Brent di 7 dollari al barile nel mese di maggio. In ogni caso l’aumento dell’offerta dello shale oil statunitense, pari a 10,7 milioni di barili al giorno, dovrebbe colmare qualsiasi lacuna nell’approvvigionamento globale, sottolinea FT, nonostante occorra tenere conto del fatto che l’industria petrolifera dovrà comunque far fronte a vincoli legati a pipeline e strozzature infrastrutturali, che limitano di fatto la rapidità con cui le esportazioni possono raggiungere i mercati. Tanto che Goldman Sachs, riporta The Guardian, ha ammesso: “Lo shale non può risolvere i problemi di approvvigionamento petrolifero”.

PREZZI PETROLIO SFIDA PER BANCHE CENTRALI MA NON PER BIG OIL Algeria

Sempre gli esperti interpellati da The Guardian hanno ammesso che gli aumenti costituirebbero una sfida per le banche centrali soprattutto nei paesi che hanno già raggiunto i target di inflazione o affrontano un’inflazione elevata, ha detto Craig Erlam, analista di mercato senior del gruppo di trading di Oanda. Al contrario, le azioni delle maggiori compagnie petrolifere europee come BP, Shell, Total ed Eni sono tutte aumentate. Barclays ha modificato le sue previsioni di prezzo medio del greggio  da 62 a 73 dollari al barile.

NON SOLO IRAN E VENEZUELA MINANO STABILITÀ PREZZI PETROLIFERI

Iran e Venezuela non sono comunque le uniche fonti di instabilità geopolitica che provocano un aumento dei prezzi del petrolio. “La continua escalation delle tensioni tra Arabia Saudita e Iran, i continui conflitti in Iraq, Libia, Siria e Yemen hanno inciso in modo significativo sulla regione”, ha dichiarato Mitsubishi UFJ Financial Group secondo The Guardian aggiungendo che mentre un confronto militare diretto tra Iran e Arabia Saudita è considerato improbabile, qualsiasi intensificazione dei conflitti nella regione minerebbe la stabilità.

L’UE STA VALUTANDO IPOTESI DI PASSARE ALL’EURO IN COMMERCIO PETROLIFERO CON L’IRAN

L’Unione europea sta valutando la possibilità di passare all’euro sostituendolo con il dollaro Usa nel commercio di petrolio con l’Iran. È l’ipotesi circolata in queste ore da una fonte diplomatica citata da Sputnik. L’Europa, infatti, uno dei maggiori clienti petroliferi dell’Iran dopo Cina e India, sta cercando di salvare l’accordo nucleare iraniano dopo il ritiro Usa operato dal presidente Donald Trump. L’Iran, da parte sua, già a metà aprile aveva dichiarato che avrebbe convertito in euro i suoi importi in valuta estera, per ridurre la dipendenza dal dollaro. L’impegno dell’Ue nel continuare a commerciare con l’Iran si concretizzerebbe nella possibilità dell’Europa di proseguire nell’acquisto di petrolio iraniano, anche se alcuni operatori commerciali hanno segnalato probabili problemi di finanziamento che potrebbero far cessare il commercio petrolifero con l’Iran. Un altro grosso ostacolo alle esportazioni di greggio iraniano potrebbe essere rappresentato, infatti, dall’assicurazione delle petroliere che trasportano petrolio dall’Iran: secondo gli esperti alcune compagnie di navigazione si stanno già rifiutando di impegnare le petroliere per nuovi carichi iraniani, per timore di complicazioni nei pagamenti relativi al carico e all’assicurazione.

ALTRA MINA ALL’ORIZZONTE: LE NORME INTERNAZIONALI SUI CARBURANTI MARITTIMI

Infine all’orizzonte si profila un’altra mina pronta a esplodere: quella delle norme internazionali sui carburanti utilizzati nel trasporto marittimo che potrebbero inasprire ulteriormente il mercato petrolifero e spingere i prezzi fino a 90 dollari al barile nei prossimi due anni. L’Organizzazione marittima internazionale (Omi) ha disposto, infatti, una serie di nuove norme che entreranno in vigore all’inizio del 2020 e che imporranno agli armatori di ridurre drasticamente la concentrazione di zolfo utilizzata nei loro combustibili. Anche se gli armatori avranno diverse opzioni per raggiungere questo obiettivo – rimuovere lo zolfo dal combustibile, passare a combustibili a basso tenore di zolfo o al GNL – l’AIE prevede che entro il 2020 la domanda di gasolio salirà a 1,74 milioni di barili al giorno con un incremento di oltre 1 mb/d rispetto al 2018. Il passaggio da una forma di petrolio con un’altra avrà effetti anche sull’industria della raffinazione: quelle che trattano distillati medi avranno un’ottima performance quelle che producono olio combustibile pesante avranno un’eccedenza di prodotto. “Prevediamo una corsa ai distillati medi che farà aumentare gli spread di crack e trascinerà i prezzi del petrolio”, hanno detto in una nota gli analisti di Morgan Stanley. La banca d’affari ha aggiunto che il prezzo del greggio Brent potrebbe salire a 90 dollari al barile, con il nuovo regolamento e la conseguente corsa al rifornimento di carburante conforme alle norme. “L’ultimo periodo di severa tenuta dei distillati medi si è verificato tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008 e probabilmente è stato il fattore critico che ha spinto al rialzo i prezzi del Brent in quel periodo”, ha scritto Morgan Stanley. La conclusione intrigante di questo scenario è che lo shale americano non può essere la soluzione, troppo leggere per essere utilizzato nella produzione di distillati medi. “Ci aspettiamo che il mercato del greggio rimanga sottoalimentato e che le scorte continuino ad affluire”, ha dichiarato la banca. “Questo probabilmente sosterrà i prezzi”.