Fact checking e fake news

L’Europa accelera sull’energia, ma l’Italia rimane il paese del Nimby

energia

Il Belpaese si conferma uno dei peggiori mercati europei per i prezzi ma al top sulle rinnovabili. A frenare lo sviluppo le proteste soprattutto nel settore energetico

 

 

La terza relazione sullo Stato dell’Unione dell’energia indica che la transizione dell’Europa verso una società a basse emissioni di carbonio sta diventando ormai una realtà concreta. Presentato la scorsa settimana, il report europeo evidenzia che all’interno del perimetro comunitario si stanno creando posti di lavoro, crescita e investimenti in energia pulita, anche se non mancano i problemi.

europaL’Europa punta all’Unione energetica ma occorre adeguare le infrastrutture

La relazione conferma che la transizione energetica non può avvenire se non si adeguano le infrastrutture alle esigenze del futuro sistema energetico. “Le infrastrutture energetiche, dei trasporti e delle telecomunicazioni sono sempre più interconnesse – sottolinea Bruxelles in una nota -: le reti locali diventeranno sempre più importanti per la vita quotidiana dei cittadini europei, sempre più orientati verso elettromobilità, produzione decentrata di energia e gestione attiva della domanda. Sono già stati raggiunti traguardi notevoli, ma continuano a sussistere ostacoli in particolare per quanto riguarda l’energia elettrica”. Problemi sui quali Bruxelles ha adottato una comunicazione sull’attuazione dell’obiettivo del 15% di interconnessione elettrica entro il 2030, adottando un elenco di progetti di interesse comune (conosciuti con l’acronimo inglese PCI, Projects of Common Interest). “Entro il 2019 l’Unione dell’energia deve diventare non più semplice politica ma realtà quotidiana – della quale possano beneficiare tutti i cittadini europei”, ha sottolineato in una nota il vicepresidente dell’Ue Maroš Šefčovič, responsabile per l’Unione dell’energia. Parole a cui hanno fatto eco le posizioni del Commissario per l’Azione per il clima e l’Energia Miguel Arias Cañete: “La transizione energetica dell’Europa è già in fase avanzata, con una percentuale record di energia rinnovabile e costi in rapido calo. Ma anche le infrastrutture energetiche europee devono muoversi nella stessa direzione e con la stessa velocità per poter sostenere la transizione energetica”.

L’Italia un paese tra luci e ombre

Se guardiamo il nostro paese, però, l’Italia si conferma uno dei peggiori mercati europei al dettaglio di gas ed elettricità, il quint’ultimo, con prezzi elevati per imprese e consumatori che sono tra i meno soddisfatti dell’Ue. Nonostante queste ombre, il Belpaese secondo la Commissione Ue è però anche il paese dove le famiglie più povere pagano la bolletta meno cara, l’1,5% rispetto alla media europea ma anche uno di quelli più all’avanguardia sulle rinnovabili, avendo non solo superato il suo target già nel 2015 (17,1%) ma essendo tra i leader nell’Ue su solare e geotermico.

L’Italia rimane però uno dei paesi con la dipendenza dall’estero più alta dell’Ue soprattutto nel settore gas (aumentata nell’ultimo periodo), anche se osserva sempre l’Europa, nel complesso, tale dipendenza è calata grazie all’utilizzo delle fonti verdi. Altro punto a favore del nostro paese la diversificazione delle fonti. Male invece le interconnessioni sulle quali l’Europa ci chiede di migliorare anche se con l’8% è sulla strada giusta per raggiungere l’obiettivo previsto del 10%. L’Italia conferma innanzitutto anche a Bruxelles il suo “ruolo importante nella creazione di un hub del gas nel Mediterraneo” e il lavoro per migliorare le sue interconnessioni elettriche con l’Europa. In totale sono 15 i progetti considerati strategici dall’Europa che riguardano il Belpaese: rimane strategico il gasdotto Tap mentre esce di scena il Galsi tra Sardegna e Algeria. Via libera all’Elmed, l’interconnessione elettrica tra Sicilia e Tunisia. Nel gas, vengono invece inclusi il Passo Gries-Svizzera, East Med e la Linea Adriatica.

Cresce l’Italia del Nimby che blocca le opere

Il problema maggiore nel nostro paese sono però le proteste che, puntualmente, accolgono quasi ogni progetto, cantiere o infrastruttura di cui si prevede l’avvio o la costruzione per timori che vanno dal danno ambientale, alla salute pubblica e il paesaggio, fino a mere beghe politiche. Da tempo questo fenomeno ha un nome cioè Sindrome Nimby dall’acronimo inglese “Not in my Backyard”. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Media Permanente Nimby Forum presentato sempre la scorsa settimana, e riferito al 2016, sono proprio il comparto energetico (56,7%) e quello dei rifiuti (37,4%) a contendersi il podio dei No. La ricerca arriva a contare 359 impianti contestati in Italia, in aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Cifra che dipinge un paese bloccato, in cui le opposizioni formate da comitati, partiti ed enti pubblici fanno da eco puntuale ad ogni iniziativa di sviluppo industriale. In questo contesto, la partecipazione attiva ai processi decisionali è diventata, per i cittadini, un’esigenza imperativa: le comunità si aspettano di essere interpellate, consultate, coinvolte. Non a caso, l’assenza di coinvolgimento ricorre al secondo posto, dopo le preoccupazioni per l’ambiente, come causa alla base delle contestazioni, con un trend di incremento progressivo ma costante: 14,6% nel 2014, 18,6% nel 2015, 21,3% nel 2016.

Le opere più contestate sono le rinnovabili

Il settore energetico vede le opposizioni orientarsi in maniera preponderante verso gli impianti da fonti rinnovabili (75,4%). Le tipologie di impianto più avversate sono, in particolare, la centrale a biomasse (43 impianti), la struttura di compostaggio (20) e il parco eolico (13).  Meno ricorrenti in termini assoluti rispetto alle fonti rinnovabili, le fonti di energia convenzionale si aggiudicano invece il primato relativo alla tipologia specifica di impianto più contestata. Si tratta soprattutto degli impianti di ricerca ed estrazione di idrocarburi, che da soli assommano 81 opere censite.

Nel 2015 un terzo degli impianti contestati aveva subito almeno un ricorso

Il monitoraggio della stampa nel 2016 conferma il ruolo di assoluta centralità della politica, che – tra enti pubblici e partiti politici – trascina le contestazioni nel 50% dei casi censiti. Seguono le organizzazioni e i comitati dei cittadini, che pesano per un terzo sull’insieme dei soggetti promotori del No. Un peso corrispondente alla quantità abnorme di ricorsi alla giustizia amministrativa, che sempre più spesso è chiamata a dirimere richieste di interruzione/revoca di iter già avviati o conclusi. Una survevy ad hoc del Nimby Forum riportava che nel 2015 un terzo degli impianti contestati aveva subito almeno una interruzione della procedura di autorizzazione a causa di ricorsi al Tar o al Consiglio di Stato.

Le maggiori proteste al Nord

Ulteriore conseguenza del ruolo del soggetto “popolare” è il ranking delle ragioni di protesta: al primo posto figura l’impatto con l’ambiente, che si attesta al 30,1%, in leggera flessione rispetto al 2015 (32,8%). Segue il già citato scontento causato dalle carenze procedurali e dal mancato coinvolgimento nell’iter autorizzativo. La mappa del contagio Nimby evidenzia la trasversalità delle opposizioni anche dal punto di vista geografico. Seguendo pedissequamente la distribuzione dei progetti di sviluppo industriale, il no ricorre con maggiore capillarità nel Nord Italia (41%): Lombardia ed Emilia Romagna mantengono i primi posti, con rispettivamente 56 e 48 impianti contestati. Non mancano tuttavia, le opposizioni nelle regioni del Centro e del Sud Italia. Con 32 impianti contestati (erano 6 nel 2014), la Basilicata rappresenta ormai un territorio di grande frizione tra imprese, politica e cittadini, tanto da surclassare regioni come Lazio (n. 30), Veneto (n. 28) e Sicilia (n. 26), assai più visibili nei confronti dei media e dell’opinione pubblica nazionale.

scuola lavoroSempre più i favorevoli alle opere

Rispetto al 2015, passa dal 15% al 20% il numero soggetti che si esprime a favore degli impianti. Voci che, pur flebilmente, si spendono per affermare come grandi opere e infrastrutture possano essere occasioni di rilancio economico, di miglioramento dei servizi e incremento dell’occupazione.

Arrivano gli ‘influencer del No’

In ogni caso, le iniziative di comunicazione rimangono prerogativa degli oppositori (80%), i quali fanno leva in maniera meno frequente ai media tradizionali (25,7% nel 2016 vs 29,9% nel 2105). La bilancia della comunicazione Nimby inizia così a pendere anche in favore dei social media, che passano dal 16,8% del 2015 al 22,9% del 2016 nella ricorrenza d’uso da parte dei contestatori. Nell’epoca delle post verità e delle fake news, compaiono a livello territoriale veri e propri ‘influencer del No’, che hanno spesso facile gioco nel confondere le carte dell’informazione e ostacolare la possibilità degli individui di formarsi una opinione laica sui fatti.

 

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