Scenari

I limiti di crescita dello shale oil Usa

shale oil

Con il rallentamento del progresso tecnologico e la crescente riluttanza dei finanziatori a investire, le stime sulla produzione futura si stanno ridimensionando. Nel 2020 la sua capacità di contribuire a fissare un tetto ai prezzi del greggio sarà notevolmente ridotta.

 

A partire dal 2020 la capacità dello shale oil statunitense di costituire un freno alla volatilità e al rialzo dei prezzi petroliferi potrebbe essere solo un ricordo. È la tesi di Jilles van den Beukel geologo, geofisico e project manager per Shell, secondo il quale diversi fattori tecnologici, finanziari e ambientali potrebbero contribuire a limitarne la produzione. Attualmente lo shale oil Usa ha un grosso impatto sui mercati petroliferi internazionali: nel 2014, ad esempio, l’eccesso di offerta proveniente dagli Stati Uniti fu la principale causa del calo dei prezzi, innescata dalla decisione dell’Opec di non ridurre la produzione. Da quel momento il mercato ha trovato un suo equilibrio mantenendosi nella cosiddetta “shale band”, cioè un intervallo di prezzi tra i 45 e i 55 dollari al barile, in cui la produzione Usa ha potuto operare senza fallire e senza inondare i mercati di materia prima.

shale gasGli analisti tuttavia, spiega van den Beukel, sono concordi nell’affermare che il freno alla volatilità dei prezzi petroliferi nel breve termine dello shale oil non è destinato a durare per sempre. A differenza della flessibilità dei produttori tradizionali come l’Arabia Saudita che “galleggia” letteralmente su riserve da 2 milioni di barili al giorno e a cui può accedere semplicemente aprendo i rubinetti, chi produce petrolio di scisto ha per forza di cose una maggiore rigidità strutturale. Questo aspetto, unito alla riduzione degli investimenti in petrolio convenzionale degli ultimi anni, a un tasso di declino dei campi esistenti non adeguatamente sostituiti, a una domanda in salita e a una crescita ridotta dell’output shale statunitense – al momento tra 0,5 e 1 mln di barili al giorno – dovrebbe portare a una pressione al rialzo dei prezzi del greggio a partire dal 2020.

I fattori-limite della crescita dello shale oil

Il limite alla crescita dello shale oil è dovuto al fatto che il settore è simile a un’industria manifatturiera, sottolinea van den Beukel: la produzione di greggio dipende dalla disponibilità di finanziamenti, di piattaforme di perforazione, di tecnici e dalla geologia del terreno. A incidere è poi la carenza di manodopera e la mancanza di macchinari per il fracking che attualmente ammontano a 12 milioni di cavalli idraulici contro una domanda di 16. Tutti elementi che insieme provocano un aumento dei pozzi perforati ma non completati e una crescita dei costi dei giacimenti stimata attorno al 15-25%.

Altro aspetto da non trascurare è legato alla produzione di acqua: per ogni barile di petrolio si producono 5 barili di acqua da smaltire. Questa voce sta diventando particolarmente costosa con il tempo, a causa delle sempre più lunghe distanza in cui deve esser convogliata. Identico discorso per la sismicità indotta dallo smaltimento dell’acqua che sta crescendo rapidamente: una tendenza che secondo gli esperti continuerà nei prossimi anni generando un aumento dei costi dettato dalla limitata capacità di alcuni pozzi di smaltire liquido per ridurre la sismicità indotta. Anche la produttività dei singoli impianti shale ha smesso di aumentare. Quattro regioni su cinque, secondo la Energy information administration Usa, hanno diminuito il rendimento negli ultimi 12 mesi.

Sotto il profilo finanziario poi, la domanda è se il successo della crescita della produzione shale sarà seguito da un boom finanziario specialmente in un periodo di incertezza verso cui pare tendere il settore. Agli inizi Wall Street e il private equity hanno investito rapidamente ingenti somme di denaro nell’industria shale grazie anche al numero ridotto di opportunità offerte dalle minori scoperte petrolifere convenzionali. Il problema è che l’industria ha generato finora flussi di cassa negativi determinando un aumento del costo dei finanziamenti e una concentrazione del mondo finanziario sulla redditività futura e cioè sulla scommessa di un aumento dei prezzi del petrolio o sulla riduzione dei costi futuri determinata dagli ulteriori progressi tecnologici. In effetti, osserva l’analista, “in un mondo caratterizzato da prezzi del petrolio più elevati e da una crescita della domanda petrolifera, i costi relativamente bassi dello shale statunitense potrebbero conferirgli una posizione vantaggiosa”.

Tuttavia, negli ultimi mesi gli investitori sono diventati sempre più riluttanti nel fornire ulteriori finanziamenti. A questo proposito, hanno giocato un ruolo importante un certo numero di fattori oltre il continuo e negativo consumo di contante: il limitato potenziale di rialzo dei prezzi del petrolio a breve termine, tanto per cominciare, e i crescenti dubbi sulla capacità a lungo termine dell’industria di aumentare ulteriormente la produttività. Infine, la psicologia del mercato, ancora positiva nell’immediato seguito dei tagli Opec del dicembre 2016, e ora diventata negativa. In conclusione  sono da considerare i fattori legati alla geologia. Le aree dove è effettivamente possibile attingere shale oil sono limitate nel paese: lo strato del Permiano, dove negli ultimi due anni c’è stata la crescita più alta, continuano a essere promettenti anche se cominciano a intravedersi dei limiti. Un recente studio di Wood Mackenzie prevede che ciò avverrà soprattutto a partire dal 2020.

Di conseguenza, le stime sulla futura produzione petrolifera statunitense, ora in fase di stallo, stanno diventando sempre più prudenti. Secondo van den Beukel, nonostante occorra riconoscere che il futuro progresso tecnologico possa creare grandi incertezze, la prospettiva di un livellamento della produzione petrolifera negli Stati Uniti all’inizio del 2020 è diventata uno scenario probabile. “Entro tale data, la capacità dello shale  statunitense di crescere rapidamente e di fissare un massimale per i prezzi del petrolio dovrebbe subire una notevole diminuzione”, ha concluso l’esperto.