Scenari

Perchè il Giappone è preoccupato per la sua sicurezza energetica

Il nuovo piano nazionale del paese riflette le tensioni interne e l’ansia per gli approvvigionamenti internazionali, ricollocando in prima fila l’energia nucleare

L’obiettivo più importante che si riscontra all’interno della politica energetica giapponese al 2030 è quello della sicurezza da perseguire ad ogni costo. Certo, al suo interno si parla anche di emissioni e di rinnovabili ma si tratta di obiettivi che rimangono sullo sfondo, con il carbone che rimarrà la principale fonte di approvvigionamento del paese per il prossimo futuro, il gas che produce meno emissioni ma sarà ridotto all’interno del mix complessivo di generazione elettrica, e il vero vincitore di questo round: il nucleare, che a soli sette anni dai terribili eventi di Fukushima torna prepotentemente protagonista sulla scena giapponese con un programma di crescita costante. Questo stando al nuovo piano energetico nipponico al 2030 varato la scorsa settimana.

Nucleare BangladeshIL PIANO ENERGETICO GIAPPONESE AL 2030: SOPRATTUTTO NUCLEARE E CARBONE

Il nuovo piano energetico giapponese costituisce l’aggiornamento di quello varato tre anni e fissa il mix ideale che il paese dovrà raggiungere nel 2030. Varato dopo una consultazione pubblica dal ministero dell’Economia, del commercio e dell’industria, differisce di poco dalla bozza diffusa a maggio. Subito spicca il contributo che verrà dal nucleare fissato tra il 20 e il 22 per cento, preceduto solo da Gnl (27 per cento) e dal carbone (26 per cento). L’idroelettrico si ferma intorno all’8 per cento, il solare al 7, biomasse e petrolio rispettivamente tra il 3 e il 4 per cento e al 3 percento. Si chiude con geotermico ed eolico intorno all’1 per cento. Quello che salta subito all’occhio sono le differenze tra l’effettivo mix nel 2010 e gli obiettivi del piano nipponico al 2030 nel quale il nucleare che era al 25 per cento 8 anni fa verrebbe poco più che limato al 20-22 per cento mentre i combustibili fossili passerebbero dal 65 per cento del 2010 al 56 per cento del 2030. Infine le rinnovabili si troverebbero poco più che raddoppiate, dal 10 al 22-24 per cento.

IL GIAPPONE NON VUOLE PIÙ RISCHIARE CON GLI APPROVVIGIONAMENTI DALL’ESTERO

Il Giappone rimane la terza economia mondiale in termini di prodotto interno lordo nominale – anche dopo vent’anni di crescita debole – e un grande consumatore di energia, nonostante un modello di utilizzo estremamente efficiente. Il paese continuerà a svolgere un ruolo importante nel mercato globale dell’energia, ma la sua preoccupazione maggiore rimane la dipendenza dalle importazioni. Gli embarghi petroliferi degli anni ’70 hanno aperto gli occhi a Tokyo sui rischi di fare affidamento sul petrolio proveniente dal Medio Oriente. L’incidente nucleare di Fukushima del marzo 2011, seguito nel giro di poche settimane dalla chiusura dell’intera flotta di reattori nucleari giapponesi, ha provocato poi una rapida crescita delle importazioni di gas naturale liquefatto e un aumento dei prezzi del gas in Asia. Questa impennata si è ora attenuata con il ritorno in funzione di 19 centrali nucleari giapponesi. In conseguenza di ciò, e dell’eccesso di offerta generale a livello mondiale, i prezzi del gas in Asia – anche dopo il rialzo di quest’anno – si sono dimezzati rispetto al picco raggiunto nel 2014. Ma il Giappone non vuole rischiare di trovarsi nuovamente in una posizione difficile. Naturalmente ciò non riguarda la quantità delle forniture di gas: la regione non soffre di carenza grazie a grandi esportatori come Australia, Indonesia Qatar e Medio Oriente. Ci sono, inoltre, enormi volumi di gas provenienti dalla Siberia orientale e un crescente approvvigionamento di shale gas dagli Stati Uniti che sarà sempre di più integrato nei prossimi anni. Grazie a queste situazioni i prezzi naturalmente, subiranno delle variazioni ma il Giappone rimane un’economia forte in grado di pagare anche dei rialzi dei costi. Il rischio, come dimostrato da Tokyo, è semmai legato alla sicurezza delle rotte commerciali aperte necessarie per portare il gas in Giappone.

LA SICUREZZA LEGATA ALLE ROTTE COMMERCIALI E AI RAPPORTI CON LA CINA

In questo senso il contrasto più evidente riguarda i rapporti con la Cina. Pechino ha aumentato le sue importazioni di petrolio a più di 9 milioni di barili al giorno – più di un quinto del commercio mondiale di petrolio – il che la rende il più grande importatore di greggio del mondo, davanti agli Stati Uniti quest’anno per la prima volta. Secondo l’ultimo studio dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, l’anno prossimo la Cina diventerà anche il più grande importatore mondiale di gas, con le spedizioni di Gnl destinate a continuare a crescere, e ad aumentare del 60 per cento entro il 2023. La Cina, naturalmente, ha abbondanza di carbone domestico e sta aumentando il volume di elettricità prodotta da fonti rinnovabili e da nucleare. Ciononostante, la dipendenza del paese dalle importazioni petrolifere e di gas continua a crescere. Il passaggio sotto la guida del presidente Xi Jinping dalla tradizionale filosofia cinese dell’autosufficienza al ricorrere all’estero è senza precedenti.

L’ANALISTA DI FT: IN CASO DI CONFLITTI APERTI, IL COMMERCIO DI ENERGIA RAPPRESENTEREBBE UNA VULNERABILITÀ PER IL GIAPPONE

Chiaramente la questione energetica può trasformarsi in un problema in termini economici e militari, come sottolinea in un editoriale sul Financial Times Nick Butler, professore del Kings Policy Institute al King’s College London. Il Giappone è ora chiaramente la seconda potenza in Asia. E si dice che l’alleanza americana con il Giappone sia forte, ma che cosa significa in pratica? Gli Stati Uniti invierebbero navi e truppe per mantenere aperte le rotte commerciali attraverso l’Asia? In linea di massima la risposta è sì, ma la realtà potrebbe essere molto diversa. Il Giappone vede i rischi e si sta muovendo per limitarli. Il nuovo piano energetico è razionale. L’Asia è diventata un luogo pericoloso e, in caso di conflitti aperti, il commercio di energia rappresenterebbe un’evidente vulnerabilità”.