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Petrolio, potere e sanzioni: la guerra invisibile dei 23 anni tra Usa e Venezuela

Dal golpe del 2002 a Chávez fino all’arresto di Maduro, Usa e Venezuela si affrontano in una guerra ibrida per il controllo del petrolio

La guerra tra Usa e Venezuela è una storia di petrolio e potere lunga 23 anni. Dopo l’arresto di Maduro, Trump ha sottolineato che il “suo” petrolio va “recuperato” e servirà a “indennizzare” degli americani, vittime di un “furto” da parte di Caracas. Sul banco degli imputati finisce il regime socialista che ha “sequestrato e venduto unilateralmente petrolio, asset e piattaforme statunitensi”, recando danni miliardari alla Casa Bianca.

23 ANNI DI GUERRA TRA USA E VENEZUELA

La lunga guerra ibrida tra Usa e Venezuela dura da almeno 23 anni, tra nazionalizzazioni, trame eversive, sequestri di navi e il controllo sulle risorse del Paese. Tutto è iniziato nel 2002, quando Hugo Chávez licenziò 18.000 dipendenti statali a reti unificate. La situazione è degenerata in uno sciopero generale indetto dalla Confindustria locale (Fedecamaras) e dalla Confederación de trabajadores de Venezuela, sedato con il sangue da Chàvez, tornato al potere appena due giorni dopo il golpe militare. Un ritorno spinto, alcuni dicono, proprio dagli Stati Uniti.

Sette anni dopo, il generale ha espropriato 76 imprese private che fornivano servizi petroliferi nella Costa Oriental del Lago, a nordovest del Paese. Solo anni dopo la Costa Oriental del Lago si è in parte ripresa grazie alla mano della China Concord, che ha investito 1 miliardo di dollari sui campos petroleros rimasti in abbandono. In parallelo Chevron, le cui operazioni non sono mai cessate, ha contribuito al rialzo della produzione, da 400.000 a 900.000 barili giornalieri.

UNA STORIA DI EMBARGHI

Il rapporto tra Usa e Venezuela è anche una storia di embarghi. L’ultimo episodio risale al 10 dicembre scorso, quando Washington ha ordinato il sequestro un paio di imbarcazioni al largo del Venezuela, con la presa della Skipper – non sottoposta a sanzioni – e la persecuzione della Bella 1. Di conseguenza, sono state allontanate numerose navi e, a fine 2024, la produzione è crollata del 25% nella Fascia dell’Orinoco per un totale di 500mila barili. Mentre Caracas denunciava “atti di pirateria“, con il timido sostegno di Mosca e Pechino, gli Usa promettevano più sequestri fino a quando “il regime non restituirà tutti gli asset rubati”. Le operazioni eseguite dalla Guardia costiera rafforzavano il blocco aereo e navale contro il Paese. Non c’erano “asset” né “petrolio” rubati, ma il mantra era utile a ricordare ai petrolieri la ferita lasciata dagli espropri subiti da ExxonMobil e ConocoPhillips nel 2007, durante l’era di Hugo Chávez. Entrambe rivendicano risarcimenti per almeno 10 miliardi di dollari.

CHI VUOLE TRUMP PER IL VENEZUELA?

Ora Trump rimescola lo scenario e promette ricchezze a tutti. “I venezuelani? Toccherà a loro solo dopo l’indennizzo agli americani”, avverte il politologo americano John Polga-Hecimovich, sottolineando il rischio di “future rivolte sociali” nei confronti dell’egemonia Usa, secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano. Il nuovo leader del Venezuela non sarà María Corina Machado, che a tutti prometteva “l’oro nero” venezuelano senza averne il controllo. Chi dovrà guidare il Paese per Washington non è ancora chiaro, ma c’è abbastanza petrolio per unire ciò che la politica aveva diviso – il 17,5% delle riserve globali dimostrate -, con esponenti chavisti e Maga pronti a stringere alleanza.

LA VENDITA ALL’ASTA DELL’EX RAFFINERIA DEL VENEZUELA

Nel 2026 ci sarà anche la vendita amministrativa della raffineria Citgo, l’asset più importante del Venezuela negli Usa, messa all’asta dal Tribunale di Delaware e acquistata per quasi 6 miliardi da Amber Energy che fa capo al fondo Elliot Investment Management. Citgo è stata strappata al Venezuela in quanto parte di Pdv Holding e quindi “braccio esteso” o “alter ego” dello Stato venezuelano, “disponibile a soddisfare i debiti” causati dagli “espropri” eseguiti da Caracas.

Una mossa che ha provocato la reazione del Venezuela, che ha accusato gli Stati Uniti di “controllo politico” su un’”azienda strategica”, denunciando la “pirateria giudiziaria” di corporation e fondi d’investimento, pronti a liquidare un asset da 12 miliardi di dollari per debiti molto minori. L’ultimo bilancio trimestrale di Citgo: 2,6 miliardi di dollari e 100 milioni in utili netti. Perdita non irrilevante per Caracas, il cui debito estero è di 150 miliardi di dollari. “È stato un atto di speculazione finanziaria, classico di certi fondi avvoltoio”, ha denunciato il giornalista Arcadio Oña in riferimento alla svendita dell’asset. Resta però da chiarire la posizione della Rosneft, a cui Maduro avrebbe consegnato quasi il 50% dell’asset per un prestito da 1 miliardo e mezzo di dollari.

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