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Data center, l’energia è la nuova frontiera: l’Italia riceve richieste di connessione per 80 GW

Big Tech investirà 400 miliardi entro il 2026, mentre le utility diventano protagoniste della convergenza strategica tra digitale e infrastrutture elettriche.

La crescita del settore digitale non è più soltanto una questione di software o processori, ma una sfida di pura potenza infrastrutturale. Il mondo dei data center sta vivendo un’accelerazione senza precedenti, trasformando questi complessi tecnologici in una nuova forma di industria energivora pesante, attiva h24. Secondo lo studio di scenario realizzato dalla società di consulenza Arthur D. Little, a firma di Leonardo Rosetto, il comparto ha superato a livello globale i 400 TWh di consumo elettrico nel 2024 e si prepara a toccare la quota vertiginosa di 1.000 TWh entro il 2030. Questa evoluzione riporta la pianificazione energetica al centro del dibattito industriale: le Big Tech stanno programmando investimenti per il solo 2026 nell’ordine dei 400 miliardi di dollari — cifra che non include nemmeno le infrastrutture elettriche necessarie — progettando campus che in alcuni casi superano il gigawatt di potenza.

UN RIPOSIZIONAMENTO GEOGRAFICO VERSO IL MEDITERRANEO

In questo scacchiere globale, l’Europa sta cambiando pelle. I tradizionali hub del mercato FLAP-D (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino) rimangono i punti di riferimento per connettività, ma iniziano a mostrare il fiato corto. La disponibilità di suolo è ormai ridotta al minimo, mentre le pressioni regolatorie, i vincoli urbanistici e la congestione delle reti di trasmissione rallentano i nuovi progetti. Questa saturazione fisica sta spingendo i grandi operatori a guardare verso sud, individuando in Italia e Spagna i mercati più attrattivi grazie a un maggiore margine infrastrutturale. Il nostro Paese, in particolare, è diventato il terminale di un interesse esplosivo: nel giro di pochi mesi, le richieste di connessione alla rete sono balzate da 30 a circa 80 GW. Il solo polo milanese sfiora oggi i 12 GW di domanda potenziale.

IL NODO DEL BACKLOG FANTASMA NELLA RETE ITALIANA

Tuttavia, la distanza tra le ambizioni cartolari e la realtà del terreno è profonda. Di quegli 80 GW richiesti, solo 700 MW risultano effettivamente contrattualizzati e 7,5 GW approvati. Gli analisti parlano apertamente di un “backlog fantasma”: una massa di richieste puramente esplorative che gonfia i numeri senza corrispondere a progetti cantierabili. Le stime più realistiche indicano che la capacità effettivamente realizzabile in Italia, tenendo conto dei tempi di sviluppo e dei vincoli tecnici della rete, non supererà gli 8-10 GW. Gestire questo scarto tra aspettative e carico reale rappresenta oggi una delle sfide più complesse per il sistema elettrico nazionale, che deve pianificare gli allacciamenti senza destabilizzare l’equilibrio tra domanda e offerta.

FABBISOGNO E STRATEGIE DI APPROVVIGIONAMENTO IBRIDO

Sebbene l’Italia parta da consumi attuali contenuti — circa 3,5 TWh annui per 570 MW di potenza installata — la curva è destinata a impennarsi. Entro il 2030 il fabbisogno oscillerà tra i 10 e gli oltre 30 TWh, arrivando a pesare per il 13% sulla domanda elettrica nazionale entro il 2035. Poiché si tratta di un carico non modulabile, la questione dell’approvvigionamento diventa critica. Le energie rinnovabili possono realisticamente coprire circa un terzo del fabbisogno, ma la loro intermittenza non si sposa con la necessità di continuità assoluta dei server. Per questo motivo, il mercato sta guardando a soluzioni ibride: sistemi di accumulo, cicli combinati di nuova generazione, cattura della CO2 e, in prospettiva, il nucleare modulare. Negli Stati Uniti, gli hyperscaler stanno già adottando turbine a gas on-site ad alta efficienza per stabilizzare i costi, un modello che inizia a bussare anche alle porte dell’Europa.

IL RICONOSCIMENTO DELLO STATUS DI ASSET STRATEGICO

In questo contesto di forte pressione, il segnale della politica italiana è arrivato con il recente Decreto Energia. L’introduzione di un Procedimento Unico per i data center e le loro infrastrutture correlate segna una svolta: lo Stato riconosce formalmente queste strutture come asset strategici per la modernizzazione e la competitività del Paese. La misura punta a semplificare i processi autorizzativi, allineando la domanda digitale con la pianificazione energetica nazionale. L’obiettivo è dotare l’Italia degli strumenti burocratici necessari per competere ad armi pari nella nuova geografia dei dati, attirando capitali che altrimenti sceglierebbero altre destinazioni europee.

DATA CENTER COME NODI DI ECONOMIA CIRCOLARE

Emergono però modelli che superano il concetto di data center come semplice “voragine” energetica. Il riutilizzo del calore residuo generato dai server sta diventando un fattore di competitività per i territori. A Milano, il progetto Avalon 3 punta a recuperare circa 15 GWh annui di calore da immettere nella rete di teleriscaldamento, soddisfacendo il fabbisogno di oltre 1.200 famiglie. A Brescia, un impianto a raffreddamento liquido alimenterà 1.350 abitazioni, evitando l’emissione di 3.500 tonnellate di CO2 all’anno. Questi esempi dimostrano come l’integrazione tra infrastrutture digitali e reti urbane possa trasformare un centro di consumo in un nodo di valore territoriale, rendendo le città dotate di teleriscaldamento molto più appetibili per i futuri campus.

L’ESPLOSIONE DEGLI EDGE DATA CENTER E IL RUOLO DELLE UTILITY

Accanto ai giganti “hyperscale”, si sta sviluppando una rete capillare di micro-infrastrutture: gli edge data center. L’Europa punta a installare 10.000 nodi di questo tipo entro il 2030, di cui circa 1.000 in Italia. Operando a potenze ridotte e in prossimità dell’utente finale, questi siti riducono la latenza e non sovraccaricano le reti principali, agendo come complemento ideale ai grandi campus. In questo scenario, le utility assumono un ruolo inedito. Non sono più semplici fornitori di elettroni, ma partner strategici che devono integrare energia, flessibilità e calore. Se i data center sono l’anima fisica del digitale, le utility sono diventate la loro infrastruttura abilitante: il successo della transizione dipenderà dalla loro capacità di garantire la programmabilità e la continuità richieste dal nuovo ciclo industriale europeo.

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