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Petrolio Stretto di Hormuz 2026

Barclays avverte: la chiusura di Hormuz rischia di tagliare 14 mln di barili di petrolio al giorno

Lo shock geopolitico, il più grave dal 1990, mette sotto pressione i mercati globali; incertezza sui negoziati tra Trump e Teheran mentre il Brent punta verso i 110 dollari.

L’attuale crisi nello Stretto di Hormuz minaccia di sottrarre al mercato globale tra i 13 e i 14 milioni di barili di petrolio al giorno, innescando una crisi di approvvigionamento senza precedenti recenti. Secondo quanto riportato da Reuters, l’istituto bancario Barclays ha delineato uno scenario critico in cui l’immensa entità dell’interruzione delle forniture è accompagnata da una profonda incertezza sulla durata del blocco.

L’analisi parte dallo stop dell’Iran a circa un quinto delle forniture mondiali di greggio e gas naturale liquefatto, spingendo le quotazioni oltre la soglia psicologica dei 100 dollari al barile e alimentando i rincari dei carburanti alla pompa per i consumatori finali.

L’ENTITÀ DELLO SHOCK SULL’OFFERTA MONDIALE

Il calcolo di Barclays sulla perdita di 13-14 milioni di barili quotidiani tiene conto di una possibile chiusura prolungata dello stretto, l’arteria vitale per il transito energetico globale. Tale stima viene elaborata partendo dal presupposto che le rotte alternative rimangano operative: nelle ultime settimane, infatti, si è registrato un incremento delle esportazioni dai porti di Yanbu e Fujairah.

Qualora le spedizioni da questi hub non subissero minacce dirette, la banca ritiene probabile che l’ammanco si assesti sui livelli indicati, una cifra imponente se rapportata alla domanda mondiale stimata dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, che per l’anno in corso si aggira intorno ai 104-105 milioni di barili al giorno.

IL CONFRONTO STORICO E LA TENSIONE SUI FONDAMENTALI

L’analisi di Barclays non usa mezzi termini nel definire la guerra con l’Iran come “il più grande shock geopolitico sui mercati energetici dalla guerra del Golfo del 1990”. A differenza di altre crisi passate, l’attuale impennata dei prezzi non sarebbe frutto di eccessi speculativi, bensì determinata da fondamentali di mercato estremamente tesi.

Oggi i mercati hanno confermato questa pressione con un aumento dei prezzi superiore al 2%, portando i future del Brent a 104,36 dollari al barile e il West Texas Intermediate (WTI) a 92,23 dollari. La fragilità del sistema è acuita da una risposta dell’offerta che appare strutturalmente più debole rispetto al passato.

DIPLOMAZIA INCROCIATA TRA WASHINGTON E TEHERAN

Sul fronte politico, il quadro rimane confuso e caratterizzato da dichiarazioni contrastanti. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato pubblicamente che l’Iran si troverebbe in una condizione di disperazione e sarebbe desideroso di siglare un accordo per porre fine a quasi quattro settimane di ostilità.

Di segno opposto le parole del ministro degli Esteri iraniano, il quale, pur confermando che Teheran sta valutando una proposta statunitense, ha smentito categoricamente l’intenzione di avviare colloqui formali per concludere il conflitto. Questa divergenza diplomatica contribuisce a mantenere i mercati in uno stato di costante allerta.

LE PROIEZIONI DEI PREZZI TRA OTTIMISMO E PERSISTENZA DELLA CRISI

In merito all’andamento futuro delle quotazioni, Barclays ha ipotizzato tre diversi scenari. “Nonostante l’incertezza sui negoziati per il cessate il fuoco, nel nostro scenario di base prevediamo che il traffico attraverso lo Stretto si normalizzi entro l’inizio di aprile, il che sarebbe coerente con un prezzo medio del Brent di 85 dollari al barile nel 2026”, si legge nella nota dell’istituto.

Tuttavia, le previsioni peggiorano drasticamente se il blocco dovesse continuare: una crisi che persiste fino alla fine di aprile potrebbe riportare il Brent a 100 dollari, mentre uno slittamento verso la fine di maggio spingerebbe i prezzi fino a 110 dollari al barile per l’intero 2026.

LE VULNERABILITÀ STRUTTURALI DELLA PRODUZIONE GLOBALE

Un elemento di preoccupazione ulteriore risiede nell’elasticità dell’offerta, giudicata da Barclays molto più rigida rispetto alle crisi energetiche storiche. La capacità produttiva inutilizzata dei paesi OPEC+ non sta raggiungendo i livelli che gli analisti avevano previsto, rendendo difficile compensare le perdite iraniane.

Parallelamente, la crescita della produzione nei paesi non OPEC+, guidata primariamente dagli Stati Uniti, sta subendo una costante decelerazione. Questo rallentamento è il risultato diretto di anni di sottoinvestimenti nel settore estrattivo, un fattore che limita la capacità dei produttori occidentali di intervenire rapidamente per stabilizzare il mercato globale.

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