Damasco firma con gli USA l’intesa più importante della sua storia recente, mentre Bruxelles accelera sui piccoli reattori modulari per l’indipendenza e Parigi mette a bando 10 GW di vento marino. I fatti della Settimana di Marco Orioles
Lo shock energetico globale spinge attori storici e nuove alleanze a ridisegnare la mappa delle forniture. In Siria, Chevron firma un’intesa storica per il primo campo offshore, segnando il ritorno massiccio degli investimenti americani nel Paese. Il progetto punta a ricostruire l’industria nazionale dopo 14 anni di guerra civile e blackout sistematici. Intanto, l’Europa riscopre il nucleare come asset fondamentale per slegarsi dalle importazioni fossili costose e volatili del Golfo. Ursula von der Leyen definisce l’abbandono dell’atomo un errore strategico, promuovendo ora lo sviluppo dei reattori modulari SMR. Paesi come Italia, Belgio e Svezia invertono la rotta legislativa, mentre la Francia capitalizza la stabilità dei prezzi garantita dal suo mix. Anche la Germania ammorbidisce il bias anti-nucleare per ragioni di sicurezza, accettando l’estensione della deterrenza di Parigi. Parallelamente, la Francia lancia un mega-bando da 10 GW per l’eolico offshore, imponendo paletti rigorosi per limitare la dipendenza tecnologica dalla Cina. Emerge così un quadro continentale focalizzato sulla sovranità energetica e sulla resilienza dei sistemi produttivi.
CHEVRON SIGLA ACCORDO STORICO CON LA SIRIA PER IL PRIMO GIACIMENTO OFFSHORE DI PETROLIO E GAS
Chevron ha firmato un memorandum d’intesa con la compagnia petrolifera statale siriana (Syrian Petroleum Company) e la società qatarina Power International Holding per esplorare e sviluppare il primo campo offshore di petrolio e gas della Siria. Lo riporta il New York Times, secondo cui l’accordo, siglato nel palazzo presidenziale di Damasco alla presenza dell’inviato speciale Usa per la Siria Thomas J. Barrack Jr., rappresenta – a detta del direttore della Syrian Petroleum Company Youssef Qiblawi – “l’accordo più importante nella storia del settore energetico siriano”. L’intesa si inserisce nella strategia del presidente siriano Ahmed al-Sharaa di rilanciare il settore energetico nazionale, devastato da quasi 14 anni di guerra civile. Solo poche settimane fa il governo di Damasco ha ripreso il controllo dei principali giacimenti onshore di petrolio e gas dalle milizie curde, tra cui il campo di al-Omar, il più grande del Paese e principale fonte di reddito delle Forze Democratiche Siriane a guida curda. Prima dello scoppio della guerra nel 2011, la Siria era uno dei principali produttori di petrolio e gas nel Mediterraneo: produceva abbastanza greggio da soddisfare il proprio fabbisogno energetico e generava circa il 25% delle entrate statali. Il conflitto e le sanzioni internazionali hanno distrutto il settore. Nel 2015 l’ISIS aveva conquistato gran parte dei giacimenti e oggi il Paese produce solo una frazione dell’elettricità necessaria, con frequenti blackout. Negli ultimi mesi il governo siriano sta cercando di sfruttare le riserve energetiche per garantire una fornitura più stabile di energia. A novembre aveva già firmato un accordo con la statunitense ConocoPhillips e Novaterra per sviluppare i giacimenti di gas esistenti ed esplorarne di nuovi. Chevron, dal canto suo, punta a rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo orientale. L’azienda americana conta di utilizzare la sua solida base in Israele, Egitto e Cipro come trampolino per diventare un importante esportatore di gas verso l’Europa. Il campo di al-Omar, tornato sotto pieno controllo siriano, era gestito prima della guerra in joint venture tra la Syrian Petroleum Company e Shell. Dopo la sospensione delle attività da parte della compagnia britannica e l’imposizione di sanzioni Ue, Shell ha chiesto ufficialmente di ritirarsi e di trasferire la propria quota agli operatori statali siriani. “Al-Omar diventerà interamente nostro e lo gestiremo con personale tecnico e ingegneristico siriano”, ha dichiarato Qiblawi. L’accordo con Chevron segna quindi un importante passo verso la ricostruzione del settore energetico siriano e l’apertura del Paese a investimenti occidentali dopo anni di isolamento. Al tempo stesso, rafforza la presenza americana nella regione energetica strategica del Mediterraneo orientale.
EUROPA SOTTO SHOCK ENERGETICO: IL NUCLEARE TORNA DI MODA
Famiglie e industrie europee, scrive la BBC, osservano impaurite l’impennata dei prezzi del gas e della benzina, aggravata dalla crisi in Medio Oriente. Mentre il governo britannico invita a mantenere la calma, la Commissione Europea esorta a lavorare di più da casa e a ridurre gli spostamenti. I policymaker avvertono che la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente. Sembra ieri la crisi del costo della vita scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina, eppure l’Europa si ritrova di nuovo a parlare di indipendenza energetica. In questo contesto, il nucleare sta tornando rapidamente di moda, sia nel Regno Unito che nell’Unione Europea, come componente “casalinga” del mix energetico. Al recente European Nuclear Energy Summit di Parigi, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha definito “un errore strategico” l’abbandono del nucleare da parte di gran parte dell’Europa. Nel 1990 il nucleare produceva circa un terzo dell’elettricità europea; oggi la quota media è scesa al 15%, lasciando il continente “completamente dipendente da importazioni costose e volatili” di combustibili fossili. L’Europa importa oltre il 50% della sua energia, soprattutto petrolio e gas, rendendosi vulnerabile a shock di fornitura o a rialzi dei prezzi globali, come quelli attuali legati all’Iran. Le conseguenze sono visibili nei prezzi: in Spagna, grazie a forti investimenti in eolico e solare, il prezzo medio dell’elettricità previsto per il resto del 2026 è circa la metà di quello italiano, dove il gas fissa il prezzo il 90% delle volte. La Francia, maggiore produttore nucleare europeo con il 65% dell’elettricità da atomo, offre prezzi molto più stabili: i contratti futuri tedeschi per il prossimo mese sono cinque volte superiori a quelli francesi. La Germania, che ha abbandonato il nucleare dopo Fukushima nel 2011, si ritrova con industrie energivore fortemente dipendenti dal gas; questa settimana i principali istituti economici hanno più che dimezzato le previsioni di crescita per il 2026, portandole allo 0,6% del PIL. L’entusiasmo per il nucleare è palpabile in tutto il continente: l’Italia prepara leggi per abrogare il divieto storico, il Belgio compie un’inversione a U, la Grecia apre un dibattito su reattori avanzati nonostante i rischi sismici, la Svezia ha invertito una decisione quarantennale e nel Regno Unito il Cancelliere Rachel Reeves ha annunciato semplificazioni regolatorie per accelerare i progetti. “Per costruire resilienza nazionale, sicurezza energetica e crescita economica, abbiamo bisogno del nucleare”, ha dichiarato Reeves. La Francia è la più entusiasta: il presidente Macron sottolinea che il nucleare concilia indipendenza energetica, decarbonizzazione e competitività, soprattutto per alimentare i data center dell’intelligenza artificiale. Fino all’anno scorso la Germania bloccava il riconoscimento del nucleare alla pari delle rinnovabili nella legislazione Ue; ora Berlino ha accettato di rimuovere il bias anti-nucleare, forse anche per ragioni di sicurezza e difesa legate alle tensioni con l’amministrazione Trump. La Germania ha perfino chiesto a Parigi di estendere la sua deterrenza nucleare ai partner europei, e la Francia ha accettato. Tuttavia, gli esperti mettono in guardia dal considerare il nucleare una panacea. Si tratta di un progetto a lungo termine, non di una soluzione rapida alle attuali insicurezze energetiche. La costruzione di reattori tradizionali subisce ritardi enormi, come dimostrano Flamanville-3 in Francia e Hinkley Point C nel Regno Unito. Rimangono problemi irrisolti di gestione delle scorie e preoccupazioni sulla sicurezza. I gruppi ambientalisti temono che gli investimenti nel nucleare sottraggano risorse e attenzione allo sviluppo accelerato delle rinnovabili. Inoltre, alcuni Paesi dell’Europa centrale, come Ungheria e Slovacchia, dipendono ancora dalla tecnologia e dall’uranio russo. “Si ignora la storia del nucleare in Europa se si pensa che possa inserirsi facilmente come soluzione immediata alla crisi energetica”, avverte Chris Aylett del Chatham House. Molti reattori europei sono vecchi e servono ingenti investimenti solo per mantenerli o prolungarne la vita. “La sfida principale è mantenere l’attuale quota di nucleare. Se si vuole aumentarla, servono tanto tempo e tanti soldi”. Ma molti governi europei sono indebitati, con bilanci limitati e priorità concorrenti come welfare e aumento della spesa militare. Il nucleare sta perdendo terreno anche sul prezzo: i costi di eolico e solare sono calati drasticamente. Per questo la Commissione Europea punta con urgenza sui Small Modular Reactors (SMR), considerati più economici, producibili in fabbrica e adatti a data center AI, produzione di idrogeno e reti di teleriscaldamento locale. Anche Usa, Giappone e Regno Unito investono pesantemente sugli SMR, ma al momento restano una tecnologia non ancora dimostrata su scala commerciale: all’inizio del 2026 non era stata concessa alcuna licenza di costruzione nell’Ue. L’Europa guarda anche alla fusione nucleare, con l’obiettivo di realizzare il primo impianto commerciale.
FRANCIA LANCIA MEGA-BANDO PER 10 GW DI EOLICO OFFSHORE
La Francia accelera la sua transizione verde annunciando un grande bando per 10 gigawatt di energia eolica offshore: 5 GW con turbine fisse a fondale e 5 GW con turbine galleggianti. Lo riferisce Bloomberg, secondo cui i progetti, da realizzare in sette zone tra Manica, Atlantico e Mediterraneo, saranno assegnati entro fine 2026 o inizio 2027. Il bando, più ampio del solito, include obblighi di utilizzo di capacità produttiva nazionale ed europea per ridurre la dipendenza dalla Cina. Sarà permesso un massimo di quattro componenti strategiche su nove e fino al 50% dei magneti permanenti provenienti dal Paese asiatico. L’annuncio arriva in un momento difficile per il settore, colpito dall’aumento dei costi di attrezzature, finanziamenti e costruzione, oltre alle cancellazioni di progetti negli Stati Uniti decise dal presidente Trump. Il governo francese, che punta alla neutralità carbonica entro il 2050, sostiene anche il nucleare ma spinge con forza sulle rinnovabili. Questa scelta è però duramente criticata dall’opposizione, in particolare dal Rassemblement National di Marine Le Pen, alla vigilia delle presidenziali del 2027. Parigi ha già ridimensionato gli obiettivi per solare ed eolico terrestre. Secondo la ministra delegata all’Energia Maud Bregeon, il bando servirà a “consolidare l’industria dell’eolico fisso e a rendere la Francia leader mondiale nell’eolico galleggiante”. I produttori riceveranno in media un prezzo garantito inferiore a 100 euro al MWh. Attualmente la Francia ha quasi 2 GW di eolico offshore in esercizio e 5,6 GW in costruzione o sviluppo. L’obiettivo è arrivare a 15 GW entro il 2035 e a 45 GW nel 2050, coprendo circa il 20% del fabbisogno elettrico nazionale. Il governo ha confermato nuovi bandi anche per solare ed eolico onshore nel corso del 2026, con requisiti simili per limitare l’uso di componenti cinesi.


