La chiusura del tratto settentrionale dell’oleodotto colpisce la raffineria di Schwedt, partecipata da Eni e Shell. Berlino rassicura sulle scorte, ma si riapre l’emergenza logistica nel Brandeburgo.
Da maggio si apre un nuovo fronte nelle forniture energetiche verso la Germania: il petrolio kazako che finora arrivava a Schwedt passando per la Russia smetterà di scorrere.
La notizia è arrivata senza grandi preavvisi e costringe la raffineria Pck a rimettere mano, ancora una volta, alla propria logistica. Mosca parla di ragioni tecniche, Berlino prova a rassicurare: per ora, dicono, non ci sono rischi per i rifornimenti.
DRUZHBA SI FERMA, MA NON È CHIARO PERCHÉ
Il punto è semplice solo in apparenza: il greggio del Kazakistan non potrà più transitare lungo il tratto settentrionale della Druzhba, quello che attraversa Russia, Bielorussia e Polonia prima di arrivare nel Brandeburgo. Appena due settimane dopo che si è conclusa l’emergenza su un altro tratto dell’oleodotto, quello che porta il petrolio russo verso Slovacchia e Ungheria. A comunicarlo è stata la filiale tedesca di Rosneft, oggi sotto controllo fiduciario dello Stato, che ha informato l’Agenzia federale delle reti.
Dietro la decisione c’è il ministero dell’Energia russo, che ha fissato lo stop a partire dal primo maggio. La versione ufficiale parla di “capacità tecniche” e di una riorganizzazione dei flussi verso altre rotte. Una spiegazione che però lascia spazio a più di un dubbio.
Non è chiaro, infatti, se si tratti davvero di un problema infrastrutturale oppure di una scelta con implicazioni politiche. Dal lato kazako si è fatto riferimento anche ai danni subiti da alcune infrastrutture russe, collegandoli agli sviluppi del conflitto in Ucraina. L’idea, in quel caso, è che il blocco possa essere temporaneo. Ma al momento non c’è alcuna indicazione concreta sui tempi.
COME CAMBIA LA MAPPA DELLE FORNITURE
A Berlino il tono resta prudente ma non allarmato. Il ministero dell’Economia insiste sul fatto che la sicurezza degli approvvigionamenti non è in discussione, neppure se Schwedt dovesse ridurre temporaneamente i ritmi.
Il nodo, semmai, è operativo. La raffineria è un tassello fondamentale per il nord-est del Paese: rifornisce Berlino e gran parte del Brandeburgo con carburanti e prodotti petroliferi, coprendo una quota molto ampia della domanda locale.
Negli ultimi anni, però, l’impianto ha già imparato a funzionare senza il petrolio russo. Le alternative oggi esistono e passano soprattutto dai porti sul Baltico di Rostock in Germania (Meclemburgo-Pomerania Anteriore) e da Danzica in Polonia.
Il greggio arriva via nave e poi viene trasportato tramite oleodotti fino all’impianto. Una soluzione meno lineare e più costosa, ma ormai consolidata.
Il governo tedesco confida che questo sistema possa reggere anche a un’ulteriore pressione. La ministra dell’Economia Katherina Reiche ha parlato di “una raffineria in grado di mantenere la produzione”, pur ammettendo che alcuni aspetti restano da definire e che servirà un coordinamento stretto con i gestori e con le autorità di regolazione.
SCHWEDT, UNA CITTÀ LEGATA AL PETROLIO
Se si allarga lo sguardo, la questione va oltre la singola interruzione. Schwedt, cittadina di 34mila abitanti adagiata nella piana alluvionale della bassa valle dell’Oder, il fiume che segna lo storico confine tra Germania e Polonia, vive da anni una trasformazione profonda. Per decenni tutto ha ruotato attorno alla raffineria e al petrolio russo che arrivava senza interruzioni lungo la Druzhba. Poi la guerra in Ucraina e le sanzioni hanno spezzato questo equilibrio.
Oggi l’impianto continua a funzionare, ma in condizioni diverse: meno greggio, costi più alti, maggiore complessità logistica. E soprattutto un’incertezza che pesa sulle prospettive di lungo periodo.
Uno dei problemi più delicati riguarda la proprietà. La ripartizione è la seguente: Rosneft Deutschland è azionista di maggioranza con il 54,17%, Shell detiene una quota del 37,5% e c’è anche l’Italia, con Eni che possiede l’8,33%. Lo Stato tedesco gestisce le quote di Rosneft Deutschland, posta sotto amministrazione fiduciaria (Treuhandverwaltung) dal governo a partire dal settembre 2022, ma non è ancora emersa una soluzione definitiva. Finché questo nodo resta aperto, anche i grandi investimenti – quelli necessari per una vera riconversione – fanno fatica a partire.
UN FUTURO DISEGNATO PIÙ VOLTE
Sulla carta, il futuro di Schwedt è già stato disegnato più volte: idrogeno verde, chimica sostenibile, nuovi poli di ricerca. Alcuni segnali si vedono, tra cantieri e iniziative locali, ma il passo è ancora lento rispetto alle aspettative.
Nel frattempo, la città resta fortemente dipendente dalla raffineria. Non è solo una questione energetica: attorno all’impianto si è costruita un’intera economia, fatta di occupazione diretta e indotto. Le nuove incertezze sulle forniture aggiungono quindi pressione a un contesto già fragile. La sensazione, tra chi vive e lavora sul territorio, è che il tempo giochi un ruolo decisivo: senza un’accelerazione concreta della transizione, il rischio è quello di un progressivo ridimensionamento.
Il passaggio a un nuovo modello industriale esiste, almeno nelle intenzioni. Ma trasformarlo in realtà, tra vincoli geopolitici, questioni proprietarie e infrastrutture da ripensare, resta una sfida aperta.


