Nel 2025 le rinnovabili sorpassano il carbone nella produzione globale, mentre la Cina porta l’elettrificazione nelle aree interne. A Santa Marta si apre il primo vertice mondiale per la fuoriuscita dai fossili per sbloccare lo stallo negoziale dell’ONU. Crollano i costi dello storage e avanzano le infrastrutture, segnando un cambiamento strutturale nell’energia mondiale. I fatti della settimana di Marco Orioles
Il 2025 segna un cambiamento d’epoca: per la prima volta in oltre un secolo, le rinnovabili superano il carbone. Solare ed eolico hanno coperto il 99% della nuova domanda elettrica, con il solare cresciuto di ben 636 TWh. In Cina, la nuova frontiera dell’elettrificazione si sposta dalle metropoli alle città di terzo e quarto livello. Qui le vendite di EV dovrebbero toccare il 50% entro il 2027, grazie a modelli low-cost e nuove infrastrutture. Il governo cinese punta a 28 milioni di colonnine entro il 2027, mentre CATL lancia batterie da 1.500 km. Parallelamente, i trasporti elettrici evitano già il consumo di 1,8 milioni di barili di greggio ogni giorno. Lo storage domestico diventa competitivo grazie al crollo dei prezzi delle batterie, ora a soli 70 dollari/kWh. In questo contesto, la Colombia convoca a Santa Marta 54 nazioni per pianificare l’addio ai combustibili fossili. Il vertice mira a superare i veti dei grandi inquinatori mondiali per una transizione giusta e pragmatica. La sfida è ora trasformare questi record scientifici in una stabilità economica libera dalla dipendenza dal petrolio.
LA NUOVA FRONTIERA DELL’ELETTRIFICAZIONE IN CINA: DALLE METROPOLI AL CUORE DEL PAESE
Dopo aver conquistato le ricche megalopoli cinesi, i produttori di auto elettriche stanno ora spostando il mirino verso le città di terzo e quarto livello, quelle meno abbienti che rappresentano circa l’80% dei centri urbani del Paese. L’obiettivo è chiaro, sottolinea il Financial Times: completare la transizione verso l’elettrico nel più grande mercato automobilistico del mondo e spingere definitivamente fuori strada i motori a combustione interna. Nelle prime e seconde fasce di città le vetture elettriche – incluse le plug-in hybrid – rappresentano già la metà delle vendite complessive. Nel resto del Paese, invece, la quota scende sotto il 40%. È qui che deve arrivare la prossima ondata di elettrificazione, come sottolinea Chris Liu, analista EV di Omdia a Shanghai. Per i costruttori tradizionali questa spinta rappresenta una sfida enorme. Volkswagen, BMW, Toyota, Honda e General Motors continuano a essere tra i primi 15 venditori in Cina, ma quasi esclusivamente grazie alle auto a benzina. La loro presenza nel segmento elettrico resta marginale. Molti esperti cinesi ritengono che senza un cambio radicale di strategia questi gruppi rischiano di perdere terreno in modo irreversibile. Secondo Omdia, nelle città di livello inferiore le vendite di EV dovrebbero raggiungere il punto di svolta del 50% entro la fine del 2027.
Questo potrebbe liberare sul mercato un’enorme quantità di auto a benzina usate destinate all’export, alimentando ulteriormente il flusso di veicoli cinesi verso l’estero. Alcuni analisti prevedono che nel 2030 solo il 20% delle auto vendute in Cina sarà ancora a carburante tradizionale; in alcune città di terza fascia, il calo potrebbe essere ancora più rapido. Il divario tra città ricche e periferiche è stato finora spiegato soprattutto da due fattori: il prezzo elevato delle EV e la scarsa disponibilità di colonnine di ricarica. Ora la situazione sta cambiando. BYD e Geely stanno lanciando modelli sempre più accessibili, in particolare plug-in hybrid, mentre il governo centrale ha varato a fine 2025 un ambizioso piano triennale per l’infrastruttura di ricarica con l’obiettivo di passare da 21 a 28 milioni di punti pubblici entro la fine del prossimo anno, sufficienti per alimentare circa 80 milioni di veicoli elettrici. Sul fronte tecnologico, i produttori cinesi continuano a investire pesantemente.
CATL ha appena presentato batterie in grado di garantire 1.500 km di autonomia con una sola ricarica. Miglioramenti nel range e nella velocità di ricarica, uniti all’espansione delle infrastrutture, dovrebbero convincere anche i consumatori delle città minori a passare all’elettrico. Come nota Yuqian Ding di HSBC, nelle aree interne i buyer guardano alle tendenze delle metropoli, ma scelgono soprattutto marchi cinesi low-cost che offrono comunque esperienze di guida smart avanzate. La percezione è cambiata: se un tempo possedere un’auto straniera era motivo di prestigio, oggi molti cinesi associano l’auto elettrica alla tecnologia nazionale e ne vanno fieri. Il mercato resta però ferocemente competitivo: un nuovo modello esce ogni due giorni e le guerre di prezzo hanno compresso i margini di tutti.
Nonostante questo, i venditori locali rimangono ottimisti, puntando anche sulla domanda di EV premium da parte di imprenditori e professionisti benestanti delle città minori. Non tutti i costruttori tradizionali condividono lo stesso ottimismo sulla velocità della transizione. Robert Cisek di Volkswagen ammette che le grandi città diventeranno “pienamente elettriche” rapidamente, ma nelle aree interne il percorso sarà più lento. Il gruppo tedesco intende comunque coprire l’intero spettro energetico – dal full electric ai motori a benzina – dotando ogni veicolo delle tecnologie di guida autonoma sviluppate in Cina.
IL 2025 SEGNA UN PUNTO DI SVOLTA STORICO PER L’ELETTRICITÀ MONDIALE.
Per la prima volta dal 1919, le rinnovabili hanno superato il carbone nella produzione globale di energia elettrica. Secondo l’ultimo rapporto annuale di Ember citato da Carbon Brief, la generazione da fonti fossili è calata dello 0,2% nel 2025, mentre il solare e l’eolico da soli hanno soddisfatto il 99% della crescita della domanda di elettricità. Il dato più impressionante arriva dal solare: ha registrato un aumento di 636 TWh, pari al doppio del consumo annuale di elettricità del Regno Unito e superiore all’intera produzione elettrica ottenibile dal LNG attraverso lo Stretto di Hormuz. Si tratta del più grande incremento assoluto mai visto per una singola fonte energetica, con l’eccezione del rimbalzo del carbone post-Covid nel 2021. La capacità solare installata è cresciuta di ben 647 GW, confermando che questa tecnologia continuerà a dominare la crescita della generazione nei prossimi anni. L’eolico ha contribuito con un aumento di 205 TWh. Grazie a questo boom, per la prima volta nella storia il carbone è sceso sotto il 33% della produzione elettrica mondiale.
Le rinnovabili hanno superato il carbone in tutte le regioni del mondo tranne l’Asia, anche se sia in Cina che in India la generazione da fossili è diminuita grazie alla rapida espansione delle rinnovabili. Ember sottolinea che questo calo dei fossili non è legato a una crisi economica o a eventi eccezionali, come accaduto in passato, ma rappresenta un cambiamento strutturale verso le energie pulite. Se il solare e l’eolico non fossero cresciuti dal 2000, la generazione da fossili sarebbe stata oggi del 30% più alta e le emissioni del 28% superiori, con oltre 4 miliardi di tonnellate di CO₂eq in più ogni anno. Sul fronte delle emissioni, la crescita della domanda di elettricità (+2,8%) è stata quasi interamente coperta dalle rinnovabili, permettendo un leggero calo delle emissioni del settore elettrico nonostante l’aumento dei consumi.
Un altro elemento importante è l’elettrificazione dei trasporti: le vendite di auto elettriche hanno superato il 25% del mercato globale e l’intera flotta EV ha evitato 1,8 milioni di barili al giorno di domanda di petrolio. Gli EV hanno contribuito per circa l’8% alla crescita della domanda di elettricità. Infine, il rapporto evidenzia il ruolo crescente dello storage: i prezzi delle batterie per applicazioni stazionarie sono crollati a 70 $/kWh (-45% rispetto al 2024), spingendo le nuove installazioni di batterie a 247 GWh (+46% annuo). Questo sta rendendo sempre più fattibile spostare l’energia solare prodotta di giorno verso le ore serali o notturne.
UNA CONFERENZA STORICA PER USCIRE DALL’ERA DEI COMBUSTIBILI FOSSILI.
Frustrata dal silenzio delle COP sul tema più importante del clima, la Colombia – paradossalmente grande esportatore di carbone e petrolio in America Latina – ha deciso di cambiare le regole del gioco. Come riferisce il Guardian, insieme ai Paesi Bassi e con il sostegno di oltre 50 nazioni Bogotá ospiterà il 28 e 29 aprile a Santa Marta la prima conferenza globale dedicata alla “transizione lontano dai combustibili fossili”. Il momento non poteva essere più drammatico. Mentre i prezzi del petrolio schizzano a causa della guerra tra Usa, Israele e Iran, la conferenza arriva a sottolineare con forza il costo reale della dipendenza dal petrolio: non solo bollette più alte, ma anche crisi alimentari, inflazione e rischi di recessione.
La ministra dell’Ambiente colombiana, Irene Vélez Torres, è chiara: “Non sapevamo che sarebbe scoppiata la guerra, ma sapevamo benissimo i rischi della dipendenza dai fossili. Questo è il momento in cui la storia si divide”. Per la prima volta, secondo lei, i Paesi che vogliono accelerare la transizione energetica non saranno più bloccati dai “negazionisti” o dai grandi produttori che frenano i negoziati Onu. Alla conferenza parteciperanno 54 paesi, che rappresentano circa un quinto della produzione mondiale di fossili e un terzo della domanda. Ci saranno Regno Unito, Unione Europea, Canada, Australia, Turchia, diversi piccoli stati insulari del Pacifico estremamente vulnerabili, ma anche grandi produttori come Nigeria, Angola, Messico e Brasile. Assenti invece i grandi inquinatori: Usa, Cina, India, Russia e i Paesi del Golfo. L’obiettivo non è sostituire le COP, ma sbloccare il punto morto del processo Onu, dove il consenso ha finora permesso ai grandi produttori di ritardare qualsiasi azione concreta sulla riduzione dell’offerta di fossili. A Dubai nel 2023 si era finalmente parlato di “transizione”, ma da allora non si è fatto quasi nulla.
La Colombia stessa ha scelto la strada: ha bloccato nuove licenze per esplorazione di carbone, petrolio e gas e punta su rinnovabili, turismo e agricoltura sostenibile. Vélez invita gli altri paesi a mettersi “dalla parte giusta della storia”. Non mancano le contraddizioni: alcuni partecipanti come Norvegia, Messico, e Nigeria stanno addirittura aumentando la produzione di fossili in risposta alla crisi. Per questo la conferenza dovrà concentrarsi su soluzioni concrete: meccanismi finanziari per i Paesi in via di sviluppo, trasferimento tecnologico senza debito e percorsi economici alternativi all’estrazione. Previsto anche un “people’s summit” parallelo con 2.800 rappresentanti di popoli indigeni, comunità afro-discendenti, giovani e donne, perché la transizione sia giusta e non si trasformi in nuovo sfruttamento di terre e minerali critici. La conferenza produrrà un rapporto scientifico sulla transizione e uno sul finanziamento dal Sud Globale, e sarà seguita da un secondo appuntamento l’anno prossimo in Tuvalu.


