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Stretto di Hormuz sicurezza energetica

Energia, lo scoglio insuperabile di Hormuz: perché petrolio e GNL rischiano il blocco totale

Se per il greggio esistono parziali vie alternative via terra, il commercio mondiale di gas liquido non ha rotte sostitutive scalabili. L’allarme di Morningstar DBRS sulle vulnerabilità strutturali.

L’attuale escalation delle tensioni geopolitiche ha riportato prepotentemente al centro del dibattito internazionale lo Stretto di Hormuz, confermandolo come il punto di strozzatura più critico per i flussi energetici mondiali. Secondo una recente analisi pubblicata dall’agenzia di rating Morningstar DBRS, questa sottile lingua di mare non rappresenta solo un passaggio geografico, ma un’arteria vitale la cui eventuale interruzione non potrebbe essere compensata dalle infrastrutture esistenti.

Sebbene esistano dei piani di emergenza per il trasporto del petrolio, il rapporto evidenzia come il mercato del gas naturale liquefatto (GNL) sia esposto a un rischio strutturale di proporzioni inedite, data l’assenza di rotte alternative capaci di assorbire i volumi che transitano quotidianamente dal Golfo Persico verso i mercati globali.

IL PESO SPECIFICO DEL PETROLIO NEL GOLFO

I numeri delineano un quadro di dipendenza globale estremamente marcato. Attraverso lo Stretto di Hormuz transitano ogni giorno tra i 20 e i 21 milioni di barili di petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati. Questa quantità è impressionante se rapportata ai consumi complessivi: si tratta di circa un quinto dell’intera domanda mondiale di liquidi petroliferi.

La paralisi di questo snodo significherebbe, di fatto, congelare una quota massiccia dell’energia che alimenta i trasporti e le industrie del pianeta, innescando uno shock immediato sull’offerta e sui prezzi.

I LIMITI TECNICI DELLE INFRASTRUTTURE DI AGGIRAMENTO

Il mercato petrolifero possiede, almeno sulla carta, alcune soluzioni per mitigare una possibile chiusura del passaggio marittimo, ma la loro portata è limitata. I produttori del Golfo Persico dispongono infatti di infrastrutture di bypass, principalmente oleodotti, che potrebbero reindirizzare circa 8,5 milioni di barili al giorno verso terminali situati fuori dallo stretto. Tuttavia, questo volume rappresenta meno della metà del traffico abituale. Di conseguenza, anche nel migliore degli scenari possibili, la maggior parte del carico trasportato via mare rimarrebbe bloccata, lasciando scoperto il fabbisogno energetico globale in caso di una crisi prolungata nel tempo.

LA VULNERABILITÀ CRITICA DEL MERCATO DEL GAS LIQUIDO

Se la situazione del petrolio appare complessa, quella del GNL è definita dagli analisti come strutturalmente più vulnerabile. Circa il 20% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto dipende esclusivamente dal transito attraverso Hormuz. A differenza del settore petrolifero, per il gas liquido non esistono infrastrutture alternative scalabili.

Nima Billou, Assistant Vice President di Morningstar DBRS per i rating corporate nei settori energia, utility e risorse naturali, ha chiarito come “il rischio per il GNL sia molto più significativo di quello per il greggio, sia nel breve che nel lungo periodo”. Billou ha precisato che i dati della Energy Information Administration e dell’International Energy Agency confermano l’assenza di rotte sostitutive per portare i volumi di GNL prodotti dal Qatar sui mercati internazionali.

CONSEGUENZE ECONOMICHE E VOLATILITÀ DEI MERCATI

L’impossibilità di aggirare l’ostacolo fisico dello stretto proietta ombre pesanti sulla stabilità dei mercati finanziari ed energetici. “Un’interruzione prolungata nello Stretto di Hormuz si tradurrebbe probabilmente in una maggiore volatilità degli utili per il trasporto di GNL, per gli acquirenti a valle e per i mercati elettrici dipendenti dal gas”, ha sottolineato Nima Billou.

Questa prospettiva non solo minaccia la redditività degli operatori del settore, ma rinforza drasticamente la necessità per i governi di attribuire un valore economico superiore alla diversificazione geografica e delle rotte di approvvigionamento, diventata ormai una priorità assoluta per garantire la resilienza dei sistemi energetici nazionali.

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