A dodici mesi dall’insediamento della Grosse Koalition, Berlino conferma gli obiettivi di neutralità al 2045, ma il cambio di rotta su edilizia e rinnovabili alimenta i dubbi degli esperti sulla reale traiettoria del Paese.
Raggiunta la tappa del primo anno di governo, in Germania è tempo di bilanci, anche sul versante della transizione climatica. Dodici mesi dopo l’ingresso di Friedrich Merz alla cancelleria, la promessa di coniugare industria e neutralità climatica entro il 2045 resta intatta sulla carta, ma le prime scelte della Grosse Koalition alimentano dubbi concreti sulla traiettoria reale della transizione energetica tedesca. A fotografare questo equilibrio instabile è un’analisi dell’emittente pubblica Ard, che raccoglie valutazioni di esperti e operatori del settore, delineando un quadro fatto di continuità, rallentamenti e incertezze.
OBIETTIVI CONFERMATI, AMBIZIONE IN DISCUSSIONE
Sulla carta, l’impegno resta quello fissato un anno fa: portare la Germania alla neutralità climatica entro il 2045 senza sacrificare la sua struttura industriale. Nel contratto di coalizione, Cdu/Csu e Spd avevano messo nero su bianco questa doppia ambizione. Da allora, il cancelliere ha più volte richiamato un approccio “aperto alle tecnologie”, con l’idea di raggiungere i risultati al minor costo possibile e al contempo di alleggerire pesi e costi per l’industria, in una fase economica di stagnazione. In questa logica si inserisce anche la scelta di non smantellare quanto impostato dai governi precedenti, a partire dall’obiettivo – ormai consolidato – di arrivare all’80% di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030.
Tra gli addetti ai lavori, questo punto viene considerato una base solida. Patrick Plötz, che lavora all’Istituto Fraunhofer per la ricerca sui sistemi e l’innovazione (Isi) lo definisce un passaggio imprescindibile, insieme al mantenimento degli incentivi per le pompe di calore. Ma è proprio quando si guarda al dettaglio delle misure che emergono le perplessità. Il programma climatico messo a punto dal ministero dell’Ambiente, guidato dall’Spd, promette ulteriori tagli alle emissioni – circa 25 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2030 – ma non convince del tutto.
Barbara Schlomann, presidente del Consiglio di esperti per le questioni climatiche (Expertenrat für Klimafragen), lo dice in modo piuttosto diretto: “Il divario rispetto agli obiettivi non verrà chiuso completamente”. E non è solo una questione di cifre. Il Consiglio parla di un livello di ambizione complessivamente “modesto”, lasciando intendere che, “già nel prossimo decennio, la traiettoria potrebbe deviare più del previsto”.
NODI APERTI SU EDILIZIA E FOTOVOLTAICO
Uno dei terreni più delicati è quello degli edifici. Qui il governo intende cambiare rotta, archiviando la normativa attuale e sostituendola con una nuova legge sulla modernizzazione (in tedesco: Gebäudemodernisierungsgesetz, Gmg). Dalle anticipazioni circolate emerge un elemento che ha già acceso il dibattito: la possibilità di continuare a installare sistemi di riscaldamento a gas. Per Plötz, una scelta del genere “rischia di rallentare la trasformazione del settore, proprio nel momento in cui servirebbe accelerare”.
Non meno complicata la situazione sul fronte delle rinnovabili. Le modifiche in arrivo alla legge sulle energie rinnovabili (Erneuerbare-Energien-Gesetz, Eeg), insieme al pacchetto sulle reti, hanno introdotto una dose significativa di incertezza. Le prime indiscrezioni, emerse nei mesi scorsi, hanno fatto reagire soprattutto chi opera nel fotovoltaico distribuito. Levin Streit, che sviluppa progetti per la cooperativa UrStrom eG, prova a tradurre il problema in termini concreti. Senza un sistema di remunerazione garantita per l’energia immessa in rete, molti impianti verrebbero ridimensionati.
In pratica, invece di sfruttare tutta la superficie disponibile, si punterebbe solo a coprire il fabbisogno proprio. Il risultato? Tetti solo parzialmente utilizzati. Anche il Fraunhofer-Institut für Solare Energiesysteme segnala lo stesso rischio: senza un prezzo minimo, la sostenibilità economica degli impianti più piccoli dipende sempre di più dall’autoconsumo, con possibili ricadute sulla diffusione del solare in ambito pubblico e commerciale.
INCERTEZZA E SEGNALI CONTRADDITTORI
Se c’è un filo che attraversa questo primo anno di governo, secondo gli osservatori più critici, è proprio la mancanza di certezze. Schlomann osserva che il confronto politico è stato continuo, ma le decisioni operative sono rimaste indietro. E quando le regole non sono chiare, gli investimenti si fermano o rallentano. È quello che sta accadendo, ad esempio, nel mercato delle pompe di calore, dove molte scelte vengono rinviate.
Uno schema simile si ritrova anche nei trasporti. Da una parte c’è il sostegno alle auto elettriche e lo sviluppo delle infrastrutture di ricarica, in particolare per il trasporto pesante. Dall’altra viene esercitata pressione a Bruxelles per ammorbidire lo stop ai motori a combustione. È noto che sulla transizione dell’automotive soprattutto i conservatori – che detengono il pacchetto di maggioranza nel governo – vorrebbero rallentare la marcia imposta dal precedente governo di sinistra, dando all’industria dell’auto tedesca più respiro per la transizione verso la mobilità elettrica. Ma i socialdemocratici frenano, il timore politico è quello della concorrenza a sinistra dei Verdi, e in più il processo industriale è già stato avviato, sebbene il mercato continui a guardare senza grande entusiasmo alla promessa svolta elettrica. Il rischio è però di restare in mezzo al guado, faticando ad andare avanti senza realmente poter tornare indietro. Le due direzioni lungo cui si muove il governo faticano a trovare un punto di equilibrio e, secondo diversi osservatori, riflettono una priorità ancora incerta assegnata alla politica climatica.
IL PRAGMATISMO INDISPENSABILE
Non mancano, però, letture diverse. Il quotidiano economico Handelsblatt, ad esempio, invita a guardare ai limiti del sistema attuale. Le tariffe garantite per il fotovoltaico, sostiene, pesano sui conti pubblici e mettono sotto pressione le reti. Da qui la necessità di correggere il meccanismo, anche a costo di rallentare temporaneamente alcuni segmenti del mercato. Le riforme proposte dalla ministra dell’Economia Katherina Reiche, così criticate dagli alfieri delle energie rinnovabili, sono invece fondamentali – secondo il quotidiano economico – per affrontare le sfide della transizione con il pragmatismo necessario. La transizione energetica funziona solo se efficiente.
Sullo sfondo resta il contesto internazionale, intricato come non mai, che continua a ricordare quanto l’Europa sia esposta alle turbolenze dei mercati energetici. Le tensioni nello Stretto di Hormuz sono solo l’ultimo segnale. In questo scenario, la transizione energetica non è più soltanto un obiettivo climatico, ma può trasformarsi in una leva strategica. Per Berlino, il tempo per chiarire la rotta non è infinito: nel prosieguo della legislatura, il governo di Grosse Koalition si giocherà una parte decisiva della propria credibilità, sia sul fronte ambientale che su quello economico. Se fallirà, potrebbe anche essere l’ultima esperienza di un governo di emergenza nazionale. Quel che verrà dopo – a guardare i sondaggi – rischia di essere ancora più indecifrabile.


