La mobilità elettrica raggiunge una massa critica globale trainata da Cina ed Europa, mentre l’amministrazione Trump congela 30 gigawatt di eolico onshore invocando la sicurezza nazionale. Parallelamente, i progressi nella fusione nucleare promettono di rivoluzionare la rete elettrica americana entro il decennio 2030. I fatti della settimana di Marco Orioles.
Il mercato globale delle auto elettriche ha superato il punto di non ritorno, con una flotta che raddoppia ogni anno e mezzo grazie alla spinta di Cina ed Europa. Secondo il Financial Times, la “triple parity” su costi e autonomia è ormai prossima, rendendo il passaggio all’elettrico un processo auto-propulsivo non più legato esclusivamente agli incentivi statali. Tuttavia, questo dinamismo si scontra con le politiche americane: Donald Trump ha bloccato 165 progetti eolici onshore per motivi di sicurezza nazionale, congelando 30 gigawatt di energia destinata a milioni di case. Mentre il Pentagono revisiona i processi di valutazione, il settore della fusione nucleare accelera verso la commercializzazione. Come riferisce la CNN, l’azienda Commonwealth Fusion Systems punta a immettere energia pulita nella rete entro il 2030 tramite la centrale Fall Line in Virginia.
Con il sostegno di partner strategici come Eni e Google, la tecnologia a confinamento magnetico promette di replicare il processo solare per fornire calore e vapore alle turbine senza produrre scorie radioattive a lunga vita. Questo scenario delinea un futuro energetico polarizzato tra l’inevitabile avanzata tecnologica globale e le resistenze protezionistiche degli Stati Uniti, evidenziando come la transizione sia ormai un fattore strutturale. Fattori quali i costi di esercizio inferiori e la maggiore autonomia rendono il cambiamento difficile da invertire, nonostante i tentativi di rimborsare i contratti offshore in cambio di investimenti nei fossili, segnando uno spostamento irreversibile che coinvolge ormai anche i mercati emergenti mondiali.
EV A UN PUNTO DI NON RITORNO
L’adozione delle auto elettriche ha raggiunto un punto di non ritorno che segna uno spostamento irreversibile dalle auto a benzina, non solo in Cina ma anche in parti del Sud-Est Asiatico e dell’Europa, nonostante la frenata negli Usa. Lo scrive il Financial Times, sottolineando che nel 2025 le EV hanno rappresentato il 25% delle vendite globali di auto nuove, in un trend proseguito nel primo trimestre 2026. In Cina le vendite interne sono calate dopo la fine dei sussidi, ma le esportazioni sono aumentate fortemente, così come la domanda in Corea del Sud e Brasile. In Europa, il rialzo dei prezzi del carburante legato al conflitto in Medio Oriente ha spinto le immatricolazioni di EV del +49% a marzo. In alcuni mercati emergenti la penetrazione è già elevata: Singapore 56%, Thailandia 28%, Indonesia 21%, Turchia 18%, Uruguay 30%. Questi Paesi, pur rappresentando quote piccole del mercato globale, sono considerati i prossimi motori di crescita man mano che i consumatori diventano più ricchi. Secondo uno studio pubblicato su Nature Communications e condotto dall’Università di Exeter e dalla World Bank, il passaggio all’elettrico è ormai auto-propulsivo e sempre meno dipendente dalle politiche pubbliche. Le vendite di auto tradizionali hanno iniziato a calare dal 2019, mentre quelle delle EV crescono esponenzialmente: la flotta globale di elettriche e ibride raddoppia ogni 1,5 anni, ogni 1,3 anni in Europa, ogni anno in Cina. UBS, dopo aver analizzato le nuove batterie di CATL, Tesla e GM, parla di “triple parity” in arrivo, intendendo che le EV sono vicine alle auto tradizionali per costo, autonomia e tempi di ricarica. L’istituto prevede che la quota globale di EV, plug-in e extended-range raggiunga il 58% nel 2035 dal 23% del 2025. Rimangono comunque ostacoli: in Cina le vendite sono scese del 21% nel primo trimestre di quest’anno dopo il taglio dei sussidi; in Europa e Gran Bretagna il mercato è ancora sostenuto da incentivi e sconti consistenti, con oltre 10 miliardi di sterline spesi dall’industria nel solo Regno Unito. Alcuni esperti, come il CEO della SMMT britannica, parlano di mercato “forzato”. Tuttavia, fattori strutturali quali prezzi in discesa, costi di esercizio inferiori, maggiore autonomia e la spinta delle esportazioni cinesi rendono il cambiamento difficile da invertire.
TRUMP BLOCCA 165 PROGETTI EOLICI ONSHORE PER MOTIVI DI SICUREZZA NAZIONALE
Come riporta il Financial Times, Trump ha bloccato lo sviluppo dell’energia eolica onshore negli Stati Uniti, invocando preoccupazioni di sicurezza nazionale. Si tratta di un’escalation significativa nella crociata del presidente contro le rinnovabili. Secondo l’American Clean Power Association, sono fermi circa 165 progetti su terreni privati: 35 in attesa di firma finale dopo negoziati conclusi, circa 30 con approvazione verbale ma senza conferma scritta, una cinquantina in fase di trattativa e altri 50 che normalmente sarebbero stati considerati a basso rischio, essendo distanti da basi militari e rotte di volo. I parchi eolici richiedono normalmente l’approvazione del Dipartimento della Difesa per verificare interferenze con i radar. Il processo è di routine: valutazione del rischio e pagamento di una somma per aggiornare i filtri radar. Il processo dovrebbe teoricamente concludersi in pochi giorni. Ma da agosto 2025 gli sviluppatori denunciano mancata comunicazione, riunioni annullate senza riprogrammazione e stop alle pratiche. I progetti bloccati potrebbero generare 30 GW, sufficienti ad alimentare circa 15 milioni di abitazioni. A inizio aprile il Pentagono ha inviato lettere agli sviluppatori annunciando una revisione dei processi di valutazione per motivi di sicurezza nazionale. L’amministrazione estende così il blocco anche ai terreni privati, oltre a quelli federali e offshore, per i quali ha già tentato di fermare diversi siti, con ricorsi spesso respinti dai tribunali. Trump ha più volte definito l’eolico “la peggiore forma di energia” e dichiarato l’obiettivo di “non far costruire nessun mulino a vento”. Recentemente l’amministrazione ha iniziato a rimborsare contratti offshore in cambio di investimenti nei combustibili fossili. Jason Grumet di ACP ha definito l’intervento “senza precedenti”, sottolineando la contraddizione con i valori conservatori di libertà economica sulla proprietà privata.
PRIMO IMPIANTO A FUSIONE PRONTO PER LA RETE USA NEGLI ANNI 2030
Commonwealth Fusion Systems, azienda del Massachusetts, ha compiuto un nuovo passo verso la commercializzazione dell’energia da fusione nucleare. Come riferisce la CNN, sta costruendo nel suo sito un tokamak (camera a forma di ciambella) per ottenere plasma a 100 milioni di gradi e fondere atomi, replicando il processo che alimenta il sole. A differenza della fissione tradizionale, la fusione produce energia pulita, senza scorie radioattive a lunga vita e senza emissioni di CO₂. Il combustibile è abbondante: deuterio dall’acqua di mare e trizio dal litio. Il dimostratore è già realizzato al 75% e dovrebbe entrare in funzione entro la fine del prossimo anno. Se raggiungerà il “net energy”, ossia più energia prodotta di quella consumata, l’azienda procederà con la costruzione della prima centrale da 400 MW in Virginia, chiamata Fall Line Fusion Power Station. L’azienda ha già presentato domanda a PJM, il principale operatore di rete americano, per collegare l’impianto alla rete elettrica. L’iter dura 4-6 anni, ma l’obiettivo è immettere energia nella rete negli anni 2030. Il CEO Bob Mumgaard sottolinea che i tempi non sono poi così lontani rispetto ad altre tecnologie. La connessione alla rete non presenta difficoltà particolari rispetto a centrali nucleari, a gas o rinnovabili: il calore produrrà vapore che azionerà turbine, come avviene oggi. Grazie alle dimensioni compatte e al basso fabbisogno di combustibile, gli impianti di fusione potranno essere collocati vicino ai centri di consumo, inclusi data center, anche in aree densamente popolate. Google ed Eni hanno già firmato come acquirenti dell’energia prodotta, evitando così di far ricadere i costi sui consumatori. Per Mumgaard, ciò che oggi sembra impossibile può diventare inevitabile molto rapidamente, come dimostrato dagli investimenti e dall’interesse crescente nel settore.


